Il contrappasso di Giorgia

venerdì 18 settembre 2026


Il lettore capirà – se ha avuto in precedenza occasione di leggermi – il mio piacere nel sentire che la Meloni abbia, come strepitano le prefiche di sinistra “aperta la campagna elettorale” (e loro che facevano?) annunciando la riduzione della tassa di circolazione. E ciò per tante ragioni, che elenco: se la Meloni si preoccupa tanto delle tasche degli elettori è perché a loro deve di aver governato e di continuare a farlo. Se invece fosse stata nominata e mai eletta (neppure in un consiglio scolastico) come Monti e Draghi, o designata alla carica non per decisione popolare ma dalle consorterie partitocratiche o plutocratiche (e così via) avrebbe fatto una bella distribuzione di benefici pubblici – diretti o indiretti – ai propri sostenitori.

In secondo luogo, perché quelle distribuzioni – e le imposte che lo permettono con gli aumenti – sono accompagnate (scriveva Pareto “per non far strillare l’oca mentre la spennano”) da una debordante melassa di buonismo da parte della stampa mainstream, volta a magnificare l’operato dei governanti che fanno opere di bene con i quattrini dei governati. E qua non si può fare perché non si prelevano risorse, ma si lasciano a ciascuna le proprie.

Inoltre, si nota il pressoché costante discrimine tra le misure del centrosinistra e quelle del centrodestra: le prime sono esaltate per la conformità (vera o presunta) a intenzioni, valori, esigenze che andrebbero a soddisfare. Ad esempio l’ambiente (e la riduzione dei consumi), il superbonus, la solidarietà agli immigrati, l’accoglienza. Le seconde di tale armamentario non hanno bisogno: ridurre un’imposta non ha bisogno di inni di giubilo (o ne ha assai meno) o di messe di ringraziamento.

Un altro gruppo di critiche è riconducibile all’adagio “c’è ben altro da fare”, in un paese dove la pubblica amministrazione è la più sgangherata d’Europa (occidentale) ha il pregio di partire da un fatto vero. Troppo, perché nello sconquasso diffuso da qualche parte bisogna pur iniziare; e perché i governi di centrosinistra non hanno sanato le storture ora denunciate (dalla sanità al lavoro, alle retribuzioni). Il che li rende poco credibili.

Ma soprattutto ciò che rende appetibile la proposta della premier sono due circostanze, la prima rievocante il contrappasso dantesco.

Questo è che il “bollo auto” è un’imposta patrimoniale, cioè dovuta per la proprietà di un bene, indipendentemente dal reddito e dalle prestazioni ricavabili dal proprietario. E cioè l’idealtipo di imposta di chi concepisce la finanza pubblica come un’imposizione che debba pretendersi e prelevare anche a prescindere dal reddito che il contribuente possa trarne. Questi può morire di fame, perché l’apparato sopravviva. Con buona pace della “capacità contributiva” di cui all’articolo 53 della “Costituzione più bella del mondo” e delle sentenze della Corte costituzionale. Che proprio da un’imposta patrimoniale parta l’abolizione (quasi) totale è un contrappasso. Anche perché, da un po’ di tempo, capi e capetti del centrosinistra avevano riscoperto la patrimoniale, col solito coro di esaltazioni. Per lo più basate sul fatto che la maggior parte degli elettori non capisce che cosa sia e soprattutto che la base imponibile è il patrimonio e non il reddito.

Con la conseguenza che la platea dei contribuenti è enormemente superiore e percepisce redditi non alti; non è solo Paperone a pagarla, ma tanti i paperini. Speriamo che tutti se ne ricordino l’anno prossimo alle elezioni, così che possa dirsi “chi di patrimoniale ferisce, di patrimoniale perisce”; il che servirà come democratica lezione per i governanti futuri.


di Teodoro Klitsche de la Grange