giovedì 30 luglio 2026
Con l’approvazione in un ramo del parlamento della legge elettorale ormai è iniziata la corsa per le elezioni politiche. Non credo si terranno alla scadenza naturale, prevista per l’autunno del 2027, ma neanche entro la fine dell’anno in corso, come pure alcuni dicono.
Il Governo Meloni conquisterà il record del governo più longevo il prossimo 4 settembre, per cui non è questo l’ostacolo. E neanche quello che molti giornali scrivono, la pensione che i parlamentari acquisiscono il diritto ad avere il 14 aprile 2027, perché si tratta di una pensione su base contributiva che per una sola legislatura corrisponde ad una cifra inferiore al minimo sociale Inps.
Credo invece che il vero ostacolo sia la necessità, in uno scenario internazionale molto complicato, di approvare la legge di bilancio dello Stato prima di pensare ad eventuali elezioni anticipate. Anche perché su questo il capo dello Stato è molto attento ed è lui che scioglie le Camere e convoca le elezioni.
Alcuni quotidiani riportano poi che governo e maggioranza starebbero lavorando per approvare una norma che consentirebbe di accorpare il voto di alcune grandi città (Roma-Milano-Napoli-Torino-Bologna), che hanno votato nell’autunno del 2021, a quello di altri Comuni in scadenza per giugno 2027.
Questo perché, sempre a quanto scrivono alcuni giornali, governo e maggioranza starebbero pensando ad elezioni politiche anticipate in primavera, ma non vorrebbero votare insieme alle amministrative delle grandi città.
Mi spiace deludere questi giornali, ma le elezioni di queste grandi città sono già previste, per legge, nella primavera del 2027, in un range che va dal 15 aprile al 15 giugno. E la data la fissa il governo con il ministro degli Interni.
Proprio una circolare del Ministero dell’Interno del dicembre del 2024 aveva chiarito che i comuni che, causa Covid, erano andati al voto nell’autunno del 2020 e del 2021 avrebbero votato nella primavera del 2026 e del 2027.
Infatti, a causa dell’emergenza pandemica e all’impossibilità di andare al voto durante la finestra primaverile, 15 aprile-15 giugno, le elezioni amministrative del 2020 furono spostate, con il decreto legge numero 26 del 20 aprile 2024, al 20 settembre 2020, e quelle della primavera del 2021 al 3 ottobre 2021.
Di fatto un prolungamento della consiliatura, di circa sei mesi, rispetto ai cinque anni previsti dalla legge, ma giustificato dalla pandemia.
Questo perché la finestra elettorale prevista dalla legge è quella primaverile e se il mandato scade nei mesi successivi a quella finestra le elezioni si tengono nello stesso periodo dell’anno successivo. Così la circolare ministeriale aveva chiarito che i comuni che sono andati dunque al voto nell’autunno del 2020 o nel 2021 andranno al voto nella primavera del 2026 e in quella del 2027.
Di fatto la consiliatura viene aumentata per la seconda volta di sei mesi, ma questa volta senza la giustificazione della pandemia ma per applicazione della norma scritta per allineare le elezioni.
Solo che la norma che prevede le elezioni sei mesi dopo è in contrasto con il comma 1 dell’articolo 51 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali – decreto legislativo 267 del 2000 – che prevede che la consiliatura duri cinque anni.
Non è poi del tutto vero che l’unica finestra elettorale sia quella di primavera; infatti, l’articolo 143 comma 10 del testo unico degli enti locali prevede che i comuni sciolti per infiltrazione mafiosa, se la scadenza della durata della consiliatura cada nel secondo semestre dell’anno, vanno al voto in un turno straordinario previsto in una domenica compresa tra il 15 ottobre e il 15 dicembre.
Si sarebbe potuto usare questa finestra per evitare di allungare la consiliatura di queste grandi città approvando una semplice norma di rinvio da inserire in una delle decine di provvedimenti varati dal Parlamento.
In ogni caso se la maggioranza vuole andare ad elezioni anticipate tra marzo e aprile 2027 la vedo complicata non accorpare politiche ed amministrative, così come prevede espressamente l’articolo 7 del dl 17 marzo 2011 numero 98.
Mentre la scelta della data delle amministrative è in capo al governo quella dello scioglimento delle Camere e l’indizione dei comizi è in capo al presidente della Repubblica.
L’articolo 88 della Costituzione prevede che sia il presidente della Repubblica a sciogliere le Camere e il combinato disposto dell’articolo 61, comma 1, della Costituzione e dell’articolo 11 del dpr 361 del 1957 (articolo 4 decreto legislativo 533 del 1993) prevede che i comizi elettorali sono convocati con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei ministri. Il decreto è pubblicato nella gazzetta ufficiale non oltre il quarantacinquesimo giorno antecedente quello della votazione.
Ai 45 giorni vanno aggiunti i tempi tecnici per stampare i manifesti, affiggerli e per organizzare la macchina elettorale, per cui tra lo scioglimento delle Camere e le votazioni intercorrono sempre almeno sessanta giorni.
Questo significa che per andare al voto a marzo-aprile le Camere andrebbero sciolte a gennaio-febbraio e sarebbe difficile a questo punto evitare l’election day.
di Donato Robilotta