Sulla liberazione di Youssef Siher

lunedì 2 novembre 2026


Che ne direste se chi scrive avesse fondato una chat, seguita da diverse migliaia di persone in varie città italiane, battezzandola “11 settembre”? Facendo cioè riferimento esplicito al terribile misfatto consumato con l’abbattimento delle Torri Gemelle che causò in pochi minuti la morte di oltre tremila persone e prendendolo come nome di battaglia? Ce ne sarebbe abbastanza per desumere che chi scrive sia psicologicamente incline a considerare positivamente quel terribile atto terroristico, tanto da prenderne ispirazione per radunare sotto il suo nome gli accoliti che volessero dedicarsi non solo ad imprese del genere, ma anche ad atti di protesta non immuni da forme di violenza collettiva.

Ovviamente, non farò nulla di simile. Tuttavia, l’esempio mi pare utile per far intendere quanto sia giuridicamente errata l’ordinanza con cui il Gip di Milano ha negato la convalida del fermo di Youssef Siher e, insieme, la custodia cautelare che era stata richiesta dalla Procura milanese. Quel provvedimento, come purtroppo sempre più spesso accade, è soffocato da un male endemico che affligge da molti anni – e ora in forma più sottile ed insidiosa – la giurisdizione italiana, vale a dire il formalismo. Scriveva Salvatore Satta, decenni or sono, che dove comincia il formalismo finisce il diritto. Ne viene che in questa ordinanza, di diritto – meglio di giustizia – se ne coglie davvero in impalpabile misura. Vediamo perché.

Innanzitutto, l’ordinanza non ravvisa in alcun modo la presenza del dolo, vale a dire della consapevolezza soggettiva di Siher di muoversi nell’orizzonte finalizzato alla commissione di eventuali illeciti penalmente rilevanti. In senso contrario, come sopra accennato, sarebbe bastato dare il giusto peso – non puramente formalistico – alla titolazione della chat da lui fondata, organizzata e diretta, incentrata sul “17 ottobre”, per cogliere il dolo nella sua pienezza. Infatti, il 17 ottobre, il centro di Milano e di altre città italiane era stato devastato da migliaia di teppisti organizzati che avevano saccheggiato, malmenato, derubato, danneggiato, ferito in ogni dove, soggetti pubblici – cioè agenti delle forze dell’ordine – e privati; e lo avevano fatto impunemente, per ore, senza che li si potesse fermare e senza limite che non fosse la sopraggiunta stanchezza: insomma, un assalto imprevisto e massiccio alla normale vita comune, destinato a derubare e a incutere terrore negli inermi cittadini.

Orbene, se uno intitola la chat con cui chiama a raccolta tante altre persone a manifestare proprio al “17 ottobre”, si capisce subito che quei terribili fatti accaduti, quelle violenze, quei saccheggi, in una parola quei reati costituiscono per lui un modello da emulare e da offrire in tale forma alla pronta adesione di molti altri che volessero ripetere quelle imprese: da qui, semplicissima e direi perfino documentale, la prova del dolo di Siher. Tutti lo capiscono, ma la Gip no.

Ma siccome l’imputazione a carico di Siher era quella di istigazione a commettere reati, il Gip aggiunge che nei messaggi che lui scambiava con molti degli aderenti non si trova traccia di istigazione alla commissione di reati, ma soltanto alla semplice disobbedienza civile. Ora, a parte il fatto che a volte anche la semplice disobbedienza civile può tramutarsi nella commissione di reati (si pensi alla renitenza alla leva, quando questa era obbligatoria o alla resistenza a pubblico ufficiale, anche oggi illecita), la Gip ha omesso di leggere qualche riga oltre. E precisamente ove fra le istruzioni che Siher impartiva ai suoi accoliti, almeno due possono ben integrare la fattispecie della istigazione a lui imputata.

Una prima istruzione consigliava, nel caso il corteo si fosse imbattuto in un cordone di polizia, di “sfondare” lo sbarramento: non di mettersi a discutere con gli agenti; non di offrire “fiori dai cannoni”, secondo la vecchia melodia canora degli anni settanta; non di cercare di convincerli a far passare il corteo. No. Siher consigliava di “sfondare” lo sbarramento, commettendo perciò il reato di resistenza a pubblico ufficiale o quello di disobbedienza all’ordine dell’autorità o quello di violenza privata o forse commettendoli tutti insieme e altri ancora. Tutti lo capiscono, ma la Gip no.

Una seconda istruzione di Siher consigliava una serie di strategie per rendersi irriconoscibili, indossando passamontagna, mascherine, kefiah e altri simili mascheramenti. Ora, se uno vuole manifestare in corteo, la legge lo consente previa autorizzazione e sono migliaia i cortei in Italia organizzati nei decenni da sindacati, da lavoratori, da colletti blu e bianchi che hanno pacificamente sfilato per le vie di Roma o di Milano per far valere le loro legittime spettanze: non mi pare avessero il volto coperto o si valessero di accorgimenti del genere sopra accennato. Se uno non si vuol far riconoscere, sarà forse perché ha da commettere una qualche nefandezza o no?

Questa domanda – non di indole formalistica – non pare la Gip se la sia neppure immaginata. Si aggiunga che secondo le nostre leggi mostrarsi in pubblico travisato nel volto per rendersi irriconoscibile costituisce di per se reato, punito con l’arresto fino a due anni. Tutti lo capiscono, ma la Gip no. Insomma, a leggere le istruzioni impartite da Siher ai suoi seguaci – oltre il puro formalismo – la cosa era chiara, chiarissima: costui, da vero capopopolo, radunava seguaci non solo per manifestare pubblicamente uno scontento – cosa lecita – ma consigliando come fare a commettere reati senza farsi riconoscere – cosa evidentemente illecita perché istigazione a delinquere. Cosa occorreva di più per trattenere in carcere Siher?


di Vincenzo Vitale