mercoledì 26 agosto 2026
En passant
Woke: “Chi si sente consapevole dell’ingiustizia rappresentata da razzismo, disuguaglianza economica e sociale e da qualunque manifestazione di discriminazione verso i meno protetti. Persona che, esibendo il proprio orientamento politico progressista o anticonformista, ha un atteggiamento rigido o sprezzante verso chi non condivide le sue idee”.
Fin qui la Treccani, che sta sulle generali. Di fatto il neologismo americano, neanche troppo nuovo, prende un significato esplicito da fatti specifici. Eppure, woke è un mostruoso Cerbero a tre teste: la prima ha le fattezze delineate dalla Treccani; la seconda ha la fisionomia della “cultura della cancellazione”; la terza ha la faccia del “politicamente corretto”.
Il mondo woke, prescindendo dagli accadimenti che lo hanno riattizzato, ha raccolto l’insoddisfazione sociale che furbi “progressisti” hanno voluto presentare come una condizione politica generale della società. Non erano individui, settori, categorie a subire l’ingiustizia e la disuguaglianza. Era l’intera società marcia e malata, che disconosceva il male. Denunciare faceva apparire riformatori e modernisti, ma era soltanto conformismo dell’insoddisfazione per conto terzi. Il woke non è l’invenzione dei discriminati o dei meno protetti, ma dei loro fanatici interpreti e privilegiati rappresentanti che se ne servivano per acquisire voti politici e vantaggi sociali. Ed infatti rispecchia una certa spocchiosa superiorità del corrivo intellettualismo accademico e culturale.
È “cultura della cancellazione” la polverizzazione dei giganteschi Buddha di Bamiyan e la devastazione del sito archeologico di Palmira? Parleremmo di contestazione? Se per contestazione intendiamo la riflessione critica su una statua o un quadro, essa è sempre avvenuta. Appartiene alla storia che, alla maniera di Croce, è sempre storia del presente perché lo storico guarda al passato con gli occhi di oggi. I posteri cambiano il giudizio degli antenati riflettendo l’attualità. Il malanimo spinge gl’incolti a dileggiare ed espungere fisicamente dal panorama visivo gli emblemi che idealmente avversano. La “cultura della cancellazione” costituisce di per sé un ossimoro. Che essa non possegga nulla di culturale è dimostrato dal fatto (un fatto!) che, applicata ai libri, è inaccettabile e generalmente condannata, se non dai fanatici, dai dittatori, dai religiosi. Una statua o un affresco non sono che “libri” scritti in metallo e in marmo o con tele e colori sull’intonaco dei muri. Il processo distruttivo rivolto alle immagini del passato non è “comprensibile” perché accade, ma accade perché “incompreso”. Ogni pretesa o pretesto di “comprensione” diventano pseudo giustificazioni. l’iconoclastia è l’esantema dell’intolleranza, come il rogo dei libri. Sono operazioni “materiali”, che di “spirituale” hanno soltanto l’odio degli operatori.
Il “politicamente corretto”, poi, non merita considerazione alcuna. Rappresenta soltanto una degenerazione della forma espressiva, una specie di imposizione ed educazione all’ipocrisia, una perversione linguistica, una pericolosa restrizione e/o censura della libertà di parola che la pavidità e il conformismo hanno fatto accettare come un progresso della comunicazione, essendone un regresso.
Un regresso, in verità, al pari del “politicamente scorretto”, che purtroppo va imponendosi per becera reazione. La scorrettezza stravolge e falsifica il linguaggio quanto la correttezza pretende di eufemizzarne l’integrità. L’una è una causa sbagliata avallata a destra, l’altra è una causa sbagliata avallata a sinistra.
di Pietro Di Muccio de Quattro