I primi effetti della nuova legge elettorale e i Frankenstein della democrazia

giovedì 29 ottobre 2026


La nuova legge elettorale approvata l’8 ottobre 2026, battezzata “Stabilicum”, avrebbe dovuto, nelle intenzioni dichiarate dai suoi promotori, semplificare il quadro politico, restituire stabilità alle istituzioni e garantire ai cittadini una scelta chiara e trasparente. A poche settimane dal suo varo e dalla sua entrata in vigore il 24 ottobre, tuttavia, i fatti stanno già dimostrando il contrario. Stanno svelando le prime, profonde crepe di un sistema che sembra progettato più per tutelare la sopravvivenza del ceto politico che per rappresentare la volontà popolare. Il sintomo più evidente e allarmante di questo fallimento precoce è il proliferare improvviso, quasi geometrico, di nuovi gruppi parlamentari e componenti nelle aule di Camera e Senato.

Non si tratta di scissioni ideologiche, né della nascita di coraggiose visioni alternative per il futuro del Paese. La realtà è molto più cinica. Sigle minuscole, partiti che i sondaggi collocano ben al di sotto dello zero virgola e formazioni fantasma si stanno aggregando in geometrie variabili al solo scopo di aggirare i paletti della nuova norma. Come sottolineato da diversi politologi e analisti istituzionali, il brusco innalzamento dei requisiti per le nuove formazioni – che quadruplica le firme necessarie per ogni collegio portandole a seimila per chi è fuori dai Palazzi – ha innescato un effetto perverso. La legge, nel tentativo di blindare l’accesso alle schede, ha finito per incentivare il meccanismo opposto. Ha trasformato le Camere in un mercato all’ingrosso di simboli e firme. Resta infatti esentato dall’obbligo di raccolta chi ha costituito un gruppo entro scadenze precise o gode di deroghe speciali. I neonati cartelli parlamentari non nascono per governare o per proporre leggi. Esistono esclusivamente come veicoli giuridici per garantire l’esenzione logistica o per accedere ai finanziamenti e agli spazi televisivi in vista delle prossime elezioni.

Questa reazione febbrile del Parlamento non è altro che la risposta con anticorpi dopati a una democrazia malata. Quando le regole del gioco democratico vengono alterate artificialmente per via legislativa, i partiti che temono l’estinzione non cercano il consenso nel Paese. Si difendono secernendo espedienti burocratici dentro le istituzioni. È un paradosso grottesco. Per salvare se stessa dall’irrilevanza, la politica frammentata attiva una risposta immunitaria patologica, creando laboratori di ingegneria parlamentare che drogano la rappresentanza prima ancora che i cittadini si rechino alle urne. Il risultato è la nascita di veri e propri “gruppi Frankenstein”, composti da parlamentari eletti sotto bandiere diverse che oggi si uniscono sotto un unico tetto per mere ragioni di sopravvivenza.

La storia politica del nostro Paese, d’altronde, ci insegna che il vizio d’origine è duro a morire. Fin dall’Ottocento, da quando Agostino Depretis formalizzò il “trasformismo” come metodo di governo per stemperare le opposizioni, l’aula parlamentare italiana ha dimostrato una straordinaria capacità di liquefare le identità ideologiche in nome della gestione del potere. Quella che all’epoca di Depretis e poi di Giovanni Giolitti era una raffinata, seppur cinica, strategia di stabilizzazione governativa, si è tradotta nei decenni in una patologia endogena. Il politologo Gianfranco Pasquino ha spesso ricordato come i sistemi elettorali scritti male non facciano altro che moltiplicare i mercanti di seggi, frammentando i partiti anziché aggregarli. La stessa evoluzione dottrinale evidenzia come il declino dei tradizionali partiti di massa abbia ridotto i gruppi parlamentari a comitati d’affari elettorali, dove il divieto di mandato imperativo – nato a tutela della libertà del deputato – viene abusato e distorto per giustificare il più spudorato cambio di casacca.

Il danno per i cittadini è duplice e immediato. Da un lato, assistiamo al totale svilimento del mandato, con parlamentari che si spostano non per convinzione, ma per calcolo di scuderia. Dall’altro, gli elettori si troveranno sulla scheda i medesimi volti e le medesime micro-sigle che la riforma si proponeva di superare, ma nascosti dietro nuove formule di comodo che confonderanno ulteriormente l’elettorato. Eppure, nonostante le evidenti storture tattiche dell’immediato, siamo comunque sulla strada giusta. La spinta verso una razionalizzazione del sistema e la reintroduzione del voto di preferenza – seppur temperata dai capilista bloccati – indicano la volontà di superare le paludi del passato. I sotterfugi di questi giorni non sono il fallimento della transizione, ma l’ultimo, disperato colpo di coda di un vecchio modo di fare politica che fatica ad arrendersi alla modernità. Se il fine della legge rimane la chiarezza stagna, il Parlamento dovrà presto purificarsi da queste risposte immunitarie drogate, affinché la prossima campagna elettorale sia un confronto di idee per il bene comune e non una sfilata di scatole vuote riempite all’ultimo minuto.


di Leonardo Raito