Elezione togati del Csm: era già tutto previsto

lunedì 2 novembre 2026


Era già tutto previsto
Fino al punto che sapevo
Che oggi tu mi avresti detto
Quelle cose che mi dici

Questi versi di Riccardo Cocciante sono un’adeguata colonna sonora per i recenti sviluppi delle vicende che riguardano la magistratura italiana.

Sette mesi sono passati dall’infausto esito del referendum costituzionale sulla giustizia. Come prevedibile, la vittoria del No ha avuto come effetto quello di mettere in soffitta qualsiasi non progetto ma persino discussione circa qualsivoglia problema della giustizia italiana. Come prevedibile, però, quei problemi che secondo i promotori rendevano necessaria una modifica costituzionale sono tutt’altro che spariti, anzi. La perfetta fotografia di ciò sono i risultati delle elezioni dei membri togati del Csm, tenutesi pochi giorni fa. In molti tra coloro che si sono spesi per le ragioni del Sì avrebbero voluto a propria disposizione un tasto flash forward per prospettare ai moderati indecisi − quelli delle questioni di lana caprina sugli specifici meccanismi del sistema del sorteggio − lo scenario odierno. Peraltro, questo scenario è una naturale conseguenza della vittoria del No, se non altro perché si tratta del mantenimento e, se possibile, rafforzamento dello status quo che tutti conoscevano e trasversalmente criticavano. Fa ancora più rabbia pensare che, di contro, gli orizzonti paventati a fronte della vittoria del Sì erano molto meno plausibili elucubrazioni fantasiose e spesso campate in aria.

Fatta questa doverosa premessa, analizzare i risultati delle ultime elezioni togate del Csm non vuole essere un saccente “ve lo avevamo detto”, bensì, è utile a rimembrare che l’annosa piaga dello strapotere delle correnti della magistratura è viva e lotta insieme a noi, più forte di prima. Si votava col contorto sistema elettorale introdotto dalla riforma Cartabia con l’intento − fallimentare − di attenuare la morsa del correntismo. Si era votato con questo sistema anche per l’ultima consiliatura che aveva dimostrato che non c’è legge elettorale che tenga: per accedere al Csm bisogna far parte di una corrente. Con i risultati di questo rinnovo, si può dire che due indizi fanno una prova. Di 20 membri del prossimo “organo di autogoverno” − definizione molto contestata − 19 apparterranno ad una corrente e sono stati eletti grazie all’appoggio della stessa. Il cuore della questione è qui: stando ai dati riportati dallo stesso ex presidente dell’Anm Cesare Parodi (dichiarazioni risalenti al febbraio 2026), solo poco più del 20 per cento dei magistrati è iscritto ad una corrente, di contro il 95 per cento degli eletti passa dalle liste correntizie. Nello specifico, 10 nuovi eletti provengono dalle correnti di sinistra, Area e Md, che per l’occasione hanno siglato un accordo di “desistenza” chiamato Autogoverno Diffuso. È andata quindi alla sinistra giudiziaria la vittoria della tornata.

A chi, però, parla di ritorno delle toghe rosse alla riscossa una cosa va detta. Il grande fraintendimento in cui si è caduti − spesso a destra − è che la politicizzazione della magistratura sia un problema di cui occuparsi solo per rimpiazzarlo con una lottizzazione di opposto colore. Alla prova dei fatti, gli esponenti di Magistratura Indipendente, la corrente moderata di centrodestra, sono andati incontro ad una debacle elettorale − solo 4 eletti − poiché dilaniata dalle posizioni assunte al suo interno in occasione del referendum. I due ultimi leader dell’Anm − il già citato Parodi e il subentrato Tango − sono infatti espressione di Mi, eppure le loro posizioni sul referendum e su tematiche affini sono indistinguibili da quelle del resto delle correnti. Il punto è, dunque, il pervasivo spirito di corpo che ha spento la ventata di cambiamento che si presumeva potesse arrivare quando − con un risultato storico − Fabio Pinelli (cdx) si era insediato alla vicepresidenza dell’ultimo Csm.

Inoltre, in tema di cambiamento, è evidentemente da accantonare − quantomeno per il momento − l’ipotesi di una magistratura che si “autoriforma”. Lo testimonia il fatto che la pregevole iniziativa del cartello “Altra Proposta” sia definitivamente naufragata. Nel 2022, questa lista di denuncia, composta soltanto da magistrati scelti col metodo del sorteggio, era riuscita a strappare un singolo eletto. A questo giro, invece, niente da fare: nessun componente della “corrente anticorrenti” è riuscito a sfondare questa odiosa barriera all’ingresso costituita dal supporto delle correnti. La stessa sorte è toccata agli altri candidati − 10 − non inseriti nei collegamenti formalizzati presso l’Ufficio elettorale centrale.

Ma c’è di più − e di peggio.

C’è un candidato che è riuscito ad essere eletto fuori dalle correnti “tradizionali”. Se si sommano, infatti, ai 10 già menzionati eletti di centrosinistra e ai 4 di Mi, i 5 eletti della corrente di centro Unità per la Costituzione, si arriva a 19, non a 20. E chi sarà mai questo eroe riuscito a scardinare il dominio dei gruppi storici? Sarà forse un candidato di protesta eletto in discontinuità con il passato? Tutt’altro… si tratta grottescamente di Cosimo Ferri, il cui nome risuonerà perfettamente a chiunque si sia imbattuto anche solo tangenzialmente nel racconto delle vicende del citato e stracitato caso Palamara.

Per ripercorrere la singolare affezione al potere e il susseguirsi di cariche ricoperte da Ferri ci vorrebbe un approfondimento a parte, ai più curiosi basterebbe farsi un giro sulla sua pagina Wikipedia. Ai fini del presente discorso basti sapere che Ferri era comodamente seduto a fianco a Luca Palamara in quella celeberrima cena all’Hotel Champagne, e non con un ruolo da comprimario: Ferri è, tra le molte altre cose, un ex sottosegretario del Ministero della Giustizia e ex segretario di Magistratura Indipendente. A lui è toccato un destino diverso rispetto a quello del commensale Palamara, radiato dalla magistratura. L’unica prova per condannarlo erano le intercettazioni a cui la Giunta per le Autorizzazioni del Parlamento non ha consentito l’accesso, non lasciando altra scelta alla Sezione Disciplinare del Csm che assolverlo. E quindi ecco che lo ritroveremo lì, ancora una volta, a decidere nomine e provvedimenti disciplinari.

Eppure, verrebbe provocatoriamente da dire che forse è più giusto così. A seguito di una vicenda in cui nessuno ha pagato e niente è cambiato, è forse più corretto che quei pochi epurati vengano reintegrati. Che non si dica più, però, che il caso Palamara è stato un isolato episodio di alcune devianti mele marce, poiché oggi si è scelto gattopardescamente di non cambiare nulla affinché tutto cambi. Ciò che è certo è che questa storia intrecciatissima e surreale di accordi e potere sia dannatamente interessante da raccontare e ascoltare. Se non fosse in gioco lo stato di salute di un ordine fondamentale dello Stato, ci sarebbe quasi da sperare che continui per vedere fin dove il grottesco si può spingere.


di Gaetano Gorgone