giovedì 27 agosto 2026
Incuriosito dai titoli che i media hanno dedicato a Vannacci e alla sua presunta “educazione militare a scuola”, sono andato a spulciare la fonte, cioè il capitolo sulla Difesa della “Base Ideologica e Programmatica” di Futuro Nazionale, dove, sotto la voce Valorizzazione della cultura della Difesa, si legge che “nelle scuole superiori verranno introdotti moduli di educazione alla difesa e alla sicurezza nazionale, presentando l’eccellenza delle nostre Forze Armate e favorendo l’attrattiva dei migliori giovani con i caratteri adeguati”, con in aggiunta “l’adesione volontaria a campi e attività esterne di formazione per educazione militare con valenza civica”.
Chi si aspettava l’ordine di marcia nei corridoi resterà deluso: si tratta, a ben vedere, di uno strumento di reclutamento e di orientamento, collocato non a caso dentro il capitolo militare e non in una sezione dedicata alla scuola, che nel programma nemmeno esiste. Eppure la reazione, prevedibilmente scandalizzata, dice più di noi che del testo. E qui conviene sollevare lo sguardo dalla polemica del giorno, perché la vera questione non è se la misura sia opportuna, ma se possa attecchire in un popolo come quello italiano.
L’Italia è ormai un Paese post-storico ed economicista. All’economicismo, che riduce ogni questione, dalla scuola alla guerra, a partita contabile fatta di costi, benefici e punti di Pil, si accompagna il post-storicismo, ossia la persuasione che la stagione dei grandi accadimenti sia conclusa e che al suo posto non resti che coltivare la qualità della vita: l’aperitivo, il weekend, la seconda casa. Un popolo che, avendo smesso di pensarsi come comunità che vive in mezzo agli eventi storici, si è nel frattempo distrattamente invecchiato mentre accumulava agiatezza da spartire fra pochissimi figli: se nel 1945 l’età media era di ventitré anni, nel 1990 era già salita a trentasette, e oggi l’Istat la colloca intorno ai quarantasette, con l’età mediana a 49,1 anni, la più alta d’Europa, e gli over 65 ormai al 25,1 per cento della popolazione.
Ora, una proposta che chiede ai “migliori giovani” di considerare la difesa della Patria come vocazione, e non come sbocco professionale fra i tanti, presuppone precisamente ciò che a queste latitudini è venuto meno: l’idea che esista qualcosa per cui valga la pena non soltanto vivere, ma eventualmente morire, e insieme la disponibilità delle famiglie ad accettare che siano i propri figli a farlo. Presuppone, cioè, un popolo ancora immerso negli eventi storici, capace di concepire il sacrificio collettivo per la nazione, e tutto lascia credere che gli italiani, che pure quella disposizione conobbero fino alla metà del Novecento, l’abbiano ormai smarrita.
Non stupisce, dunque, che la misura risulti indigesta: non tanto perché sarebbe autoritaria, come pretende la vulgata, ma perché parla una lingua che abbiamo dimenticato.
La conferma viene dai numeri, che disegnano un’anomalia italiana netta. Secondo un sondaggio dell’Ecfr del maggio 2026 (lo European Council on Foreign Relations, think tank paneuropeo di politica estera), l’Italia è l’unico fra quindici Paesi del continente in cui i contrari all’aumento delle spese militari superano di gran lunga i favorevoli, con il 58 per cento contro il 28. È il volto statistico di una disposizione più profonda: “Siamo l’unico paese al mondo che, con percentuali da plebiscito, comunica di sognare la pace incondizionata, senza indagare a quale costo, a danno di chi, su quali confini, con quali vincitori e vinti. Pace, punto. Utilitarismo proposto come nobiltà. Niente di più senescente” (D. Fabbri).
Mentre, per esempio, la Polonia, che la storia la vive perché ne ha i confini addosso, ha varato il programma In prontezza per addestrare 400.000 civili nel corso del 2026 e il premier Tusk parla apertamente di preparare “ogni uomo adulto” alla guerra, noi ci interroghiamo se sia lecito anche solo nominare le Forze Armate in un’aula scolastica. Due popoli, due epoche antropologiche.
E se già il riarmo nella sua veste più astratta e indolore, quella dei bilanci, incontra un rifiuto tanto netto, vale la pena immaginare cosa accadrà quando mostrerà il suo volto meno presentabile. Sarebbe istruttivo, allora, tornare su questa vicenda fra qualche anno, quando la volontà statunitense di far riarmare l’Europa si mostrerà, con ogni probabilità, in forma assai più cruda di oggi.
Perché per ora i governi ce la presentano, e la travestono accuratamente, nei termini rassicuranti della contabilità: qualche decimale in più di Pil destinato agli armamenti, una voce di bilancio da far quadrare, tutt’al più una gara d’appalto per l’industria della difesa. Eppure gli italiani respingono persino questa versione edulcorata, e per una ragione molto concreta: quei soldi li vorrebbero spesi per aumentare il loro benessere, non per armarsi.
Figurarsi cosa accadrà quando il riarmo mostrerà la sua sostanza, che non è un fatto ragionieristico: è la pretesa di rimettere gli uomini e le donne d’Europa in condizione di combattere, di ricostituire eserciti che si nutrono di persone e non di percentuali. E il giorno in cui la richiesta passerà dalle cifre ai corpi, dai punti di spesa alle leve da addestrare, ci troverà per ciò che siamo diventati: un popolo che quella disposizione l’ha smarrita da tempo, e che davanti alla domanda reagirà con lo stesso smarrimento di chi si sente rivolgere una lingua straniera.
Non si tratta, del resto, di una frattura tra destra e sinistra, come la cronaca vorrebbe far credere. Sulle questioni che contano davvero i nostri partiti si somigliano fino a confondersi: tutti custodi dei conti correnti, tutti atlantisti per abitudine più che per convinzione, tutti impegnati a promettere che nulla di serio verrà chiesto agli italiani. È la fisiologia di un Paese che campa di rendita, dei risparmi accumulati e che proprio per questo tratta ogni fatto del mondo come una scadenza da rinviare, ogni minaccia come una seccatura da esorcizzare a parole.
Ecco perché la vicenda di Vannacci, al di là di ciò che vale la sua proposta, conviene guardarla come un sintomo e non come una notizia. Non ci dice granché sul suo partito, ci dice moltissimo su di noi: sul punto esatto in cui siamo arrivati, buoni ormai soltanto a discutere la rappresentazione delle cose e non più le cose stesse.
E quando la storia tornerà a bussare, con i suoi eventi da affrontare e non più da commentare da lontano, il rischio è di scoprirci un popolo che aveva creduto di poterne restare fuori, e che si ritrova invece dentro, senza però averne più gli strumenti né la tempra.
di Claudio Amicantonio