Migranti, rigetti, rimpatri e... chi resta!

martedì 28 luglio 2026


Il nodo irrisolto tra sicurezza, tutela giuridica data dai non espellendo

Il confine difficile tra tutela giuridica e percezione di insicurezza: quando chi dovrebbe essere valutato per il rimpatrio resta sul territorio per tempi lunghi, la comunità chiede risposte concrete.

I dati più recenti del Viminale indicano un cambiamento significativo nello scenario migratorio italiano. Nei primi mesi del 2026 gli sbarchi sulle coste italiane risultano quasi dimezzati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre il numero dei minori stranieri non accompagnati è passato da 4.443 a 2.187 unità (dato aggiornato all’8 giugno). Parallelamente, è aumentato il rapporto tra persone sbarcate e rimpatri effettuati: dal 10,2 per cento registrato nel 2025 si è arrivati al 34,8 per cento nel 2026. Un dato che evidenzia un maggiore ricorso agli strumenti di rientro nei Paesi di origine, ma che non esaurisce la complessità del fenomeno e pone un enorme quesito: i selezionati a permanere quanto della Nazione che li accoglie accettano non solo le leggi, ma le stili di vita e del rapporto civico preesistente e vogliono dare avvio a uno proprio che corrisponda a un concetto di libertà alquanto personale spesso rasente lo sconcerto etico morale.

Anche il quadro europeo mostra una situazione articolata. Secondo Eurostat, nel primo trimestre del 2026 l’Italia ha emesso circa 4.900 ordini di allontanamento, contro i 5.230 dello stesso periodo del 2025. Nell’intera Unione Europea, su 108.475 provvedimenti di espulsione adottati, i rimpatri effettivamente eseguiti sono stati 34.550. Dietro questi numeri rimane però una realtà più complessa: la diminuzione degli arrivi non significa automaticamente una riduzione delle persone che continuano a vivere situazioni di irregolarità, vulnerabilità o marginalità sociale.

Il confine difficile tra garanzie dello Stato di diritto e sicurezza quotidiana si ha quando le procedure si allungano e chi attende una decisione resta sul territorio, cresce nella popolazione la richiesta di risposte certe e tempestive. Una delle criticità più evidenti riguarda le persone prive di documenti validi. In molti casi, la permanenza prolungata senza una definizione amministrativa della posizione giuridica può creare condizioni favorevoli allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata. L’assenza di identificazione certa, la difficoltà nei collegamenti con i Paesi di origine e la mancanza di procedure uniformi tra gli Stati europei hanno prodotto situazioni nelle quali legalità e illegalità rischiano di sovrapporsi. Alcuni soggetti coinvolti in attività criminali possono sfruttare proprio queste zone di incertezza: cambi di identità, difficoltà nell’accertamento della provenienza, utilizzo di documentazione non riconosciuta e inserimento in circuiti criminali organizzati ormai specifici per ogni paese.

IL LIMITE DELLA GIUSTIZIA ITALIANA: IMPUTATI E CONDANNATI STRANIERI TRA PROCESSO, PENA ED ESPULSIONE

Uno dei nodi più delicati riguarda gli stranieri sottoposti a procedimenti penali o già condannati.

Il sistema italiano prevede infatti garanzie procedurali che possono impedire o rinviare l’allontanamento dello straniero quando è ancora pendente un procedimento giudiziario o quando deve essere garantita l’esecuzione della pena. L’articolo 709 del codice di procedura penale disciplina i rapporti tra estradizione e procedimenti penali pendenti in Italia, prevedendo che la consegna allo Stato richiedente possa essere sospesa quando l’interessato deve ancora essere giudicato o deve completare l’esecuzione di una pena, salvo particolari autorizzazioni. L’articolo 739 del codice di procedura penale recepisce invece il principio del ne bis in idem, impedendo che una persona già giudicata definitivamente per gli stessi fatti possa essere nuovamente sottoposta a procedimento penale in un altro Stato quando ricorrono le condizioni previste dalla legge.

Questi principi rappresentano una tutela fondamentale dello Stato di diritto, ma pongono anche un problema pratico: in alcuni casi la persona straniera rimane sul territorio nazionale per un periodo molto lungo, anche quando l’autorità amministrativa avrebbe interesse a definire diversamente la sua posizione.

LA NECESSITÀ DI UN NUOVO EQUILIBRIO TRA NORME PENALI, SICUREZZA PUBBLICA E DIRITTO DELL’IMMIGRAZIONE

Il punto centrale della questione riguarda il difficile equilibrio tra tre esigenze fondamentali dello Stato: il rispetto delle norme penali, la gestione dell’immigrazione e la tutela dei principi costituzionali. Uno Stato democratico deve garantire i diritti fondamentali della persona, ma deve anche assicurare ai cittadini sicurezza, rispetto delle regole e certezza delle decisioni giudiziarie.

Il problema emerge quando i tempi delle procedure, sia penali sia amministrative, producono situazioni indefinite nelle quali una persona rimane sul territorio nazionale senza una reale prospettiva di integrazione, di regolarizzazione o di rientro nel Paese di origine. Per questo motivo potrebbe essere valutata una maggiore coordinazione tra meglio se lasciata a uno come il Magistrato di Sorveglianza non escludendo missive magistratura penale; Uffici immigrazione; autorità dei Paesi di origine. L’obiettivo non dovrebbe essere ridurre le garanzie previste dalla legge, ma evitare che gli strumenti di tutela si trasformino in una condizione permanente di sospensione, nella quale una persona continua a rimanere sul territorio senza che la sua posizione giuridica trovi una soluzione definitiva.

Un tema particolarmente delicato riguarda la reiterazione di reati considerati in passato “di lieve entità”. Singolarmente possono apparire episodi minori, ma quando diventano frequenti e ripetuti possono produrre un effetto diverso: non più semplici violazioni isolate, ma una condizione di illegalità abituale che incide sulla vita quotidiana dei cittadini e sulla percezione di sicurezza nelle comunità. La questione, quindi, non è soltanto la gravità del singolo episodio, ma il valore complessivo delle regole violate. Una serie continua di comportamenti contrari alla legge rappresenta una totale negazione della Carta costituzionale e compromettere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e mettere in difficoltà il principio fondamentale secondo cui tutti devono rispettare le stesse norme.

La Costituzione italiana rappresenta la legge fondamentale dello Stato e tutte le altre norme, comprese quelle penali e amministrative, devono essere applicate nel suo rispetto. Questo significa che la tutela dei diritti individuali deve sempre essere bilanciata con la protezione della sicurezza pubblica, della convivenza civile e dei principi sui quali si fonda la Repubblica.

Anche il permesso di soggiorno e gli altri atti amministrativi che consentono la permanenza in Italia non sono diritti assoluti e intoccabili: sono strumenti giuridici concessi dall’ordinamento e possono essere sottoposti a verifica quando vengono meno i presupposti previsti dalla legge.

La permanenza sul territorio nazionale deve quindi essere collegata non solo alla presenza formale di requisiti amministrativi, ma anche al rispetto concreto delle regole fondamentali della società nella quale si vive. Il principio di fondo è semplice: i diritti riconosciuti dallo Stato devono essere esercitati in modo compatibile con i doveri che accompagnano la vita in una comunità democratica. Quando un comportamento diventa sistematicamente contrario alle norme e ai valori costituzionali, lo Stato deve avere strumenti efficaci per intervenire e valutare se la permanenza sul territorio sia ancora compatibile con l’ordinamento.

La sfida futura sarà proprio questa: costruire un sistema capace di proteggere contemporaneamente la dignità della persona e il diritto della collettività a vivere in sicurezza, evitando che le garanzie previste dalla legge diventino un ostacolo alla tutela dei principi sui quali la legge stessa si fonda. Uno Stato di diritto non è quello che rinuncia alla fermezza, ma quello che garantisce equilibrio, certezza della pena e rispetto delle regole. La tutela dei diritti individuali non può prescindere dalla responsabilità personale: chi beneficia della protezione di un ordinamento deve anche accettarne i doveri, le conseguenze delle proprie azioni e il giudizio delle autorità competenti, anche attraverso gli strumenti di cooperazione con il proprio Paese di origine. Come ricordava Montesquieu: “La libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono”. Perché la libertà autentica non nasce dall’assenza di limiti, ma dall’esistenza di regole uguali per tutti e dalla certezza che esse vengano rispettate.


di Antonio Nastasio