venerdì 30 ottobre 2026
La storia del palestinese Youssef Siher è emblematica: arriva in Italia per studiare e lavorare, ma continua a inneggiare ad Allah − specie dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 − senza alcuna intenzione di tornare a casa. L’Italia è evidentemente più bella. Il contrasto è forte con i tanti israeliani o ucraini che rientrano nelle loro città per difenderle. Nonostante la distanza, Youssef resta legato alla sua gente. Sotto i post di cordoglio per il pogrom più infame dal 1945 scrive Allahu Akhbar. Più recentemente, sostiene e forse organizza le mobilitazioni violente del 17 ottobre in Italia. È la mano straniera della quale parlano Salvini e il ministro della giustizia Carlo Nordio?
I DIFENSORI DI YOUSEF E SABRA E CHATILA
Non lo possiamo dire. Allora analizziamo la situazione, con una pillola di storia contemporanea.
Con un’ansia di giustificazione mal riposta, taluni hanno ricominciato ad accostare la strage di Sabra e Chatila al 7 ottobre 2023, in soccorso di Youssef. Ma il paragone appare inconsistente. Usciamo dalla retorica e vediamo cosa accadde in Libano tra il 16 e il 18 settembre 1982, prima e dopo. E ricordiamo che in ogni caso il parallelismo è sciocco: non si giustifica una crudeltà con un’altra.
BREVE STORIA DI SABRA E CHATILA
I campi di Sabra e Chatila, a Beirut, erano composti da profughi palestinesi che non avevano riconoscimento giuridico da parte del governo libanese. All’epoca, il controllo dei campi era suddiviso tra l’Olp di Arafat e altre fazioni, nemiche contemporaneamente dei siriani, dei cristiano-maroniti, di Israele, oltre a essere molto mal viste dal governo libanese. Negli anni ‘70 quelle milizie già lanciavano razzi dal Libano verso Israele. L’11 marzo 1978 un commando guidato da Abu Jihad realizza la “Strage della strada costiera”. Un commando palestinese uccise trentotto israeliani, dei quali tredici bambini. Altre decine furono i feriti.
Israele, con il premier Begin e il ministro della Difesa Sharon, decisero l’operazione Litani. Occuparono il sud del Libano, fino a Beirut. Gli Usa cucirono allora un accordo per salvare i 15.000 miliziani dell’Olp stretti a Beirut Ovest dall’esercito israeliano, assistito dalla Falange cristiano-maronita e dall’Esercito del Libano del Sud. L’intesa cadde quando Begin denunciò la presenza di altri duemila miliziani che non avevano lasciato la capitale libanese. La missione di pace Usa-Francia-Italia davanti a questi eventi, terminò undici giorni prima della scadenza.
Il governo israeliano concordò allora un piano con il presidente libanese Bashir Jemayel, cristiano-maronita. Prima della firma, Jemayel fu ucciso in un attentato con altri ventisei leader maroniti. I falangisti si prepararono alla vendetta. Gli israeliani, loro alleati, chiusero Sabra e Chatila, e lasciarono che i falangisti entrassero nei campi. Le milizie maronite uccisero 400 persone, secondo il governo libanese, 600 per la commissione d’inchiesta israeliana (che censurò i vertici dell’Idf) e 3.500 per la Croce Rossa Internazionale. Il responsabile diretto dell’eccidio non fu Israele, condannato dalla stampa mondiale per inazione, ma la Falange di Elie Hobeika.
Mentre il governo del Libano si indeboliva, i siriani sostennero i drusi e la milizia Amal contro i maroniti, che vennero spazzati via militarmente, con migliaia di vittime cristiane, letteralmente braccate. I siriani fornirono ad Amal anche le artiglierie per bombardare Sabra e Chatila, in funzione antipalestinese, nella successiva “Guerra dei campi”. In questa seconda fase, Amal e Siria provocarono, oltre alla strage dei maroniti sulle montagne, 3.876 morti e 6.787 feriti nei campi palestinesi. Altri duemila morti furono provocati da scontri tra palestinesi. Eppure, mentre Israele fu accusato di genocidio per “responsabilità indiretta” per la strage maronita nei campi, nessuna accusa fu mossa contro Amal, la Siria o l’Olp, nonostante la loro responsabilità diretta. La storia si ripete.
TORNIAMO A YOUSSEF
Il giovane Siher non parla di Sabra e Chatila, lo fanno i suoi difensori. Lui scrive Allah è il più grande in riferimento alla strage del 7 ottobre, consumatasi anch’essa attorno a una strada, la Route 232. Ed è anche tra gli incitatori delle proteste del 17 ottobre scorso. Arrestato per questa attività, è rimasto in silenzio davanti agli inquirenti. Il gip lo ha scarcerato per assenza di rischio di fuga, ma il processo prosegue. Nota a margine: il ragazzo si chiama Youssef, non Yousuf. La “u” fa molto black power e Africa profonda, un bianco difficilmente la userebbe. Piccole differenze razziste che esistono anche nel mondo musulmano.
LE PROTESTE IN ITALIA E IN EUROPA SONO ETERODIRETTE?
Se Yousef è innocente, le proteste di ottobre sono state ordinate dall’estero? Improbabile. Il periodo ottobre-dicembre, insieme a quello di marzo-aprile, è storicamente la finestra temporale rituale delle agitazioni studentesche. Sotto esami non si protesta mai. Non dobbiamo però dimenticare le guerre che coinvolgono Russia, Iran e Palestina. Le intromissioni straniere vanno date per scontate.
INTROMISSIONI IN ITALIA E FRANCIA
Finora all’Italia è andata bene: in Francia i giovani, per sfogare il proprio malessere, hanno dato fuoco a scuole, municipi, anche qualche professore. Da noi i ragazzi hanno distrutto qualche negozio, con sgomento dei proprietari. Qualcuno persino di fede filopalestinese (esattamente come alcune vittime del festival Nova). L’influenza estera è quindi possibile, ma un ordine diretto di esecuzione di violenze che parta da Teheran e Mosca sarebbe non solo improbabile, ma inutile. Eppure qualcosa c’è.
COSA ACCADRÀ DOMANI?
I segnali indicano una continuazione delle proteste. I sindacati minori e la Cgil si sono accorti improvvisamente della perdita di potere d’acquisto dei salari. Già lo scorso anno l’impoverimento di salariati e partite iva era evidente, ma la Cgil scelse lo sciopero generale per sostenere i palestinesi. La difesa dei redditi nasce quindi tardi e debolmente, senza piattaforme rivendicative serie. O la protesta o è guidata da incapaci o è vero che c’è un’influenza straniera disinteressata alla reale condizione degli italiani.
IL FUTURO SI LEGGE DAI FATTI INTERNAZIONALI
Proviamo a leggere i fatti più rilevanti. La Russia continua a sbarcare a Tobruk, in Libia, tonnellate di materiali per strutturare sei basi militari. Anche i commentatori italiani ammettono finalmente ciò che sosteniamo da tempo in questa rubrica: quelle basi hanno una funzione antieuropea e antiitaliana. I russi sono gli stessi registi della disinformazione in Europa, degli attacchi hacker contro ministeri, biblioteche, treni, banche e hanno stretto una forte alleanza con il mondo arabo, sia sunnita che sciita. Inoltre, sembrano avere in pugno Trump, il quale vaneggia di essere al centro del mondo mentre il resto del pianeta lo ridicolizza.
L’ITALIA TRA GUERRA E PACE
Stretta tra il caro carburanti, cercato dall’asse Trump-Putin attraverso le tensioni nello Stretto di Hormuz, il blocco di Bab el-Mandeb da parte dei miliziani filoiraniani Houthi, l’Italia deve chiarire chi siano gli amici e chi i nemici. Per semplificare: chi sta con i russi e i loro alleati del terrore, a cominciare dall’Iran, è un nemico. Compresa la premessa, il punto è come mantenere la pace. Ed è a questo che serve investire in sicurezza e armi, oltre che sostenere l’Ucraina.
COSA DOVREBBE FARE IL GOVERNO
Se il governo deciderà di affidarsi anche a una solida politica economica che affronti le questioni di emergenza reddituale, con il taglio di incentivi assurdi, gli sprechi infami, l’incapacità di dotarsi di una politica economica solida, come da tradizione degli ultimi trent’anni, con la sola parentesi di Draghi, meglio.
RUSSIA E IMPOVERIMENTO STANNO INSIEME
In tutto questo, il giovane islamista Youssef, silenzioso istigatore di masse, va inserito un contesto nel quale lui è marginale, che ne sia consapevole o meno. Ancora una volta, Israele, in tutto ciò, c’entra davvero poco. Se non per la solita funzione di capro espiatorio che cade fatalmente sugli ebrei da almeno tremila anni. I problemi di oggi sono la lotta alla povertà e alla Russia. E sono questioni strettamente legate tra loro.
di Claudio Mec Melchiorre