Il centro di Onorato e la regia di Bettini

martedì 22 settembre 2026


Il “maquillage civico” per rafforzare Conte e ridimensionare Renzi

Dietro il nuovo Progetto civico di Alessandro Onorato c’è una partita che viene raccontata in modo molto diverso da ciò che effettivamente è. L’operazione viene presentata come il tentativo di allargare il campo largo verso il mondo moderato, intercettando quell’elettorato centrista che finora è rimasto ai margini della coalizione. Ma, a un’analisi più attenta, la lettura appare assai più maliziosa: non una vera apertura al centro, quanto piuttosto un tentativo di occuparne lo spazio, per evitare che possano farlo altri.

A tessere la tela c’è il solito Goffredo Bettini, da tempo interlocutore privilegiato nell’area che ruota attorno al leader dei Cinque Stelle Giuseppe Conte. Il ragionamento sarebbe semplice: per allargare il campo largo non è necessariamente indispensabile alterarne l’identità politica. Può essere sufficiente costruire attorno a essa una nuova rappresentazione, più larga, più civica, più rassicurante.

Ed è proprio qui che il civismo diventa decisivo. Negli ultimi mesi, sigle, progetti e contenitori civici sono diventati la formula attraverso cui provare a intercettare mondi politici diversi senza affrontare fino in fondo il nodo delle identità. La parola “civico” consente infatti di superare, almeno sul piano della comunicazione, le vecchie appartenenze. Ma non necessariamente modifica gli equilibri politici che stanno dietro queste operazioni.

Il punto è tutto qui. Se le nuove forze civiche vengono costruite all’interno della stessa architettura che tiene insieme il Pd schleiniano e il Movimento 5 Stelle, e se la loro funzione è quella di rappresentare un elettorato moderato senza diventare una componente realmente autonoma, il risultato rischia di essere assai diverso da quello dichiarato. Non un campo largo che si sposta verso il centro, ma un campo largo che prova a inglobare il centro.

Una sorta di centro addomesticato, insomma: abbastanza moderato nei toni e nella comunicazione da risultare credibile agli occhi di un elettorato centrista, ma sufficientemente compatibile con la linea complessiva della coalizione da non modificarne davvero gli equilibri.

È soprattutto nei confronti di Matteo Renzi che questa strategia assume un significato politico ben preciso. Perché, a questo punto, il problema non è soltanto capire chi possa far parte del campo largo, ma anche chi rischi di diventare sempre meno necessario.

Se il centrosinistra riesce a costruire al proprio interno un’offerta civica capace di parlare a una parte dell’elettorato moderato, può contemporaneamente far passare il messaggio che la presenza di un soggetto autonomo come Italia Viva non sia più indispensabile.

La strategia, in questa prospettiva, sarebbe evidente: rendere Renzi sempre meno necessario e, di conseguenza, sempre più marginale nell’impianto della coalizione.

È probabilmente questo il vero obiettivo politico dell’operazione. Non necessariamente chiudere la porta al leader di Italia Viva, ma ridurne sensibilmente il peso elettorale e, soprattutto, il potere negoziale. Se il centro viene ricreato dall’interno del campo largo, la sua rappresentanza autonoma perde progressivamente valore. E con essa perde forza anche la pretesa di Renzi di essere un interlocutore indispensabile per qualsiasi progetto riformista e moderato.

Ma proprio qui emerge la contraddizione più profonda del disegno campolarghista. Perché, dietro la moltiplicazione dei contenitori civici, continua a mancare nel campo largo una forza chiaramente identificabile come moderata, liberale, europeista, atlantista e garantista.

Si possono cambiare le insegne, costruire nuovi progetti e affidare loro un tono e un linguaggio più rassicuranti. Ma se l’asse politico rimane quello attuale, il problema di fondo resta irrisolto.

La questione, dunque, non è quante nuove sigle possano essere aggiunte al campo largo. È chi ne determina davvero la linea politica.

Ed è qui che la figura di Bettini torna centrale. La sua “regia” non ha come obiettivo quello di bilanciare il campo largo verso il centro, ma di perseguire una finalità più sofisticata: ampliare il perimetro elettorale senza alterarne il baricentro politico.

Il civismo diventerebbe così uno strumento di espansione e, contemporaneamente, di neutralizzazione. Espansione verso elettori che guardano con diffidenza al Movimento 5 Stelle e alle componenti più radicali del centrosinistra; neutralizzazione di quei soggetti che potrebbero rivendicare una rappresentanza autonoma dello stesso elettorato.

In questo schema, Renzi è il bersaglio politico più evidente. Non perché debba necessariamente essere escluso, ma perché deve smettere di apparire indispensabile.

La partita è tutta qui: chi rappresenterà il centro alle prossime elezioni nella coalizione di centrosinistra? Un soggetto realmente moderato e autonomo, con una propria identità liberale e riformista, oppure una galassia di movimenti civici costruiti dentro il perimetro del campo largo?

La risposta determinerà, con ogni probabilità, peso e baricentro della coalizione. Perché, se il centro viene occupato preventivamente dall’interno del campo largo, il progetto non sarà quello di allargare la coalizione verso una cultura politica diversa. Sarà quello di convincere gli elettori moderati che quella cultura politica possa ormai essere rappresentata senza uscire dal perimetro esistente.

Ed è proprio questa la scommessa più ambiziosa dell’operazione Onorato: non spostare il campo largo verso il centro, ma spostare il centro dentro il campo largo.

Con una conseguenza politica tutt’altro che secondaria: aggiungere contenitori, moltiplicare le sigle, aggiornare la narrazione, senza necessariamente spostare l’asse portante della coalizione.

Il rischio è che, alla fine, il “nuovo centro” sia soltanto un prolungamento del vecchio campo largo, sotto la rassicurante insegna del civismo. E che dietro la promessa di una coalizione più eterogenea e moderata si nasconda, in realtà, la più classica delle operazioni di maquillage politico.


di Salvatore Di Bartolo