giovedì 29 ottobre 2026
La presentazione, del 21 ottobre scorso, delle “Schede per la conoscenza dell’Islam”, promosse dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in collaborazione con il Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica (PISAI) e con la partecipazione di rappresentanti delle organizzazioni islamiche presenti in Italia, segna un passaggio politicamente e culturalmente significativo.
La presenza del cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI e la scelta dell’Ambasciata italiana presso la Santa Sede quale sede dell’iniziativa conferiscono all’evento una rilevanza istituzionale che supera la dimensione di una semplice operazione divulgativa.
Proprio questa combinazione impone una valutazione rigorosa del progetto, dei suoi obiettivi e delle sue conseguenze sull’identità cristiana, sulla libertà educativa e sul rapporto tra religione e ordinamento democratico.
La prima criticità riguarda la sede, perché l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede rappresenta le istituzioni della Repubblica in un contesto diplomatico di particolare delicatezza.
Per quanto ospitare in tale cornice la presentazione di un progetto ecclesiale dedicato all’Islam non costituisce, di per sé, una violazione istituzionale, tuttavia, la scelta comunica un preciso segnale di legittimazione e vicinanza, soprattutto quando l’iniziativa coinvolge organizzazioni impegnate nel dibattito sul riconoscimento ufficiale delle comunità islamiche.
La diplomazia culturale non può trasformarsi in una rappresentazione a senso unico del pluralismo religioso, né può trascurare la necessità di verificare la compatibilità delle posizioni sostenute dai diversi interlocutori con i principi costituzionali italiani.
La questione non è negare la necessità di conoscere l’Islam, perché la conoscenza delle religioni è uno strumento indispensabile per comprendere la società contemporanea, prevenire i conflitti e contrastare ogni forma di discriminazione.
Il problema nasce quando la conoscenza viene costruita attraverso una narrazione prevalentemente rassicurante, nella quale le contraddizioni storiche, le interpretazioni integraliste e le limitazioni delle libertà individuali rischiano di essere relegate ai margini.
Un progetto educativo serio deve distinguere tra Islam come tradizione religiosa plurale, comunità musulmane, interpretazioni teologiche e movimenti politico-religiosi.
Soprattutto, deve evitare che il desiderio di favorire il dialogo finisca per attenuare l’analisi critica dei fenomeni che eliminano la libertà.
Il presidente della CEI ha presentato la conoscenza condivisa come alternativa allo scontro di civiltà, stigmatizzando le rappresentazioni mediatiche ritenute islamofobe.
Però, il contrasto al pregiudizio non può diventare una formula per delegittimare ogni critica all’Islam politico, al fondamentalismo o alle pratiche incompatibili con i diritti fondamentali.
La libertà di espressione comprende anche il diritto di denunciare le discriminazioni religiose, la subordinazione delle donne, le conversioni ostacolate e le persecuzioni dei cristiani.
Un giornalismo libero non deve alimentare l’odio, ma neppure accettare che l’accusa di islamofobia diventi uno strumento per sottrarre determinate dottrine e organizzazioni al confronto pubblico.
Le undici schede, destinate anche agli insegnanti e agli studenti dell’insegnamento della religione cattolica, vengono presentate come uno strumento sintetico per illustrare storia, teologia, presenza sociale dell’Islam e convergenze e divergenze con il cristianesimo.
La credibilità di un sussidio educativo si misura soprattutto nella capacità di rappresentare le differenze interne alle tradizioni religiose e di affrontarne senza reticenze gli aspetti controversi.
La definizione di un Islam “autentico” non può dipendere soltanto dalla selezione delle interpretazioni ritenute più conciliabili con le sensibilità occidentali.
I dati internazionali sulla libertà religiosa documentano gravi persecuzioni anticristiane in numerosi Paesi a maggioranza musulmana.
Sebbene, non sia corretto sostenere che ogni Paese islamico sia privo di qualsiasi libertà religiosa, perché le situazioni giuridiche e politiche sono differenti, è però altrettanto inaccettabile minimizzare la gravità delle legislazioni discriminatorie, delle conversioni punite o ostacolate, delle pressioni sociali e delle violenze perpetrate in nome della religione islamica.
La questione assume particolare rilievo anche in Italia, in quanto il rispetto della libertà religiosa non comporta l’accettazione di ordinamenti paralleli, di forme coercitive di controllo sociale o di prassi che comprimano l’autodeterminazione individuale.
Ogni eventuale iniziativa di giustizia arbitrale o mediazione di matrice religiosa deve essere valutata alla luce delle norme italiane, del consenso effettivo delle parti e dei diritti indisponibili, senza che l’appartenenza religiosa possa diventare una giustificazione per derogare ai principi dell’ordinamento.
Inoltre, è proprio qui che la lezione del cardinale Giacomo Biffi, già arcivescovo di Bologna, conserva una forza profetica.
Nella sua riflessione pastorale del settembre 2000, Biffi invitava a considerare seriamente le conseguenze culturali e demografiche dell’immigrazione e a non confondere l’accoglienza con la rinuncia alla propria identità.
La sua celebre affermazione secondo cui “l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana” esprimeva una visione netta della necessità di preservare la matrice cristiana della civiltà europea.
Al di là della formulazione volutamente drastica, il punto centrale rimane attuale: una società non costruisce una convivenza autentica cancellando le proprie radici, ma confrontandosi con le altre culture a partire dalla consapevolezza dei propri principi.
Il confronto con la linea di Zuppi appare dunque evidente, Biffi richiamava la necessità di una valutazione realistica delle differenze culturali e religiose, invece l’iniziativa della CEI rischia di privilegiare una pedagogia dell’incontro nella quale la critica delle incompatibilità viene percepita come un ostacolo, anziché come una componente necessaria della conoscenza.
Il dialogo autentico richiede reciprocità, perché non basta che le istituzioni cattoliche illustrino l’Islam ai fedeli cristiani, mentre in diversi contesti a maggioranza musulmana la predicazione cristiana, la costruzione di luoghi di culto o la conversione incontrano restrizioni severe.
La libertà religiosa non può essere un principio a geometria variabile, applicato con rigore in Europa e sacrificato altrove sull’altare delle convenienze politiche.
La CEI ha certamente il diritto di promuovere iniziative di studio e dialogo, ma tale facoltà non esonera i suoi vertici dalla responsabilità di assicurare pluralismo critico, trasparenza metodologica e piena attenzione alle vittime delle persecuzioni religiose.
La Chiesa non può limitarsi a rassicurare sulle convergenze, lasciando in secondo piano le divergenze che incidono sulla dignità umana, sulla libertà di coscienza e sull’uguaglianza tra uomo e donna.
La carità cristiana non coincide con l’acquiescenza culturale, così come la pace non coincide con il silenzio sulle violazioni dei diritti.
La scelta di presentare il progetto in una sede diplomatica italiana presso la Santa Sede, con il coinvolgimento dei vertici ecclesiastici e dei rappresentanti islamici, avrebbe richiesto un impianto comunicativo capace di mettere al centro non soltanto l’incontro, ma anche la reciprocità e la libertà religiosa.
In assenza di un confronto pubblico altrettanto incisivo sulle persecuzioni anticristiane, sulle restrizioni alla conversione e sulle pressioni esercitate in nome di interpretazioni religiose integraliste islamiche, l’iniziativa rischia di apparire sbilanciata e di offrire un’immagine incompleta della realtà.
La convivenza si costruisce attraverso il rispetto reciproco, la tutela delle minoranze e la difesa senza eccezioni dei diritti fondamentali.
Al postutto, l’eredità di Biffi richiama la responsabilità di custodire l’identità cristiana senza trasformarla in ostilità verso gli altri, mentre la linea di Zuppi diventa tanto pericolosa quanto perniciosa quando prevede che il dialogo debba diventare un fine autosufficiente e la denuncia delle asimmetrie religiose debba essere considerata un sospetto pregiudizio.
di Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno