Manovra 2027, poteva andare peggio

lunedì 2 novembre 2026


Si poteva temere il peggio: che nell’anno elettorale il Governo abbandonasse la linea di prudente gestione della finanza pubblica perseguita dal suo insediamento. Il pericolo sembra scampato. Il disegno di legge di bilancio conferma una graduale seppur lenta riduzione del deficit. Questo è il principale merito del Governo Meloni: aver migliorato lo stato dei conti pubblici. Farebbe bene il Governo a rivendicare questo merito con maggior energia. Riguardo alle misure specifiche annunciate, alcune meritano un plauso. Quanto all’imposta sui redditi delle persone, con l’innalzamento della soglia del secondo scaglione c’è un piccolo passo verso l’attenuazione di quella che rappresenta una vera anomalia italiana, con l’aliquota massima che si raggiunge già a livelli di reddito medio-bassi. Una novità positiva è anche la card di 300 euro concessa agli over 75 a basso reddito per pagare spese sanitarie non coperte dal Ssn. Con l’invecchiamento della popolazione, le innovazioni scientifiche e tecniche, la domanda di servizi sanitari tende ad esplodere. Non è ragionevole che questa domanda crescente sia interamente coperta dall’offerta di servizi sanitari pubblici. Già oggi chi può si rivolge anche all’offerta privata. Ora è consentito – almeno un po’ – anche a chi ha redditi minori. Riguardo al problema della carenza di case in affitto – in particolare accessibili ai giovani – da molte parti, dalla Spagna a Berlino, si vedono misure controproducenti, che prevedono limitazioni al diritto di proprietà e così finiranno per ridurre, non aumentare l’offerta di alloggi sul mercato.

Il Governo sembra scegliere la strada giusta: misure fiscali che incentivano i proprietari a concedere in locazione un proprio appartamento a giovani e studenti. Altre misure destano serie perplessità. Con l’innalzamento delle aliquote sui profitti di banche e assicurazioni – e non è la prima volta che accade – l’imposta sulle società diviene una strana imposta progressiva, con il chi e il quanto deciso di volta in volta dalla politica secondo le esigenze del momento. Precisamente il contrario di quanto servirebbe: imposta sui profitti moderata, prevedibile, stabile. Fra ampliamento della cosiddetta flat tax per gli autonomi, diverse aliquote su incrementi di reddito e altre amenità del genere, l’imposizione sui redditi diviene sempre più una sorta di abito di arlecchino, in cui ogni principio di equità orizzontale – a eguale reddito eguale imposta – va a farsi benedire. Sullo sfondo rimane la questione vera che attanaglia le finanze pubbliche di quasi tutti i Paesi sviluppati. Dopo l’ubriacatura del preteso Global Saving Glut e delle politiche monetarie che forzavano il tasso d’interesse in territorio negativo, si è tornati alla situazione prevalente in larga parte della storia delle economie di mercato: un tasso d’interesse superiore all’inflazione attesa, per semplicità diciamo di un paio di punti. Se la crescita potenziale di un Paese si attesta intorno all’1 per cento (in Italia, ad esempio, la manovra di bilancio confida di portare la crescita il prossimo anno dallo 0,6 allo 0,8 per cento) per evitare che il debito pubblico entri in un percorso esplosivo, sono necessari avanzi primari via via crescenti. Il disegno di legge di bilancio ne prende atto: sono previste spese per interessi in costante aumento, fino al 4,6 per cento del Pil nel 2028, e quindi avanzi primari anch’essi crescenti, fino a quasi il 2 per cento. Ciò vuol dire che i cittadini di oggi e di domani sono costretti a cedere allo Stato una parte dei propri redditi che eccede quanto lo Stato “concede” loro in termini di spesa per stipendi, pensioni, acquisti di beni e servizi, investimenti. Il nodo del conflitto intergenerazionale innestato dall’allegra spesa pubblica in deficit – che in molti inascoltati preannunciavano – è giunto al pettine. Senza voler apparire troppo economicisti, forse questa è una delle cause – non l’ultima – del disagio giovanile che si manifesta nelle piazze.

(*) Membro del comitato d’indirizzo dell’Istituto Bruno Leoni


di Natale D’Amico (*)