La fine del woke

venerdì 28 agosto 2026


Diciamo la verità: il woke, oltre che moda intellettuale tendente al settarismo, per la sinistra è stato un tentativo di fuga dalla realtà dopo che la comprensione di quest’ultima non era più alla portata di un’analisi di stampo progressista. Infatti, vuoi per strumenti concettuali ormai anacronistici o vuoi per alcuni punti di contatto, in termini di visione, tra una destra e una sinistra post-ideologiche, fatto sta che alcuni ambienti culturali — dapprima negli Stati Uniti e successivamente in Europa — ancora fortemente influenzati da suggestioni collettivistiche, hanno voluto riproporre la logica egualitaria da un piano politico a uno di matrice antropologica.

E come il comunismo praticava il livellamento dell’uomo in termini economici e sociali — che è cosa ben differente dal riconoscere l’uguaglianza derivante dalla dignità, l’unicità e l’irripetibilità propria di ogni persona — mediante la leva fiscale e burocratica, così il woke si è intestato il merito (?) di rendere tutte le forme antropologiche dell’umano sullo stesso livello attraverso l’uso di una neolingua condita da asterischi e altri segni ortografici funzionali alla dissolvenza delle diversità.

Il problema è che per giungere a tale scopo si è creata una frattura profonda tra i ceti colti e quelli privi di una grammatica adeguata a stemperare le molteplici espressioni identitarie non più legate alla biologia, bensì alla propria autodeterminazione. Il punto è che aveva ben donde Aldo Busi, intellettuale di sinistra mai banale, nel sostenere che anche i gay — e va da sé tutta la galassia Lgbtqia+ — pagano le tasse, prendono i mezzi pubblici e usufruiscono, chi più chi meno, del welfare. Costoro, insomma, preferiscono vedere risolti o comunque alleggeriti problemi legati alla quotidianità concreta piuttosto che vedersi appellare con un * o con una @ rovesciata (giusto per non travalicare nel follemente corretto).

Qualcuno in quell’area l’ha compreso — anche qui prima nel Nuovo Mondo e poi nel Vecchio Continente — senza un pur minimo “mea culpa” e senza una basilare elaborazione del lutto, ma con una rapidità tipica della società “usa e getta” che i nostri tendono sempre a deprecare. E quindi nell’arco di pochissimo tempo sono andati al macero il genitore 1 e 2, il ricordo della Murgia (ripudiata dagli stessi che ne hanno brandito la memoria come una clava morale nei confronti dei pochi difensori del buon senso), le famiglie queer, i figli dell’anima, il poliamore, gli shampoo privi della scritta “per capelli normali” e tutte quelle mail provenienti dalle Università (quante ne ho lette!) talmente conformiste e così prone al “politically correct” da tradire la stessa vocazione all’insegnamento e alla cultura, ovvero al ruolo di guida e di apertura verso la conoscenza che le realtà accademiche dovrebbero avere.

Gilbert Keith Chesterton predisse che prima o poi le “spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”. Ora, quindi, possiamo riporre le armi nelle loro fodere, ma sta a noi far presente che, quando gli altri non erano più capaci di vedere la realtà per quello che è, c’era chi si batteva quotidianamente per tutelare l’essenziale, la dimensione ontologica dell’ordinario. La vita, i colori e le stagioni che tornano sempre. Speriamo, invece, che alcune mode non tornino più.


di Luca Proietti Scorsoni