mercoledì 26 agosto 2026
Un’intervista sul futuro dell’Europa e dell’ordine mondiale
Yves Mény è un politologo francese, nato nel 1943. Considerato tra gli studiosi europei più importanti di istituzioni politiche, democrazia e populismo, è stato professore a Rennes, Paris II e Sciences Po, oltre che visiting professor in diverse università straniere.
Dal 1993 al 2001 ha diretto il Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo (IUE) di Firenze e inoltre ha rivestito la carica di presidente dell’Istituto Universitario Europeo dal 2002 al 2009
Gli ultimi libri di Yves Mény, Le Vie della democrazia, edito dal Il Mulino nel 2025 e Fragilità della democrazia: sovranità, legittimità, rappresentanza nel XXI secolo, edito da Morcelliana nel 2026 racchiudono il suo pensiero sul futuro dell’Europa.
Partiamo da alcuni dati di fatto. Qual è oggi la situazione dell’economia mondiale?
È una situazione molto differenziata e, soprattutto, piena di incertezze. Gli squilibri tra le grandi aree economiche sono profondi. Gli Stati Uniti crescono più dell’Europa, ma hanno un indebitamento colossale e un deficit commerciale molto pesante. Allo stesso tempo, l’America mantiene il primato nelle tecnologie avanzate, seguita dalla Cina. Il resto del mondo si trova, nel complesso, in una situazione di dipendenza.
Ma bisogna aggiungere una cosa: si tratta di una dipendenza reciproca. La Cina ha bisogno di esportare negli Stati Uniti, mentre gli Stati Uniti dipendono dalla “fabbrica Cina”, che produce a basso costo, e dallo Stato cinese per l’acquisto dei bond americani che contribuiscono a finanziare il debito degli Stati Uniti.
E l’Europa?
L’Europa sembra trovarsi da cinque-dieci anni in una situazione che ricorda quella del Giappone: demografia in calo, popolazione che invecchia, forti esportazioni, ma incapacità di realizzare un vigoroso rilancio economico. La domanda è: l’Europa è destinata a seguire la stessa strada?
In Asia, invece, assistiamo a una dinamica molto diversa.
Sì. Lo sviluppo asiatico è generalmente forte. Pensiamo al Vietnam o alla Corea del Sud. In parte questo è dovuto ai costi di produzione molto bassi e al ripiegamento di molti acquirenti internazionali dalla Cina verso Paesi più competitivi. Anche l’India sta uscendo dal suo torpore. Ma qui si presenta un paradosso interessante: proprio le competenze che hanno favorito lo sviluppo indiano, soprattutto nel settore informatico e nei servizi delocalizzati, potrebbero essere messe in discussione dall’intelligenza artificiale. Molti servizi oggi affidati dalle imprese occidentali a personale indiano istruito, ben formato, anglofono e relativamente poco costoso potrebbero in futuro essere svolti negli Stati Uniti e in Europa grazie all’AI. L’India rischierebbe quindi di perdere una parte importante degli sbocchi occupazionali per la sua forza lavoro in eccesso.
Che cosa sta accadendo, invece, in America Latina e in Africa?
L’America Latina continua a dover fare i conti con problemi che conosciamo da decenni: incapacità di assicurare un buon governo e garantire stabilità politica, criminalità organizzata e tentazioni radicali, tanto di estrema destra quanto di estrema sinistra. L’Africa presenta invece un contrasto impressionante. Da una parte c’è una forte crescita media, dovuta anche alla ricchezza del sottosuolo; dall’altra, l’incapacità di garantire un benessere collettivo adeguato e investimenti sufficienti per accompagnare l’enorme crescita della popolazione. Ed è proprio qui che, a mio avviso, si trova il maggiore rischio per l’Europa.
Perché considera l’Africa una questione così decisiva per il futuro europeo?
Indipendentemente da qualsiasi considerazione ideologica o politica, l’Europa si trova davanti a un continente giovane, in pieno boom demografico, ancora povero, sottosviluppato e fortemente diseguale. Questo continente guarda con desiderio e ambizione a un’Europa invecchiata, ricca ma in declino. E i rapporti tra i due continenti sono strettissimi: esistono legami linguistici, culturali, economici e familiari che derivano dalla colonizzazione passata e dai fenomeni migratori. L’Europa è mal preparata ad affrontare questa sfida, che è contemporaneamente umanitaria, economica, demografica e culturale. E non è affatto evidente quale soluzione potrebbe adottare. Nessuno, nemmeno tra i più radicali, sembra disposto ad applicare davvero soluzioni alla Trump, che contrastano con le tradizioni e la cultura europee e, soprattutto, con lo Stato di diritto.
Passiamo dalla situazione economica a quella politica. Qual è la novità più importante che vede emergere?
La novità è il predominio, non soltanto economico ma anche politico, di un gruppo ristretto di uomini d’affari immensamente ricchi, tanto nei loro Paesi d’origine quanto a livello internazionale. Questa nuova generazione di imprenditori, nel senso schumpeteriano del termine, è diventata talmente influente e potente che gli stessi Stati dipendono da loro. Le organizzazioni internazionali, inoltre, risultano spesso impotenti a causa del free-riding di alcuni Stati, talvolta minuscoli, che offrono oasi protettive a questi grandi predatori.
È questa la ragione per cui si parla di nuovi oligarchi?
Esattamente. È una parola greca che inizialmente veniva utilizzata soprattutto per indicare gli uomini dell’entourage di Putin, creati dallo stesso Stato russo al momento delle privatizzazioni nella convinzione di poterli poi manipolare. Successivamente, il termine è stato applicato ai miliardari della tecnologia americana sedotti da Trump o, come gli oligarchi russi, trasformatisi in cortigiani per opportunismo oppure per timore delle ire e delle sanzioni dei rispettivi padroni.
Negli Stati Uniti il rapporto tra grandi ricchezze e politica è diventato particolarmente evidente.
Sì. La decisione della Corte Suprema del 2010, che ha aperto a imprese e individui la possibilità di finanziare liberamente e senza limiti i partiti politici, beneficiando della protezione molto ampia del First Amendment, ha riversato quantità enormi di denaro sui partiti e soprattutto sulle campagne presidenziali. A questo punto possiamo scegliere le parole che vogliamo per definire ciò che, per abitudine, continuiamo a chiamare democrazia liberale americana: oligarchia, populismo autoritario, plutocrazia. Il problema è che il denaro non rappresenta più soltanto una conseguenza del potere: diventa uno strumento diretto per costruirlo.
Questo fenomeno riguarda soltanto gli Stati Uniti?
No. Il modello del miliardario al potere non è nuovo ed è comparso in diversi Paesi, anche europei: in Italia, nella Repubblica Ceca, in Slovacchia, in Gran Bretagna. È come se il fatto di aver accumulato una grande fortuna conferisse una legittimità supplementare, a scapito dei tecnocrati, degli universitari e dei militari che un tempo costituivano una parte importante delle élite dirigenti. Ma c’è qualcosa di più profondo.
Si spieghi meglio.
Da circa vent’anni riemerge una soluzione al problema della rappresentanza che i populisti hanno sempre contestato. Se i rappresentanti tradizionali sono considerati illegittimi, dei «traditori», allora il miglior rappresentante delle masse popolari diventa colui nel quale il popolo può identificarsi completamente. Non siamo più davanti alla classica relazione tra rappresentato e rappresentante. È una relazione affettiva, quasi di idolatria del capo da parte delle masse.
E qui il confine tra democrazia e autocrazia diventa molto sottile.
Sì. La linea di demarcazione tra democrazia personalizzata e regime autocratico diventa sempre più sottile. Da questo punto di vista, l’esecutivo policentrico e necessariamente poco carismatico di Bruxelles, considerati i poteri e le competenze dell’Unione Europea, non è affatto in sintonia con lo spirito dei tempi.
Anche le tradizionali strutture di mediazione sembrano essere entrate in crisi.
È uno dei fenomeni più importanti. In tutte le democrazie europee assistiamo al crollo delle strutture tradizionali di mediazione: partiti, Chiese, sindacati. Al loro posto troviamo comportamenti frammentati, parcellizzati, fluidi e mutevoli. Oppure, peggio ancora, non troviamo nulla. Un individualismo esasperato convive stranamente con comportamenti gregari di massa, ma instabili e fragili, soprattutto sotto l’influenza dei social network.
Quanto contano i social network in questa trasformazione?
Moltissimo. Con l’anonimato, i messaggi brevi, il linguaggio crudo e violento, spesso carico di odio, xenofobo o razzista, i social network sono diventati una macchina per produrre dissenso e favorire la polarizzazione degli estremi. Ma soprattutto contribuiscono a distruggere il principio stesso della rappresentanza. Non abbiamo più una relazione tra rappresentato e rappresentante, ma tra leader carismatico e follower.
In tal modo, la democrazia rappresentativa entra in crisi?
Sì. La democrazia classica, fondata sulla rappresentanza, legittimata dal pluralismo e dal rispetto delle differenze e fondata sulla garanzia delle libertà individuali e collettive, è in crisi. E, a essere franchi, nessuno dispone oggi di una soluzione “preconfezionata”.
(*) Fine prima parte
di Francesco Carella