venerdì 7 agosto 2026
Può sembrare una questione marginale. In fondo, si tratta soltanto di scegliere le immagini da stampare sulle future banconote in euro. Eppure, proprio perché le banconote passano ogni giorno nelle mani di centinaia di milioni di persone, la scelta dei loro simboli non è mai irrilevante. Ogni moneta racconta una storia, ogni banconota suggerisce un’idea di comunità, ogni immagine dice, implicitamente, chi siamo.
Per questo la consultazione promossa dalla Banca Centrale Europea merita molta più attenzione di quella che ha ricevuto. Da una parte vengono proposte figure che incarnano la storia culturale del continente: artisti, musicisti, scienziati, scrittori. Dall’altra, fiumi, uccelli e paesaggi naturali.
Molti vedranno in questa seconda proposta un innocuo omaggio all’ambiente, ma questa alternativa pone una domanda più profonda e radicale: l’Europa è una civiltà o semplicemente un territorio?
Se è una civiltà, allora essa si distingue per ciò che gli uomini hanno costruito nel corso dei secoli: il pensiero greco, il diritto romano, le cattedrali medievali, il Rinascimento, la rivoluzione scientifica, la musica di Bach, Mozart e Beethoven, la pittura di Leonardo e di Rembrandt, la filosofia di Kant e di Hegel, la letteratura di Dante, Cervantes e Shakespeare. È questo patrimonio che ha dato all’Europa un’identità riconoscibile nel mondo.
Se invece è soltanto uno spazio geografico, allora bastano un fiume, un airone, una foresta o un cinghiale. Ma qui nasce una difficoltà evidente: certi volti parlano immediatamente − chiunque riconosce Beethoven o Leonardo – e hanno una serie d’implicazioni culturali che sono in grado di contraddistinguere una civiltà. Chiunque comprende che essi rappresentano qualcosa che trascende i confini nazionali. Un fiume, invece, quale fiume è? Un uccello, quale specie rappresenta? Quanti cittadini europei saprebbero distinguerli senza una didascalia? E che tipo di civiltà rappresentano, se sono stati e sono ancora presenti in società che hanno caratteristiche molto diverse, se non opposte? Un simbolo che ha bisogno di essere spiegato perde gran parte della sua forza simbolica, e un fiume, potendo essere confuso con molti altri, non indica nulla che possa diventare un riferimento, non propone nulla che sia possibile considerare come un esempio.
Qualcuno obietterà che la natura appartiene a tutti, ed è vero. Ma proprio per questo non distingue quasi nessuno. Fiumi, montagne e uccelli esistono in ogni continente. Non è la natura che rende unica una civiltà: la natura era splendida anche nella Germania degli anni del nazismo. I boschi non impedirono Auschwitz e la tundra c’era anche intorno a qualche gulag. I fiumi non produssero la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e le alpi, per quanto menzionate dal Manzoni, non scrissero né Il Cinque Maggio né I Promessi Sposi.
Quest’idea della natura come maestra di vita e di equità, oltre che come fonte di un autentico progresso, è riconducibile a Rousseau, ma fu già smontata da Leopardi in modo così circostanziato e ironico da rendere superfluo ogni ulteriore commento. Sono gli uomini, con la loro cultura e le loro opere, con i dolori e le pur rapide gioie immortalate dalla loro arte, con le loro conoscenze e scoperte, a trasformare un territorio in una civiltà, e non la natura.
L’Europa non è nata perché possiede il Danubio o il Reno: è nata perché in prossimità del mare o lungo le rive dei suoi fiumi sono sorte Atene e Roma, Firenze e Napoli, Cambridge e Oxford, Londra, Parigi e Berlino; perché in quelle città uomini e donne hanno discusso di libertà, di diritto, di fede, di scienza e di arte. Le rive dei fiumi e dei laghi, paesaggi montani o marini sono il palcoscenico, ma la civiltà è l’opera che vi è stata rappresentata.
Per questo la scelta delle immagini non è neutrale. Ogni civiltà decide continuamente che cosa ricordare e che cosa dimenticare. Se smette di raffigurare i propri maestri e preferisce simboli sempre più generici, rischia lentamente di dimenticare anche le ragioni della propria esistenza.
Non si tratta di nostalgia. Né di stabilire una graduatoria fra popoli o nazioni. Si tratta di capire se l’Europa desideri ancora raccontarsi come un grande edificio culturale, sociale e politico oppure preferisca presentarsi come un semplice spazio naturale amministrato da istituzioni comuni.
Le banconote sono uno dei pochi “libri” che ogni cittadino sfoglia ogni giorno, anche senza accorgersene: valgono per il loro potere d’acquisto, ma valgono anche per il messaggio che trasmettono, e una civiltà che rinuncia a raffigurare se stessa rischia prima o poi di non riconoscersi più nemmeno allo specchio. Proprio per questo le immagini che vi compaiono non sono mai soltanto decorative, ma sono riferimenti importanti della civiltà di cui le banconote costituiscono, oltre che strumenti commerciali, simboli identitari da cui sarebbe un pessimo segnale voler prescindere.
Le banconote francesi del Novecento raffiguravano Pascal, Voltaire, Delacroix, Debussy, Cézanne, Saint-Exupéry; quelle italiane Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Verdi, Bellini, Volta, Marconi; quelle britanniche Shakespeare, Newton, Darwin, Churchill, Jane Austen; quelle tedesche i fratelli Grimm, Clara Schumann, Gauss. Nessuno di questi Paesi pensava di rappresentarsi con il Rodano, il Po, il Tamigi o il Reno, e non perché quei fiumi non fossero belli e significativi, ma perché chi aveva la responsabilità di prendere certe decisioni aveva ben chiara la differenza tra geografia e cultura, fra la storia della civiltà e i suoi palcoscenici naturali. E soprattutto, perché quella responsabilità non era disposto a delegarla pilatescamente a una piazza, per quanto vasta, internazionale ed europea.
di Gustavo Micheletti