mercoledì 28 ottobre 2026
Analisi di una sentenza che ha fatto discutere: quando un giudice sceglie le prove al posto delle suggestioni, finisce per pagare il prezzo della solitudine.
Fino a poco tempo fa, il nome di Santi Bologna diceva poco o nulla al di fuori delle aule di tribunale. È un giudice per le indagini preliminari (Gip): in parole semplici, il magistrato che ha il compito più ingrato e silenzioso del nostro sistema penale. Non è il pubblico ministero che cerca i colpevoli, né il giudice che emette la condanna finale; è il “garante”, colui che esamina le carte delle indagini e decide se ci sono prove concrete per mandare qualcuno a processo o se, al contrario, bisogna archiviare tutto perché il castello delle accuse non sta in piedi.
Sulla scrivania di Bologna è arrivato uno dei faldoni più pesanti e divisivi della storia recente d’Italia: il dossier Mafia-Appalti, un’inchiesta monumentale sui presunti legami tra criminalità organizzata, grandi affari e i misteri della stagione delle stragi del 1992.
Il risultato è un’ordinanza di 644 pagine. Non un foglio frettoloso, ma un’analisi minuziosa, costruita con il rigore del codice e la pazienza di chi ha passato al setaccio decenni di verbali, date e testimonianze.
PERCHÉ QUELL’ARCHIVIAZIONE HA FATTO COSÌ RUMORE?
In Italia siamo abituati a pensare che di fronte a grandi inchieste ci debbano essere per forza grandi colpevoli da sbattere in prima pagina. Ma il lavoro di un giudice non segue le aspettative della piazza o i copioni dei talk-show.
Cosa ha fatto in sintesi Santi Bologna? Ha cercato le prove, non le suggestioni. Nelle sue 644 pagine, il Gip ha spiegato che, analizzando le accuse e le condotte passate al vaglio, mancavano gli elementi solidi indispensabili per reggere un vero processo.
Ha diviso la storia dai fatti giudiziari: ha esaminato il ruolo delle istituzioni nel 1992, ricordando che un conto sono le ricostruzioni storiche e le zone d’ombra della nostra Repubblica, un conto è il diritto penale, che per mandare a giudizio una persona ha bisogno di riscontri oggettivi e non di ipotesi.
Quando un magistrato scrive che “non ci sono le prove sufficienti”, in un Paese abituato ai dogmi e alle tifoserie, si scatena il finimondo.
LA SPACCATURA: QUANDO LA MAGISTRATURA NON FA QUADRATO CON I DOGMI
La particolarità di questa vicenda è che non si è limitata a dividere l’opinione pubblica, ma ha fatto emergere una crepa profonda anche all’interno della stessa magistratura.
A dimostrarlo è stata la presa di posizione ufficiale dell'Associazione Nazionale Magistrati (Anm) di Caltanissetta, che è intervenuta pubblicamente per difendere il lavoro svolto dal Gip. Un segnale tutt’altro che banale: ha dimostrato che all’interno delle toghe esiste una parte consistente di giudici stanchi delle pressioni mediatiche, determinati a difendere l’autonomia di chi lavora lontano dai riflettori e non si sente obbligato ad accontentare le narrazioni dominanti.
UNA FINE AMARA: IL PREZZO DI FARE IL PROPRIO DOVERE
Alla fine, cosa ci lascia questa storia? Ci lascia la certezza che il vero banco di prova dello stato di diritto si misura nei momenti di maggiore solitudine. Santi Bologna ha fatto semplicemente il proprio mestiere: ha preso una montagna di carte, ha applicato la legge e ha detto chiaramente che, dopo trent’anni, non si può celebrare un processo basandosi sulle aspettative o sulla forza di una narrazione mediatica.
Eppure, la risposta che ha ricevuto non è stata la riflessione pacata, ma il fuoco incrociato. È l’aspetto più amaro di questa vicenda: in un Paese che continua a invocare la giustizia, si finisce regolarmente per crocifiggere quei giudici che la giustizia la applicano davvero, freddamente, senza cedere alla tentazione di compiacere la piazza.
Quando fare il proprio dovere diventa un atto di coraggio che ti isola, a perdere non è solo il giudice, ma la credibilità dell’intero sistema.
di Alessandro Cucciolla