lunedì 5 ottobre 2026
Un artigiano assume un dipendente in più, supera una soglia stabilita dalla legge e, improvvisamente, rischia di non essere più un artigiano. Non perché abbia cambiato mestiere, non perché la sua impresa abbia cessato di produrre nello stesso modo, non perché sia diventata una multinazionale, ma perché è cresciuta. È uno dei piccoli paradossi italiani: per anni abbiamo spiegato alle nostre imprese che dovevano crescere, strutturarsi, assumere, diventare più competitive. Poi, quando qualcuna lo fa, scopre che crescere può significare perdere la propria identità giuridica.
È attorno a questo nodo che il governo sta lavorando alla riforma della legge quadro sull’artigianato del 1985. Quarant’anni sono molti, soprattutto se in mezzo ci sono stati la globalizzazione, Internet, l’euro, due crisi finanziarie, una pandemia, l’intelligenza artificiale e una trasformazione radicale dei modi di produrre. L’idea è consentire alle imprese artigiane, in particolare a quelle con una storia consolidata, di aumentare il numero degli occupati senza perdere automaticamente la qualifica di impresa artigiana.
La questione potrebbe sembrare tecnica. Non lo è affatto. Dietro una soglia numerica si nasconde una domanda molto più interessante: quando un’impresa cresce, deve necessariamente diventare un’altra cosa?
Confindustria ha espresso forti perplessità sulla riforma. Il timore è che l’allargamento dei limiti dimensionali finisca per creare una zona di concorrenza asimmetrica fra imprese che operano nello stesso mercato ma sono sottoposte a regole differenti. Sul tavolo ci sono il costo del lavoro, i contributi, i trattamenti salariali e, più complessivamente, gli effetti sui conti pubblici. È un’obiezione che ha una sua consistenza: se due aziende hanno dimensioni analoghe e competono per gli stessi clienti, bisogna capire fino a che punto sia ragionevole che appartengano a universi normativi differenti.
Confartigianato, Cna e Casartigiani guardano naturalmente la questione dall’altra parte. Sostengono che impedire a un’impresa artigiana di crescere per paura che perda il proprio status significa costruire un incentivo alla piccolezza. Un’azienda che funziona, trova mercato e avrebbe bisogno di assumere dovrebbe poterlo fare senza essere costretta a scegliere fra lo sviluppo e la propria natura.
Giorgia Meloni ha sintetizzato questa impostazione parlando della possibilità di crescere conservando la propria peculiarità. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha invece richiamato, tra gli altri aspetti, la differenza salariale esistente fra i diversi sistemi contrattuali. Sono due punti di osservazione differenti sullo stesso problema, ed è precisamente questa distanza a rendere la discussione interessante. Perché forse il punto non è stabilire chi abbia diritto a una protezione in più. È chiedersi perché in Italia la crescita debba quasi sempre coincidere con un cambio di categoria.
Abbiamo costruito un sistema nel quale le definizioni amministrative rischiano di precedere la realtà: prima decidiamo che cosa sia un’impresa, poi pretendiamo che l’impresa continui ad assomigliare alla definizione che le abbiamo assegnato. Una concezione liberale dell’impresa dovrebbe partire dal movimento opposto. L’impresa nasce dall’iniziativa di qualcuno, cambia, assume persone, attraversa generazioni, trova nuovi mercati e qualche volta cresce molto. La libertà d’impresa non consiste soltanto nella possibilità di aprire un’attività. Consiste anche nella possibilità di decidere che cosa diventare senza essere costretti, a ogni passaggio dimensionale, ad abbandonare ciò che si era. Naturalmente questo non significa inventare privilegi permanenti. Se la riforma producesse vantaggi contributivi o contrattuali ingiustificati per aziende ormai sostanzialmente industriali, il problema posto da Confindustria sarebbe reale. Ma la risposta non può essere nemmeno congelare l’artigianato dentro una fotografia del 1985. Bisogna distinguere tra dimensione e natura dell’impresa, perché non sempre le due cose coincidono.
C’è poi una questione che va oltre questa legge. L’Italia ha trascorso decenni a considerare la piccola dimensione delle proprie aziende come una debolezza strutturale. Abbiamo chiesto loro di aggregarsi, capitalizzarsi, esportare, assumere manager, investire in tecnologia. È curioso che proprio nel momento in cui alcune provano a farlo compaia il rischio di una specie di espulsione dalla loro storia. Forse, allora, dopo avere domandato per trent’anni alle piccole imprese italiane perché non diventassero grandi, potremmo cominciare a porre anche la domanda opposta alle grandi: che cosa avete dovuto perdere per diventarlo?
di Fabio Cavallari