giovedì 3 settembre 2026
Domani il governo di Giorgia Meloni raggiungerà il record di longevità nella storia della Repubblica, superando il precedente primato del secondo governo Berlusconi, durato 1.412 giorni. Meloni lo batterà per un soffio: 1.413 giorni. Ma dietro un dato apparentemente soltanto statistico si nasconde un significato politico tutt’altro che marginale. Per decenni, la precarietà dei governi è stata una consuetudine della politica italiana, quasi fosse una norma della nostra Costituzione materiale. La politica sembrava vivere in una campagna elettorale permanente, nella quale la durata nel tempo di un esecutivo era spesso considerata un’eccezione più che la regola. Il governo Meloni ha spezzato questo circolo vizioso. E lo ha fatto alla guida di una coalizione che, all’indomani della sua nascita, molti osservatori consideravano destinata a una vita breve. Ed è proprio rispetto a tale scetticismo che va collocato il primo, indiscutibile risultato politico della premier.
Giorgia Meloni ha saputo costruire un sistema di governo sufficientemente coeso in grado di attraversare quattro anni senza una crisi capace di interromperne il cammino. Ha trasformato la stabilità in una delle principali risorse della propria leadership. Ovviamente un governo non è un treno. La puntualità è una condizione necessaria, ma il giudizio finale dipende da quello che, durante il viaggio, viene realizzato. Ed è qui che comincia la parte più complicata del bilancio del governo. La maggioranza rivendica, con buone ragioni, i risultati ottenuti sul terreno internazionale: la gestione dei rapporti con l’Unione europea, la politica migratoria, la capacità di mantenere una linea riconoscibile nelle grandi crisi geopolitiche. Meloni ha inoltre conquistato una centralità nei consessi diplomatici che, all’inizio del suo mandato, non era affatto scontata. Ma l’Italia reale continua a presentare problemi di difficile soluzione: una crescita ancora debole, salari che faticano a recuperare potere d’acquisto, produttività insufficiente, invecchiamento demografico, un debito elevato e servizi pubblici sottoposti a una pressione crescente.
La domanda da porsi, dunque, è un’altra: un governo tanto longevo è riuscito (oltreché nella meritevole impresa di mantenere i conti in ordine) a introdurre nel Paese il seme di un cambiamento strutturale? La risposta la conosceremo nel prossimo futuro. La longevità, tuttavia, può essere letta anche sotto un’altra prospettiva. Sul piano storico-politico, questi anni rappresentano la prova di una maturazione della destra italiana: una forza politica che, fino a un tempo non molto lontano, veniva considerata, da una parte significativa dell’establishment, incompatibile con una stabile collocazione nelle istituzioni repubblicane.
È questo, forse, l’aspetto più importante del record: l’avvenuta normalizzazione della destra al governo per mezzo di un processo che presenta alcune analogie con quello che, nel passato, ha riguardato la sinistra italiana. Agli avversari politici, per ragioni elettorali, può risultare difficile riconoscere il valore storico di tutto ciò. Prima o poi, però, occorre farlo se si vuole che l’Italia diventi a pieno titolo un Paese normale.
di Francesco Carella