L’Europa assediata: Ceuta, Schengen e la frontiera dimenticata

lunedì 3 agosto 2026


Ceuta, enclave spagnola in territorio africano, è diventata uno dei principali punti di pressione migratoria verso il continente europeo. Da anni rappresenta una delle frontiere più delicate dell’Unione, dove si misura la capacità dell’Europa di controllare i propri confini esterni, di gestire i flussi migratori e di garantire la sicurezza dei propri cittadini.

Negli ultimi anni il Marocco ha dimostrato, in più occasioni, di poter utilizzare i flussi migratori come strumento di pressione politica nei confronti della Spagna e dell’Unione europea. Ogni allentamento dei controlli produce migliaia di tentativi di ingresso a Ceuta e Melilla, mettendo sotto pressione le forze dell’ordine e le istituzioni europee.

Rifiutare qualsiasi discussione sul rapporto tra immigrazione irregolare, integrazione e sicurezza significa ignorare un tema reale, alimentando sfiducia nelle istituzioni e favorendo la crescita delle posizioni più radicali.

Ma Ceuta non riguarda soltanto la Spagna. Riguarda tutta l’Europa.

Le pressioni migratorie lungo la rotta del Mediterraneo occidentale hanno effetti sull’intera Unione europea e mettono alla prova uno dei suoi pilastri fondamentali: lo spazio Schengen. La libera circolazione delle persone può esistere soltanto se le frontiere esterne sono realmente presidiate. Se questo equilibrio viene meno, è l’intero sistema europeo a entrare in difficoltà.

Per questo è legittimo aprire un confronto su misure straordinarie, compresa la possibilità di sospendere temporaneamente alcune disposizioni di Schengen – come ha scelto di fare il governo Meloni – o di rafforzare i controlli alle frontiere interne nei casi previsti dai trattati europei, quando la sicurezza pubblica lo renda necessario. Difendere i confini non significa rinunciare ai principi umanitari, ma garantire che l’accoglienza avvenga nel rispetto delle regole, distinguendo chi ha diritto alla protezione internazionale da chi entra illegalmente nel territorio dell’Unione.

Ed è proprio qui che nasce l’interrogativo più importante. Siamo davvero di fronte a un fenomeno esclusivamente spontaneo, dettato dalla disperazione di migliaia di persone, oppure esistono reti criminali, organizzazioni o interessi politici che favoriscono, coordinano o sfruttano questi flussi per esercitare pressione sull’Europa? La storia recente dimostra che le migrazioni possono essere utilizzate anche come leva geopolitica.

Ciò che sta avvenendo non è più percepito soltanto come un fenomeno migratorio, ma come una trasformazione demografica e culturale dell’Europa.

A rendere il quadro ancora più delicato è la crescita dell’antisemitismo registrata in diversi Paesi europei. Le comunità ebraiche vivono oggi sotto una pressione crescente, tra minacce, aggressioni e manifestazioni di odio che impongono una risposta ferma da parte delle istituzioni. L’estremismo di matrice islamista rappresenta una delle minacce individuate dalle autorità di sicurezza europee, accanto ad altre forme di estremismo violento. Contrastare l’immigrazione irregolare, prevenire la radicalizzazione e impedire che reti estremiste possano sfruttare i flussi migratori significa anche rafforzare la tutela delle comunità ebraiche e difendere i valori democratici su cui si fonda l’Europa.

La Spagna non può permettersi che Ceuta diventi il simbolo della propria impotenza. E questo vale per ogni paese europeo. Difendere i confini esterni significa difendere la credibilità delle istituzioni europee, la sicurezza dei cittadini e la sostenibilità del progetto Schengen. La vera sfida non è scegliere tra accoglienza e sicurezza, ma dimostrare che uno Stato di diritto è ancora capace di governare i flussi migratori con umanità, fermezza e responsabilità. Rinunciare al controllo delle frontiere significherebbe rinunciare a uno dei presupposti fondamentali della sovranità democratica: il diritto di uno Stato di decidere chi può entrare sul proprio territorio e a quali condizioni.


di Claudia Conte