martedì 1 settembre 2026
La giornalista, saggista ed ex parlamentare Souad Sbai, intervistata da Format Lab Academy, ha affrontato a tutto tonda la complessa quanto delicata questione migratoria, a partire dalle pressioni tra Spagna e Marocco.
Da anni impegnata sui temi dell’integrazione, della condizione femminile e del contrasto al fondamentalismo, Sbai mette in evidenza l’aspetto che il dibattito europea tende a sottovalutare di più: accoglienza e integrazione possono funzionare soltanto se diritti, doveri e valori costituzionali procedono insieme. Infatti, come può esistere una vera integrazione senza la condivisione delle regole, dei doveri e dei valori costituzionali del Paese nel quale si sceglie di vivere? Partendo dalle attuali situazioni a Ceuta e Melilla, da anni punti sensibili della frontiera europea che mostrano quanto la gestione dell’immigrazione sia ormai inseparabile dalla politica estera e dalla sicurezza, Sbai sottolinea la differenza sostanziale tra accoglienza ed integrazione.
Accogliere vuol dire, infatti, garantire un principio fondamentale delle democrazie europee: dignità e diritti a chi arriva. Ma questo primo aspetto non è sufficiente da solo per poter parlare di integrazione, se non viene messo in campo il principio della reciprocità. Chi sceglie di costruire la propria vita in un Paese europeo entra in una comunità nella quale esistono diritti, ma anche regole e doveri comuni: legalità, libertà individuale, uguaglianza tra uomini e donne e rispetto delle istituzioni non possono diventare principi applicabili in maniera diversa a seconda dell’origine culturale o religiosa. Una società realmente inclusiva non chiede di cancellare le differenze, ma pretende che quelle differenze convivano all’interno di un quadro comune di regole.
Nel ragionamento di Souad Sbai assume un peso particolare la condizione femminile. La capacità di una società di integrare culture differenti può essere misurata anche osservando quale libertà viene concretamente riconosciuta alle donne e alle ragazze. Istruzione, autonomia personale, possibilità di scegliere il proprio futuro e uguaglianza davanti alla legge non possono essere subordinate all’appartenenza familiare, culturale o religiosa.
La tutela delle differenze incontra necessariamente un limite quando entra in conflitto con i diritti fondamentali della persona. Il tema non consiste quindi nel contrapporre l’Europa a una determinata cultura o religione. La questione è garantire che una donna che vive in Europa possa godere degli stessi diritti indipendentemente dal luogo nel quale è nata o dalla comunità alla quale appartiene. Ed è proprio per questo che la scuola assume un ruolo decisivo.
La scuola rappresenta uno dei primi luoghi nei quali ragazzi con origini e culture differenti entrano realmente in contatto. Non è soltanto uno spazio di istruzione. È il luogo nel quale si apprendono lingua, regole, relazioni sociali e principi di cittadinanza. Quando questo percorso viene meno, il rischio è che si consolidino comunità che vivono nello stesso territorio ma sviluppano pochi punti di contatto. Nascono così quelle che vengono spesso definite società parallele: realtà nelle quali l’appartenenza alla comunità di origine può diventare più forte del rapporto con la società nella quale si vive.
Per questo Sbai pone l’accento anche sul tema della radicalizzazione. Pluralismo e libertà religiosa costituiscono principi essenziali delle democrazie europee. Ma pluralismo non significa accettare che norme religiose o consuetudini comunitarie possano prevalere sulle leggi dello Stato. Il confine è proprio questo. Quando all’interno di una società si creano gruppi sempre più isolati, nei quali le regole interne finiscono per prevalere sui principi costituzionali comuni, il problema non riguarda più soltanto l’immigrazione: riguarda la coesione sociale e la tenuta del modello democratico europeo.
Per Sbai limitarsi a discutere di quanti migranti accogliere rischia di lasciare irrisolta la questione decisiva: quale modello di integrazione vuole costruire l’Europa? Casa, lavoro e regolarizzazione sono elementi fondamentali, ma non sono affatto sufficienti per poter parlare di integrazione. Sono la conoscenza della lingua, l’istruzione, la partecipazione alla vita sociale e la condivisione delle regole fondamentali della comunità nella quale si è scelto di vivere gli elementi che fanno la differenza.
Per questo diritti e doveri sono inscindibili: l’Europa non deve scegliere tra accoglienza e sicurezza, né tra integrazione e identità. Deve riuscire a costruire un modello nel quale apertura e rispetto delle regole possano convivere. Perché integrare non significa cancellare le differenze, ma costruire uno spazio comune nel quale quelle differenze possano esistere senza mettere in discussione libertà, uguaglianza e diritti fondamentali.
di Redazione