Filippo Mancuso, un giudice contro il sistema

martedì 25 agosto 2026


Nella storia della Repubblica vi sono uomini delle istituzioni che, pur avendo lasciato un segno profondo, finiscono col tempo nell’ombra. Filippo Mancuso appartiene a questa categoria. Magistrato rigoroso, ministro della Giustizia controcorrente, fu probabilmente il primo rappresentante dello Stato ad opporsi apertamente a quello che riteneva uno squilibrio crescente tra potere giudiziario e politica negli anni di Mani Pulite.

Nato a Palermo in una famiglia modesta, si laureò in giurisprudenza con il massimo dei voti. Per mantenersi lavorò come correttore di bozze al quotidiano L’Ora e insegnò ginnastica e pugilato. Entrato in magistratura, percorse tutti i gradini della carriera fino a diventare presidente della Corte d’Appello di Bari e successivamente procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma.

Nella lotta alla mafia collaborò con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, distinguendosi per competenza e rigore, tanto da ricevere l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Il suo destino politico si intrecciò con quello del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, una delle figure più controverse della Prima Repubblica e della sua drammatica transizione.

Scalfaro era un cattolico conservatore di formazione democristiana, magistrato prima di intraprendere la carriera politica. La morte della moglie, avvenuta dando alla luce la figlia Marianna, segnò profondamente la sua vita privata e contribuì a rafforzarne il carattere austero e profondamente religioso.

Nel secondo dopoguerra svolse le funzioni di pubblico ministero nei processi celebrati contro appartenenti alla Repubblica Sociale Italiana e collaborazionisti del regime fascista davanti alle Corti d’Assise straordinarie. Alcuni di quei procedimenti si conclusero con condanne a morte poi eseguite. Quella stagione contribuì a costruire l’immagine di un magistrato inflessibile nell’applicazione della legge.

Negli anni successivi Scalfaro divenne anche il simbolo di una rigorosa concezione della morale pubblica, ricordata dal celebre episodio della contestazione a una signora per l’abbigliamento ritenuto troppo succinto in un ristorante romano, vicenda destinata a entrare nell’immaginario collettivo.

Paradossalmente, l’anticomunista della Guerra fredda, una volta salito al Quirinale, divenne il principale punto di riferimento istituzionale delle forze post-comuniste, soprattutto per la sua netta contrapposizione a Silvio Berlusconi e per la difesa dell’operato della magistratura durante la stagione di Mani Pulite.

Il 3 novembre 1993 pronunciò, a reti unificate, il celebre discorso passato alla storia con le parole “Io non ci sto!”, respingendo le accuse nate dalle dichiarazioni dell’ex direttore del Sisde Riccardo Malpica sui fondi riservati del Ministero dell’Interno. Per Scalfaro quelle accuse costituivano un tentativo di delegittimare le istituzioni repubblicane in un momento segnato anche dagli attentati mafiosi. Da allora, tuttavia, la sua Presidenza assunse inevitabilmente una forte connotazione politica, dividendo il Paese.

Fu proprio in questo clima che emerse Filippo Mancuso.

Chiamato da Lamberto Dini al Ministero di Grazia e Giustizia, Mancuso avviò ispezioni sia presso la Procura di Palermo sia nei confronti del pool di Mani Pulite di Milano. Contestò metodi investigativi che riteneva incompatibili con uno Stato di diritto: uso estensivo della custodia cautelare, forti pressioni psicologiche sugli indagati e una concezione della giustizia che, a suo giudizio, rischiava di trasformare il potere giudiziario in protagonista della lotta politica.

Lo scontro con il Quirinale divenne inevitabile. Per Scalfaro la magistratura rappresentava il presidio della legalità nella più grave crisi della Repubblica; per Mancuso era invece necessario ristabilire il principio dell’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Nell’ottobre 1995 la maggioranza favorevole all’operato dei magistrati milanesi presentò una mozione di sfiducia nei confronti del ministro. Durante il dibattito parlamentare non mancarono episodi singolari, tra cui problemi tecnici all’impianto audio proprio nei passaggi più delicati del suo intervento. La mozione fu approvata e Mancuso divenne il primo ministro della storia repubblicana ad essere sfiduciato individualmente dal Parlamento.

Da Hammamet Bettino Craxi definì quel discorso “il più grande intervento parlamentare che abbia mai ascoltato”.

L’anno successivo Mancuso partecipò all’Assemblea dell’associazione degli ex socialisti Giovine Italia, spiegando di voler essere presente ovunque si difendessero la libertà e il pluralismo delle idee, indipendentemente dalle appartenenze politiche.

Successivamente, da deputato di Forza Italia, continuò a denunciare quella che definiva la deriva giustizialista della Repubblica, sostenendo la separazione delle carriere, la responsabilità dei magistrati e il pieno ripristino delle garanzie costituzionali.

Anche molti anni dopo lo scontro istituzionale rimase oggetto di riflessione politica. Claudio Martelli, nelle proprie dichiarazioni e nelle testimonianze rese nell’ambito dei processi sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, sostenne che la sostituzione di Vincenzo Scotti con Nicola Mancino al Ministero dell’Interno fosse stata fortemente voluta da Oscar Luigi Scalfaro, attribuendo a quella scelta un rilievo decisivo nella ricostruzione politica di quella stagione. Si tratta di una lettura sostenuta da Martelli e rimasta al centro di un intenso dibattito storico e giudiziario.

Filippo Mancuso rimane, comunque, la figura di un galantuomo delle istituzioni. Si possono condividere oppure no le sue tesi, ma difficilmente gli si può negare il coraggio della coerenza. In un’epoca dominata dal conformismo politico e giudiziario, scelse di difendere fino in fondo la propria idea dello Stato di diritto, della ricerca della verità e dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, pagando un prezzo personale e politico che pochi, allora, ebbero il coraggio di affrontare.

Filippo Mancuso rimane, comunque, la figura di un galantuomo delle istituzioni. Si possono condividere oppure no le sue tesi, ma difficilmente gli si può negare il coraggio della coerenza.


di Gabriele Zammillo