martedì 13 ottobre 2026
Mentre il dibattito pubblico italiano s’incaglia spesso in passerelle commemorative e retorica di maniera, c’è una verità ruvida che continua a bussare alla porta della storia recente. Le recenti dichiarazioni del presidente della Commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo, non sono semplicemente un aggiornamento di cronaca giudiziaria o politica: rappresentano una crepa profonda nel muro di gomma che da trentaquattro anni avvolge i fatti del 1992.
Parlare oggi di Roberto Scarpinato e della controversa archiviazione del dossier “Mafia-Appalti” disposta a suo tempo dal Gip Santi Bologna non significa fare dell’archeologia giudiziaria. Significa mettere le mani nel cuore pulsante del motivo per cui l’Italia, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, non ha ancora chiuso i conti con i propri fantasmi.
IL CORTOCIRCUITO: SCARPINATO E IL DOSSIER “MAFIA-APPALTI”
Per capire la portata delle parole di Chiara Colosimo, occorre fare un passo indietro e guardare quel dossier firmato dai Ros dei carabinieri (Mario Mori e Giuseppe De Donno) che Paolo Borsellino considerava centrale.
L’accelerata fatale: Borsellino comprese che la convergenza tra mafia, grande imprenditoria e centri di potere politico-finanziario era la chiave per decifrare l’attacco allo Stato. La domanda che grava come un macigno su questi decenni è drammaticamente semplice: perché tutta questa fretta nell’eliminare Paolo Borsellino a soli 57 giorni da Giovanni Falcone?
L’ARCHIVIAZIONE LAMPO
Il dossier “Mafia-Appalti” venne inviato alla richiesta di archiviazione proprio nei giorni immediatamente precedenti o coincidenti con la strage di via D’Amelio, per poi essere definitivamente archiviato dal Gip Santi Bologna il 14 agosto 1992.
IL NODO SCARPINATO
La figura di Roberto Scarpinato − all’epoca magistrato nel pool e oggi componente della stessa Commissione Antimafia − si trova al centro di un cortocircuito istituzionale e politico. Come può un protagonista di quella stagione giudiziaria esaminare con distacco e terzietà gli atti e le scelte operative che riguardano da vicino i depistaggi e le omissioni di quella stagione?
IL QUADRO AGGHIACCIANTE: COSA CONFERMANO LE PAROLE DI CHIARA COLOSIMO?
La presa di posizione di Chiara Colosimo rompe il galateo dell’autocensura istituzionale e conferma un quadro che si fa di giorno in giorno più inquietante. Le sue parole mettono a nudo alcune evidenze che molti preferirebbero continuare a sotterrare.
Il depistaggio come sistema: l’uccisione di Paolo Borsellino non fu un mero atto di vendetta criminale della sola Cosa Nostra. Fu un’esecuzione d’emergenza, accelerata per impedire che il magistrato arrivasse a svelare le complicità eccellenti e l’intreccio economico-politico del dossier appalti.
Lo scontro sulle responsabilità civili e politiche: mettendo in luce le ombre sulla gestione di quelle indagini, l’Antimafia dimostra che il “più grande depistaggio della storia repubblicana” (come definito dai giudici per il falso pentito Scarantino) parte da lontano e ha radici piantate all’interno dello stesso apparato statale.
“Ricercare la verità sulla strage di via D’Amelio significa accettare il rischio di demolire santuari che per oltre tre decenni sono rimasti intoccabili”.
TASSELLI DI UN MOSAICO CHE FA PAURA
I trentaquattro anni trascorsi da quell’estate di sangue non hanno sbiadito i dubbi; al contrario, hanno fornito nuovi tasselli che vanno a comporre un mosaico agghiacciante. Un mosaico fatto di condizionamenti, dossier spariti, verbali secretati, agende rosse sottratte e un’incredibile catena di “sviste” ed errori investigativi.
La Commissione guidata da Chiara Colosimo sta provando a muoversi in questa miniera vagante. Lo sta facendo tra mille difficoltà, attacchi incrociati e accuse di strumentalizzazione politica.
Ma la ricerca della verità non può avere colori di partito o tutele di casta: o è totale, o è complicità.
L’AUSPICIO DEGLI ITALIANI LIBERI
Cosa ci dice, in definitiva, la ferma presa di posizione del presidente dell’Antimafia?
Ci dice che c’è una parte d’Italia che non si accontenta delle verità di comodo o delle cerimonie di facciata.
È la voce degli italiani liberi dai condizionamenti dei poteri forti, di chi vuole guardare in faccia la realtà, anche quando questa si rivela indicibilmente sporca.
Sapere perché Paolo Borsellino dovette morire con quella furiosa accelerazione non è una curiosità storica: è il debito d’onore che lo Stato deve ai suoi cittadini.
La strada per completare questo mosaico è ancora lunga e piena di ostacoli, ma accendere i riflettori sui punti ciechi della storia giudiziaria italiana è l’unico modo per spazzare via le ombre che ancora gravano sulla nostra democrazia.
di Alessandro Cucciolla