La misura della politica e l’eredità di Domenico Fisichella

mercoledì 26 agosto 2026


Nella premessa al suo ultimo libro, Crisi o sviluppo della politica? Un difficile dilemma, Domenico Fisichella richiama una proposizione di Hegel che sembra condensare l’essenza dell’attività intellettuale: “L’inquietudine è la molla perenne dello spirito”. Il politologo messinese ravvisa in questa tensione una forza creatrice che stimola l’iniziativa e alimenta il pensiero, ma ne riconosce anche il risvolto problematico, quando la complessità degli eventi rende incerta la lettura del presente e la previsione degli sviluppi futuri. Si tratta di una costante che attraversa la carriera accademica dell’autore, segnata dalla volontà di comprendere le trasformazioni della sfera pubblica senza comprimerle entro categorie precostituite.

L’inquietudine conoscitiva riaffiora nei trentasei capitoli del volume, riconducibili a interrogativi che accompagnano lo studioso da decenni. Laddove il discorso contemporaneo tende a privilegiare la ricerca di contrapposizioni immediatamente spendibili, Fisichella conserva l’abitudine di distinguere, storicizzare e risalire alla genesi dei fenomeni prima di esprimere un giudizio. La sua cautela metodologica rifugge dalle semplificazioni e parte dal presupposto che la politica perda la propria intelligibilità, quando viene disgiunta dal contesto storico in cui prende forma.

Dietro l’apparente eterogeneità degli argomenti trattati emerge una trama unitaria. I partiti, le riforme istituzionali, l’autonomia differenziata, la collocazione internazionale dell’Italia e le categorie di autoritarismo e totalitarismo convergono, per vie differenti, sulla medesima domanda: quali condizioni consentono a un ordinamento politico di preservare le proprie fondamenta? Fisichella valuta con scetticismo le cesure nette e le palingenesi costituzionali, poiché propongono di risolvere con un solo intervento le contraddizioni sedimentate nel corso del tempo. La storia delle istituzioni insegna che una riforma non opera mai nel vuoto e che la modifica di un equilibrio pregresso può produrre conseguenze estranee alle intenzioni di chi l’ha promossa.

Il conservatorismo di Fisichella è distante dalla nostalgia o dalla difesa indiscriminata dello status quo. Lo studioso non attribuisce all’immobilità alcuna virtù intrinseca, sapendo che le istituzioni cambiano e talvolta devono cambiare; ogni trasformazione, tuttavia, va giudicata per gli effetti che determina e per gli equilibri sui quali interviene. L’innovazione fine a se stessa non può essere considerata una fonte di progresso per il semplice fatto di rompere con ciò che l’ha preceduta.

Il tema dell’autonomia differenziata acquista un rilievo particolare alla luce dell’esperienza maturata da Fisichella nelle istituzioni. La sua analisi si sofferma sull’equilibrio complessivo dello Stato, sul rapporto tra centro e periferia e sulla possibilità che una trasformazione apparentemente circoscritta finisca per incidere sulla coesione politica e sull’articolazione territoriale del Paese. È un criterio interpretativo che rifiuta tanto il dogmatismo centralista quanto l’idea secondo cui ogni trasferimento di competenze verso il basso debba necessariamente coincidere con un ampliamento della libertà.

Lo stesso atteggiamento si ritrova quando lo studioso ragiona sulla crisi dei partiti. L’antipolitica ha trasformato l’avversione per le degenerazioni partitiche nell’ostilità verso la funzione stessa della mediazione. Al contrario, Fisichella mantiene uno sguardo disincantato, consapevole delle patologie dei partiti ma anche della funzione che continuano a svolgere nella democrazia rappresentativa.

I partiti possono decadere, atrofizzarsi e diventare autoreferenziali, ma una democrazia rappresentativa difficilmente può fare a meno di strutture capaci di selezionare le classi dirigenti, organizzare gli interessi e tradurre la pluralità sociale in competizione politica. La loro crisi rischia di produrre una politica personalizzata e plebiscitaria nella quale il rapporto diretto tra leader ed elettorato sostituisce progressivamente le forme tradizionali della mediazione, un esito che Fisichella osserva senza compiacimento.

La distinzione fra autoritarismo e totalitarismo, che nel dibattito corrente viene sacrificata alle esigenze della polemica, recupera il suo significato effettuale. Chiamare ogni regime autocratico “totalitario”, o ogni torsione del potere “fascista”, può offrire un vantaggio immediato sotto il profilo comunicativo, ma impoverisce la comprensione dei fenomeni storico-istituzionali. Nella riflessione teorica di Fisichella si avverte l’impronta della scuola di Giovanni Sartori, che contribuì in modo determinante a conferire alla scienza politica piena autonomia disciplinare e un impianto metodologico rigoroso.

Crisi o sviluppo della politica? rappresenta la testimonianza di una cultura politica che guarda alle istituzioni con prudenza e concepisce il potere come una realtà da sottoporre a limiti precisi. Fisichella si rivela conservatore anzitutto nel metodo, nella cura delle distinzioni e in quella diffidenza verso l’entusiasmo ideologico affine alla tradizione di Edmund Burke. Oggi, mentre il confronto politico oscilla tra il razionalismo tecnocratico e la mobilitazione emotiva, queste pagine ricordano che governare implica la conoscenza dei confini entro i quali l’azione politica può dispiegarsi senza compromettere le condizioni che la rendono possibile.

(*) Crisi o sviluppo della politica? Un difficile dilemma, Domenico Fisichella, Casa Editrice Pagine, 167 pagine, 18 euro

(**) Foto: la copertina del libro di Domenico Fisichella


di Lorenzo Cianti