Crisi ex Ilva, parla Lucarella

lunedì 21 settembre 2026


Il futuro dell’ex Ilva di Taranto non rappresenta soltanto una complessa vertenza industriale locale, ma si inserisce in una più ampia e critica riflessione sulla sovranità strategica dell’Unione Europea. Tra dipendenze estere, nuove dinamiche di difesa comune, barriere doganali globali e frammentazioni legislative interne, il destino della produzione siderurgica tocca i pilastri stessi della sicurezza economica e geopolitica del blocco occidentale.

Di questi temi cruciali ne parliamo con l’avvocato Angelo Lucarella, giurista, editorialista e saggista, che, nel recente passato, è stato anche tra i papabili candidati alla presidenza della Regione Puglia per il centrodestra. Con la sua analisi, Lucarella ci guida tra i nodi normativi, economici e istituzionali che frenano il rilancio del polo ionico e il futuro industriale del Paese.

Nelle sue analisi, lei ha più volte sottolineato come la vera questione non sia solo il salvataggio di Taranto, ma se l’Europa possa permettersi di perdere capacità strategica, considerando che nella classifica mondiale della World Steel Association figurano ormai solo due gruppi europei. Alla luce del recente prestito di salvataggio da 390 milioni autorizzato da Bruxelles e delle dinamiche di difesa comune, ritiene che l’acciaio debba essere elevato a pilastro della sicurezza nazionale europea al pari della difesa militare?

Dipende se l’acciaio sarà un bene indispensabile per diverse produzioni strategiche nei prossimi decenni o secoli.

Tuttavia, se l’Italia perde la capacità autonoma di produrre grandi quantità di acciaio piano e lamiere, aumenta la dipendenza dall’estero anche per alcune filiere industriali che possono avere applicazioni militari.

Certamente, privarsi di una produzione del genere, ad oggi, impatta fortemente sulla capacità industriale (in particolare sulla grande manifattura civile come automotive, elettrodomestici, tubi, profilati e lamiere per uso commerciale, ecc.) e anche sul fronte della sicurezza interna italiana, dal momento che con l’acciaio del polo industriale Ilva di Taranto si ricavano principalmente semilavorati “piani”, ovverosia laminati sotto forma di rotoli (coil) per la realizzazione di treni, veicoli, navi, elettrodomestici, imballaggi e tubi.

Quindi sì: su navi e autoveicoli militari, ad esempio, indirettamente o direttamente, l’Italia perderebbe una fetta di emancipazione industriale notevole per la sicurezza nazionale, anche in ottica di conferimento europeo per la costruzione della cosiddetta “difesa comune”.

Lei pone l’interrogativo cruciale sul futuro della partnership strategica tra Europa e Stati Uniti, ricordando che Washington ha legato i dazi su acciaio e alluminio alla sicurezza nazionale. Di fronte alla vulnerabilità della catena di approvvigionamento di Pechino e alle recenti strette Ue sulle importazioni, rischia l’Unione Europea di perdere il proprio posizionamento geostrategico, relegando gli Stati Uniti a unico vero attore competitivo del blocco occidentale?

Assolutamente sì, ma non per la chiusura del polo ex Ilva di Taranto in quanto tale: questa è solo una fetta del quadro complessivo.

Infatti, gran parte degli impianti in Europa produce con forni elettrici (dati Eurofer al 2019) e il polo ionico è rimasto l’unico impianto italiano a produrre tramite altoforno e convertitore a ossigeno (quindi con area a freddo e a caldo). Taranto, peraltro, era (insieme a Duisburg, in Germania) il polo con più alta capacità di altoforni (4) e il secondo centro in Europa per capacità di produzione di ghisa e produzione di acciaio finito.

Oggi Eurofer ci mappa una situazione netta in chiave geopolitica: il 16,5 per cento dell’acciaio grezzo europeo è prodotto in Italia e il mercato comunitario, sommato a quello di tutto il continente americano (da Nord a Sud), vale circa il 22 per cento mondiale.

Ciò significa che la definitiva chiusura del polo di Taranto rappresenta un indebolimento produttivo per tutto il mondo occidentale rispetto al grande fronte produttivo orientale, che da solo vale il 73 per cento del mercato internazionale.

In questa ottica, gli Stati Uniti d’America rimarrebbero l’unica nazione traino tra i big mondiali della produzione, tenuto conto della classifica della WSA di cui si parlava prima. Questa situazione, nell’epoca del ritorno a pioggia dei dazi commerciali, sarebbe un disastro monetario, finanziario e sociale per l’Europa e per l’Italia in primis.

Nelle sue recenti riflessioni ha evidenziato un’anomalia tutta italiana, figlia della riforma costituzionale del 2001, che divide le competenze legislative tra Stato (tutela ambientale) e Regione (salute e lavoro). Quanto pesa questa sovrapposizione di visioni politiche nella cronica difficoltà di rilancio dell’ex Ilva e come se ne può uscire per garantire certezza agli investitori?

Pesa tantissimo e la crisi industriale dell’Ilva ne è l’esempio empirico (ma la stessa cosa vale sulla questione sanitaria e agricola).

Avere una disarticolazione di competenze tale significa che il Governo centrale può solo coprire i deficit di gestione straordinaria dell’impianto e finanziare l’intera filiera di ambientalizzazione del processo produttivo.

Su salute e lavoro, con la riforma del Titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra, il potere centrale non tocca quasi palla, perché può solo fare leggi cosiddette “cornice” o portatrici di principi fondamentali di azione complessiva.

L’inchiodamento politico è tutto qui, ma prima di tutto c’è il vuoto totale di proposte fattive e concrete da parte della Regione Puglia, tranne un episodio di copertura-aiuto voluto dall’allora presidente Michele Emiliano (che però viveva con un limite di bilancio che, al contempo, non poteva andare oltre senza un via libera europeo, per non violare il sistema di concorrenza comunitario) che poi non portò a nulla di fatto.

Le uniche cose che si registrano sul tavolo regionale attuale sono una legge speciale per Taranto al fine di strutturare un’agenda per la gestione e il rilancio dell’impianto siderurgico. Nulla di più inconsistente, perché la Regione non ha bisogno di una legge speciale per intervenire in materia di lavoro e salute, dato che la Costituzione già prevede la competenza in materia in capo alle regioni stesse. E poi, che senso ha volere un’agenda per Taranto tramite una legge speciale? Delle due l’una: se vuoi la legge speciale significa che non puoi realizzare un’agenda programmatica; se vuoi un’agenda programmatica, essa è in sé già il fallimento politico regionale, dal momento che alle elezioni regionali del 2025 si è chiesto il voto in base a un programma che − per la cronaca − presentava due criticità: la chiusura dell’area a caldo (il che significa zero capacità produttiva senza transizione a forno elettrico) e il mantenimento dei livelli occupazionali, senza indicare come e a spese di chi.

Secondo la sua visione, considerare la sovranità come un mero confine fisico rappresenta una miopia, mentre la vera performance risiede nella capacità di ampliare le reti di scambio e produzione, di cui l’acciaio è un fattore determinante. Quali dovrebbero essere, concretamente, le direttrici di una nuova politica industriale italiana ed europea per evitare che la delocalizzazione e la perdita di capacità produttiva impoveriscano ulteriormente anche i mercati bancari e monetari?

Comprare debito pubblico estero (anche quello con capacità monetaria debole e rendimenti minimi, ma ad alta produttività interna) e destinare i rendimenti a vincoli di conversione industriale (ad esempio l’Ilva verso i forni elettrici, ecc.) senza fare più leva su aiuti una tantum e indebitamento interno tramite titoli di Stato o altro.

Per fare questo occorrono due azioni concrete: la modifica del trattato sul funzionamento della Bce, portandola a diventare attore d’investimento extra-Ue, e, sul piano locale, la costituzione di una banca regionale di supporto ai lavoratori che svolga gli anticipi di cassa garantiti per la riallocazione delle risorse umane o la loro ristrutturazione formativa in vista dell’impianto che verrà (posto che si voglia tenere aperto il polo produttivo ex Ilva e con una visione virtuosa).

Comprare debito pubblico altrui (ad esempio di Cina e India) è importante poiché fungerebbe da deterrente geopolitico e potrebbe ridiscutere asset e politiche commerciali sull’acciaio e non solo.

Se io controllo il tuo debito, tu non puoi influenzare (o quantomeno ciò si riduce al massimo) le mie produzioni e i miei piazzamenti commerciali.


di Salvatore Di Bartolo