venerdì 2 ottobre 2026
Tra deroghe, limiti e incognite, le contraddizioni di un provvedimento essenzialmente comunicativo e difficile da applicare
Il decreto-legge varato dall’esecutivo per imporre il tetto del 30 per cento agli alunni stranieri nelle classi viene presentato come la panacea di tutti i mali, l’unica soluzione possibile per risollevare le sorti della scuola italiana e cancellare una volta per tutte il problema delle cosiddette “classi-ghetto”. A smentire questa narrazione emergenziale, però, sono gli stessi dati ufficiali del Ministero dell’Istruzione, che certificano come la presenza di alunni stranieri si attesti, nella stragrande maggioranza dei casi, su percentuali contenute e come le situazioni in cui si supera la soglia del 30 per cento siano in realtà circoscritte e minoritarie.
Non solo. Dietro gli effetti sensazionalistici di questa retorica muscolare si celano anche una serie di evidenti contraddizioni.
La prima riguarda il tempismo. Ricorrere a un decreto-legge – uno strumento normativo che presuppone casi straordinari di necessità e urgenza – a scuola già iniziata, quando il fenomeno era noto da tempo e quando, peraltro, diverse disposizioni sono destinate a trovare applicazione soltanto dal prossimo anno scolastico, solleva più di un interrogativo sulla reale necessità di un intervento emergenziale. Se il problema fosse stato davvero strutturale e urgente, sarebbe stato necessario intervenire con una programmazione amministrativa adeguata, mesi prima dell’inizio dell’anno scolastico, e non a lezioni già avviate.
Il provvedimento mostra poi un evidente cortocircuito logistico, legato alle deroghe e alla realtà demografica dei territori. Il testo esclude, opportunamente, dal computo gli alunni nati in Italia o che abbiano frequentato la scuola dell’infanzia. In questi casi, dunque, il problema del tetto non si pone. Laddove, invece, la soglia dovrebbe trovare applicazione, la norma rischia di scontrarsi con una difficoltà ben più concreta: in molti casi mancano aule, spazi e risorse per procedere a una redistribuzione degli studenti.
C’è poi un ulteriore elemento da considerare: stiamo parlando spesso di bambini di sei o sette anni che frequentano la scuola primaria. Pensare di spostarli in altri quartieri o addirittura in altri Comuni significa ignorare le condizioni concrete delle famiglie, dagli orari di lavoro dei genitori alle difficoltà di trasporto, fino alle esigenze specifiche dei minori. Non basta fissare una percentuale sulla carta se poi non esistono le condizioni materiali per applicarla.
È proprio qui che sarebbe stato necessario un intervento diverso: investire maggiormente nell’insegnamento dell’italiano L2, rafforzare le risorse destinate alle scuole maggiormente esposte alla complessità linguistica e culturale e introdurre figure professionali dedicate all’integrazione e alla mediazione. Strumenti strutturali, insomma, invece di una misura che rischia di spostare il problema da una classe all’altra senza affrontarne veramente le cause.
A completare il quadro si aggiunge la norma sul divieto di burqa e niqab per le studentesse a scuola. Una disposizione che appare difficilmente riconducibile a un’emergenza concreta del sistema scolastico italiano, data la percentuale quasi inesistente di casi di ragazze che li indossano a scuola, e che rischia di trasformare in questione nazionale una fattispecie estremamente marginale.
In tutto questo, si dimentica un principio elementare: la scuola dovrebbe servire a costruire ponti, non a erigere barriere. Misure di questo tipo rischiano di appesantire il clima all’interno delle classi, facendo sentire alcuni studenti stranieri meno accolti, meno considerati o addirittura non pienamente accettati. E quando si parla di bambini e adolescenti, che oggi hanno accesso ai social network e apprendono rapidamente ciò che accade nel dibattito pubblico, anche il modo in cui una norma viene comunicata ha un peso educativo notevole.
La scuola ha il compito di educare alla convivenza civile e all’inclusione, non di alimentare contrapposizioni o di trasformare le differenze in un problema da isolare. La complessità delle nostre classi esiste e va affrontata, ma proprio per questo servono strumenti didattici, risorse e personale qualificato, non soltanto soglie numeriche da non superare e divieti da rispettare.
In conclusione, ci troviamo di fronte a un provvedimento che lascia aperti molti interrogativi sulla sua efficacia concreta: da un lato, un tetto del 30 per cento che rischia di essere difficilmente applicabile proprio nei pochi contesti in cui dovrebbe operare, a causa della carenza di risorse, spazi e possibilità reali di redistribuzione degli studenti; dall’altro, un divieto sul velo integrale che interviene su una fattispecie estremamente marginale.
Il rischio, in tal caso, è che, anziché affrontare seriamente i tanti problemi didattici e organizzativi della scuola italiana, si scelga una risposta prevalentemente simbolica e comunicativa. Una risposta che appare più adatta a costruire un messaggio politico da utilizzare per finalità elettorali che a risolvere le difficoltà quotidiane di insegnanti, studenti e famiglie.
di Salvatore Di Bartolo