venerdì 7 agosto 2026
Il più puro dei puri e l’arte di non governare mai
Ci sono forze politiche che sembrano temere la vittoria più della sconfitta. Prosperano nell’attesa, si nutrono di distinguo, e quando il potere si avvicina indietreggiano quasi con sollievo, come se governare fosse un tradimento della propria natura. È una tentazione antica della sinistra italiana, e nessuno l’ha fotografata meglio di un comico. Negli anni d’oro delle sue imitazioni televisive con Serena Dandini, Corrado Guzzanti vestiva i panni di Fausto Bertinotti, dandy elegante e capriccioso. E, alla domanda su che cosa avrebbe fatto una volta arrivato alla responsabilità del Governo, rispondeva con una sincerità che nessun politico vero si concederebbe mai: “Io devo governare? Ma mi hai guardato in faccia? Il nostro scopo è quello di avere il più grande partito del Paese senza responsabilità di Governo. La sinistra non deve governare. La Sinistra è gioco, è divertimento, è fantasia. Alabarda spaziale!”. In poche righe, e con un’alabarda spaziale a chiudere, il comico aveva messo a nudo una postura intera: quella di chi coltiva il consenso come una virtù estetica e fugge la responsabilità come una malattia.
La caricatura, si sa, morde quando aderisce al vero. E il vero, allora, era che Rifondazione Comunista sosteneva il primo Governo Prodi standone accuratamente fuori: un partito che, pur non facendo parte dell’Esecutivo, aveva un ruolo decisivo nella maggioranza, appoggio esterno e nessuna firma sui provvedimenti più impopolari. Il gioco poteva reggere finché la finzione reggeva. Poi arrivò la resa dei conti sulla legge finanziaria, e il 9 ottobre 1998 il Governo Prodi cadde alla Camera per un solo voto, 312 contro 313, perché Bertinotti aveva ritirato l’appoggio del suo partito. Fu il primo Governo della storia repubblicana a cadere in seguito a una formale votazione in Aula: quasi tutte le altre crisi italiane si erano consumate nei corridoi, con dimissioni senza conta dei voti. Bertinotti volle invece la resa dei conti alla luce del sole, e scelse la purezza dell’opposizione contro la fatica del Governo. Esattamente ciò che il suo doppio comico aveva confessato in mondovisione, con un anticipo che oggi ha del profetico.

Il paradosso è che a rievocare quel fantasma è stato proprio Romano Prodi. Ragionando sul futuro del cosiddetto campo largo, l’ex premier si è augurato che al centrosinistra “non prenda la bertinottite”, e ha osservato che nella mente di Giuseppe Conte non è ancora definito quale ruolo egli pensi di ricoprire. Chi è caduto una volta sotto quella scure riconosce i sintomi da lontano. E i sintomi ci sono tutti: un partito che sta nella coalizione ma ne rivendica in continuazione l’autonomia, che pone condizioni più che programmi, che misura la propria identità nella distanza dagli alleati anziché nella capacità di governarci insieme. Il Movimento 5 stelle di Conte, reduce da una stagione di governo che ne ha appannato l’aura movimentista, sembra aver ritrovato sé stesso proprio nel ritorno alla comfort zone dell’opposizione, o della semi-opposizione interna, che è poi la posizione più comoda di tutte: si incassano i vantaggi dell’alleanza senza pagarne i costi, si partecipa alla vittoria senza rispondere della sconfitta.
Il gioco, del resto, ha una sua nobiltà apparente. Conte e il Movimento si propongono di rappresentare quella parte del Paese che ancora crede, per riprendere lo slogan caro alla sinistra di allora, che “un altro mondo è possibile”: il rifiuto del riarmo, la diffidenza verso i vincoli europei, la promessa di non piegarsi alle ragioni della realpolitik. È il caso della politica estera, dove Conte ha annunciato che il Movimento non voterà i nuovi aiuti militari a Kiev e ha proposto di affidare addirittura alle primarie la linea internazionale della coalizione. Posizioni che hanno il fascino delle cose semplici, e il difetto di non fare mai i conti col mondo reale, quello fatto di contraddizioni e di compromessi che chi governa uno Stato non può eludere. È lo scarto tra il predicare che un altro mondo è possibile e il doverlo poi costruire davvero.
E qui si apre lo scenario più paradossale. Perché anche ammesso che Conte si pieghi a una logica maggioritaria e accetti di guidare sul serio, resta sempre qualcuno più puro di lui pronto a rifiutare il compromesso. Lo si è visto sulle primarie: Angelo Bonelli ha già avvertito che “in caso di primarie chiunque vinca interpreterà il programma, non detterà la linea: per noi sarebbe irricevibile”. Tradotto, nessuno accetta davvero un capo. E all’orizzonte si affaccia soprattutto Alessandro Di Battista, che medita una discesa in campo con un proprio movimento, esclude ogni alleanza col Partito democratico e teorizza apertamente un “progetto di rottura” che non punta a governare ma a “migliorare sia l’opposizione sia la maggioranza”. Un uomo che già nel 2021 aveva abbandonato il Movimento pur di non entrare nel Governo Draghi. Se davvero il suo partito nascesse, sarebbe l’incarnazione chimicamente pura del bertinottismo secondo Guzzanti: l’opposizione fatta identità, la rottura eretta a professione, il partito che aspira a contare tutto proprio a patto di non rispondere di nulla. Alabarda spaziale, verrebbe da dire. Con l’unica differenza che allora era una battuta, e oggi rischia di essere un programma elettorale.
di Claudio Amicantonio