giovedì 8 ottobre 2026
C’è una crepa nell’affresco dell’antimafia militante, e non è più possibile nasconderla dietro il paravento dei soliti slogan di rito. La presa di distanze dell’Anm di Caltanissetta - unitamente agli interventi di Unicost, della Consulta dei Giovani di Magistratura Indipendente e alla richiesta di una pratica a tutela dinanzi al Csm - non è soltanto un episodio di cronaca giudiziaria o uno strappo corporativo. È la scossa tellurica di un paradigma che crolla.
Quando le toghe nissene scelgono di marcare il confine e respingere con fermezza le invettive dell’ex magistrato e oggi senatore Roberto Scarpinato contro il Gip Santi Bologna, accade qualcosa di inusitato: è la giurisprudenza reale che chiede conto alla narrazione dogmatica.
L’ANOMALIA DEL MITO
Per decenni, una certa iconografia giudiziaria ha costruito la figura del “magistrato vate”: inattaccabile, depositario di una verità etica prima ancora che processuale, super-testimone di una storia repubblicana scritta sempre da altri e sempre nel buio. Quando Roberto Scarpinato è passato dalle aule di giustizia agli scranni del Parlamento, ha portato con sé questa dote di intoccabilità istituzionale.
Ma cosa succede quando quel medesimo metodo - fatto di suggestioni morali, teoremi oracolari e insofferenza per la verifica empirica dei fatti - impatta contro la cruda concretezza di un provvedimento giudiziario? Succede quanto accaduto a Caltanissetta. Un giovane giudice per le indagini preliminari osserva le carte, analizza le dinamiche (a partire dal delicatissimo filone Mafia-Appalti e i contatti tra il senatore e l’ex Pm Natoli) e mette nero su bianco giudizi di merito severissimi, arrivando a parlare di un’operazione “depistante”.
La reazione di Scarpinato non è stata la difesa tecnica del cittadino o la compostezza del parlamentare, bensì l’arroccamento dell’inquisitore offeso: l’accusa al Gip di “falsità” e di essersi fatto braccio armato del “bullismo istituzionale”.
LA FRATTURA CORAGGIOSA DELL’ANM
È qui che la vicenda esce dal canovaccio prevedibile della politica e diventa “fuori dal coro”. La reazione della magistratura associata non è andata a protezione del blocco di potere antico, bensì a tutela del giudice di merito. L’Anm e le sue componenti associative non hanno difeso l’ex collega “illustre”, la icona del pantheon antimafia. Hanno scelto di difendere un principio costituzionale fondamentale: l’indipendenza del giudice singolo da qualsiasi forma di pressione, compresa - e soprattutto - quella esercitata da chi indossa la veste dell’Eroe della Legalità.
Veder richiamare all’equilibrio e al rispetto istituzionale un politico che per quarant’anni ha rappresentato la pubblica accusa è il segno che il Re è nudo. Chi ha fondato la propria carriera sull’idea che i provvedimenti dei magistrati vadano sempre rispettati (quando colpiscono gli avversari), non può trasformare un Gip in un “depistatore” o in un “falsario” non appena la penna del giudice traccia righe sgradite.
IL TRAMONTO DEI “PROFESSIONISTI DELLA VERITÀ”
Sciascia, con profetica lungimiranza, aveva intuito i rischi dell’antimafia trasformata in carriera o in categoria dello spirito. Oggi assistiamo al capitolo finale di quel processo. La distanza presa dai magistrati di Caltanissetta ci dice che la Verità processuale si fa sui fatti e sulle carte, non nelle aule parlamentari o negli show televisivi. Nessuno è immune dal vaglio della legge. Neanche chi ha fatto della legalità un brand politico.
Il rispetto per la magistratura non è a carte correnti. Non si invocano i giudici come martiri quando emettono sentenze gradite per poi bollarli come incompetenti o “asserviti” quando scoperchiano zone d’ombra personali.
La nota delle toghe nissene non è solo una presa di distanze formale. È un atto di liberazione della Magistratura dalla retorica dell’Antimafia di spettacolo. È il momento in cui i giudici della porta accanto, quelli che lavorano nell’ombra delle procure di provincia senza riflettori, dicono a chi sta sui pulpiti: “Qui si applica il diritto, non il mito. E davanti alla legge, le vostre medaglie non contano nulla”.
di Alessandro Cucciolla