lunedì 21 settembre 2026
La storia della democrazia non offre molti esempi di uomini di potere i quali, dopo essere stati chiamati a rendere qualche importante servizio al proprio Paese, abbiano poi rinunciato al potere stesso tornando alla vita precedente. Questa attitudine – chiamiamola il “modello Cincinnato” – non è di per sé di grande rilievo poiché un Paese ha tutto l’interesse ad essere governato da uomini capaci. Il rilievo emerge però quando un problema di interesse pubblico generale vede, per qualche ragione, l’opposizione più o meno esplicita da parte della maggioranza dei cittadini elettori. Se la decisione da prendere è avallata da sicure circostanze scientificamente accertate, la questione, per un Governo, si pone in termini assai delicati: rischiare l’impopolarità ma assumere la decisione giusta oppure blandire l’elettore garantendogli di poter continuare a vivere in quella che egli percepisce come la “normalità” di cui ritiene di avere ‘diritto’?
Un buon esempio è dato, in questi giorni, dal caso dell’aumento del prezzo della benzina. Nei talk show fiumi di banalità scorrono per minuti e minuti con, al loro centro, gli “untori” di turno, ossia gli speculatori, e interviste a non finire in cui cittadini, elettori, dichiarano la propria difficoltà a “fare il pieno” come prima.
Fra tutte, indistintamente, le figure politiche partecipanti alla discussione nessuna voce osa ovviamente sottolineare eventuali abusi generalizzati dell’automobile: usarla è divenuto ormai una sorta di diritto inalienabile.
In verità una voce si è sentita poiché l’economista Carlo Cottarelli, intervistato, alla domanda sul “cosa fare” di fronte all’impennata dei prezzi alla pompa, sorridendo amaramente ha osato indicare, in una brevissima battuta iniziale, l’auspicabile diminuzione dei consumi. Una battuta che ha immediatamente generato indignazione sia del pubblico sia del conduttore nel suo ruolo di pastore del gregge.
L’argomento principale contrario consiste nel ricordare che molti italiani usano l’automobile per il lavoro. Trascurando del tutto la rilevante differenza fra l’usare l’automobile per lavorare o per andare al lavoro. Mentre la prima contingenza è decisamente solida (basti pensare a medici, rappresentanti, personale tecnico, ecc.), la seconda andrebbe collocata nell’ambito delle preferenze arbitrarie personali non sempre imposte dalla realtà quotidiana.
Secondo l’Istat, nel 2024 oltre il 70 per cento degli occupati usa la propria vettura per raggiungere il posto di lavoro, generando, nell’insieme, una quantità di chilometri percorsi annualmente che supera i 100 miliardi. C’è solo da aggiungere che la grandissima maggioranza delle automobili ospita solamente chi le guida lasciando i 3 o 4 posti disponibili perfettamente vuoti. Evidentemente il car sharing e il free floating non stanno avendo grande successo e, comunque, si adattano male a chi ogni mattina, e dunque non occasionalmente, deve recarsi in un preciso luogo di lavoro.
La riduzione dei consumi citata da Cottarelli dovrebbe dunque orientarsi verso altre soluzioni, fra le quali i mezzi pubblici, le due ruote, a pedali o a motore, sono le prima a venire in mente. Ma, in realtà, la soluzione ideale potrebbe essere il carpooling laddove esso sia ragionevolmente applicabile, per esempio nel caso di aziende per raggiungere le quali quattro persone, residenti in quartieri vicini, condividano un’automobile a turno, dividendo le spese.
Qualche successo è stato ottenuto in Francia e, ma solo negli anni 80, negli Usa, mentre in Italia è quasi del tutto assente. Un Governo saggio e davvero capace di mettere a rischio, almeno nel breve periodo, la propria popolarità, dovrebbe stimolare, anche fiscalmente, soluzioni di questo genere evitando di illudere i cittadini elettori con sconti inevitabilmente risibili al fine di dare l’impressione di voler mitigare la perdita di una “normalità” che andrebbe invece rivista da capo.
Assieme al vistoso risparmio individuale, anche sotto il profilo del traffico, delle code, degli incidenti, delle multe e dell’inquinamento, vi sarebbe un sicuro vantaggio e, alla fine, calerebbe lo stesso prezzo della benzina. La ragione principale dell’insuccesso – e della conseguente assenza nei programmi di tutti i partiti − non è di ordine economico perché, anzi, sarebbe certamente a favore, bensì di ordine psico-sociologico che credo si concretizzi nella sensazione di perdita di libertà individuale. In Italia, come altrove, da decenni si fa un enorme uso dell’aggettivo “sociale” inteso in varie forme, come sensibilità per i problemi collettivi, tutela dei diritti delle persone nonché apertura verso l’altro. Già, purché l’apertura non riguardi le portiere della propria, adorata e costosa, automobile.
di Massimo Negrotti