Se la magistratura sceglie l’icona e dimentica il giornalismo reale

giovedì 27 agosto 2026


Rivedere oggi la registrazione dell’ospitata di Sigfrido Ranucci all’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) durante la concitata campagna referendaria sulla riforma della giustizia non restituisce più la stessa immagine di allora. Nel clima post-caso Lavitola, quelle immagini acquistano una luce diversa: meno trionfale, decisamente più ambigua.

​Il conduttore di Report venne accolto con i toni riservati a un’autorità civile, sommerso da una vera e propria standing ovation da parte della platea in toga. Un’esaltazione corale che superava la semplice stima professionale per sfociare nel riconoscimento politico e simbolico.

​Ma la domanda da porsi oggi è tanto schietta quanto scomoda: cosa resta davvero di quell’abbraccio scenico?

IL PODIO PER IL DIVO, L’OBLIO PER I PRECARI

​Se l’ANM scelse di schierarsi così apertamente a difesa di un’icona del giornalismo d’inchiesta televisivo, ha contestualmente evidenziato una profonda asimmetria nell’attenzione verso il mondo dell’informazione.

La passerella dei “grandi nomi”: l’evento ha evidenziato come l’attenzione pubblica e istituzionale tenda a concentrarsi sulle grandi firme televisive, già dotate di forte impatto mediatico e coperture legali strutturate.

La solitudine dei giornalisti senza padrone: nelle stesse aule e negli stessi tribunali, centinaia di cronisti precari, freelance e d'assalto lavorano ogni giorno privi di tutele, spesso sommersi da querele temerarie lanciate da chi possiede potere e denaro.

L’assenza di parità di riconoscimento: nessuno di questi cronisti senza “padrini né padroni” ha mai ricevuto un’accoglienza paragonabile, un applauso formale o un palcoscenico istituzionale da parte dei sindacati delle toghe.

TRA DIRITTO DI CRONACA E SPETTACOLARIZZAZIONE

Il cortocircuito dell’episodio risiede nel confine sfumato tra la giusta tutela dell’articolo 21 della Costituzione e la spettacolarizzazione del rapporto tra magistratura e informazione.

​C’è una differenza sostanziale tra il garantire l’indipendenza della stampa e il trasformare un singolo giornalista nella bandiera di una fazione. Quando l’ANM elegge un “simbolo”, rischia di dimenticare la categoria.

​Oggi, a bocce ferme, quell’episodio lascia sul campo un senso di incompiutezza. Riconoscere il valore delle inchieste è un dovere, ma trasformare la difesa del giornalismo in una passerella per pochi eletti impoverisce la battaglia quotidiana di chi fa informazione a proprie spese, lontano dalle telecamere e dai calorosi applausi delle platee istituzionali.


di Alessandro Cucciolla