L’ombra del sospetto e la guerra dei saggi

giovedì 17 settembre 2026


A trentaquattro anni di distanza dalla strage di via D’Amelio, la ricerca della verità sull’omicidio di Paolo Borsellino non soffre soltanto per le nebbie dei depistaggi di Stato, ma si consuma all’interno di una frattura familiare dolorosa, dai toni sempre più accesi. Da un lato c’è Salvatore Borsellino, fratello del giudice, affiancato dal suo legatissimo avvocato Fabio Repici; dall’altro i figli del magistrato ̵ Lucia, Fiammetta e Manfredi ̵ rappresentati legalmente dall'avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia.

​L’opinione pubblica osserva perplessa uno scontro verbale e giudiziario che a tratti appare inconcepibile. Ma perché l’avvocato Repici e Salvatore Borsellino muovono accuse così dure nei confronti di Fabio Trizzino?

 ​IL NODO DELLA CONTESA: DUE VISIONI OPPOSTE

​La spaccatura non nasce da rancori personali, ma da una profonda divergenza sull’ipotesi investigativa principale che avrebbe determinato la morte del magistrato.

La pista “Mafia e Appalti”: Fabio Trizzino, durante le sue dettagliate audizioni in Commissione Antimafia, ha concentrato la ricostruzione sul dossier “Mafia e Appalti” curato dai Carabinieri del ROS. Secondo questa tesi, l’accelerazione dell’esecuzione di Borsellino fu causata dal suo interesse per gli intrecci economici tra criminalità organizzata, grandi opere ed esponenti politici, nonché dai buchi neri interni alla magistratura dell’epoca. 

La pista “Trattativa e servizi deviati”: per Salvatore Borsellino e l’avvocato Repici, valorizzare la pista degli appalti rischia di oscurare il contesto della presunta “Trattativa Stato-Mafia” e le responsabilità dei servizi segreti deviati.

L’accusa mossa da Repici a Trizzino è quella di riabilitare implicitamente settori dell’Arma. Salvatore Borsellino è arrivato a ipotizzare pubblicamente che i nipoti e Trizzino fossero influenzati o eterodiretti da ambienti vicini alle forze dell’ordine.

LO SNODO DEL 2023: L’ASSOLUZIONE DEL GENERALE MORI

​Nel mese di aprile del 2023, la Corte di Cassazione ha pronunciato una sentenza storica nel processo sulla presunta “Trattativa Stato-Mafia”, assolvendo in via definitiva il generale Mario Mori, il generale Antonio Subranni e il colonnello Giuseppe De Donno “per non aver commesso il fatto”. 

​Questa pronuncia della Suprema Corte ha letteralmente smontato l’impalcatura accusatoria su cui si basava il filone della trattativa come movente primario, restituendo centralità ed evidenza proprio a quanto sostenuto da Trizzino e dai figli del giudice: i dati di fatto, la pista investigativa economico-mafiosa di “Mafia e Appalti” e le anomalie procedurali vissute dalla Procura di Palermo nel 1992 erano gli elementi reali su cui Paolo Borsellino lavorava nelle sue ultime ore.

HA SENSO COLPEVOLIZZARE I FIGLI E CROCIFIGGERE L’AVVOCATO TRIZZINO?

​In questo scenario, continuare a crocifiggere l’avvocato Fabio Trizzino e a muovere colpe o insinuazioni verso i tre figli di Paolo Borsellino appare non soltanto ingiusto, ma profondamente fuorviante.

​Trizzino, nel suo ruolo legale e familiare, non fa altro che riportare al centro dell’attenzione atti giudiziari, verbali, spunti d’indagine reali presi direttamente dall’agenda di lavoro di Borsellino. Mettere in croce un professionista perché sceglie il rigore documentale rispetto a narrazioni ideologiche risponde a logiche di scontro politico, non di ricerca di giustizia.

​ I figli di Paolo Borsellino ̵ Lucia, Fiammetta e Manfredi ̵ hanno vissuto sulla propria pelle il più grande depistaggio della storia repubblicana (il falso pentito Scarantino). Hanno il diritto e il dovere di chiedere risposte concrete e riscontri certi, senza essere additati come “manovrati” o “meno coraggiosi”" solo perché rifiutano le ricostruzioni complottiste prive di tenuta penale.

UN’EREDITÀ SENZA RETORICA

​Ciò che resta di questo scontro è una ferita che sanguina due volte: per la mancanza di una verità giudiziaria completa su Via D’Amelio e per la disgregazione della memoria unitaria. ​Alla luce delle sentenze definitive della Cassazione, attaccare chi difende la pista degli appalti non serve alla verità, ma solo a perpetuare guerre di religione. Rimanere ancorati alla retorica dell’eroe solitario o alle contrapposizioni ideologiche distoglie dall’obiettivo principale: seguire con rigore gli sviluppi istituzionali è l’unico modo per restituire dignità non solo al sacrificio di Paolo Borsellino, ma al dolore di chi ne porta il nome.


di Alessandro Cucciolla