martedì 28 luglio 2026
Ci sono attimi in cui il giornalismo d’inchiesta somiglia straordinariamente a una liturgia ortodossa: non importa quanti dogmi vengano smentiti dalla realtà, la processione deve continuare.
E in Italia, la processione più rumorosa, spettacolare e fideistica degli ultimi vent’anni porta il marchio di Report e il volto del suo profeta contemporaneo, Sigfrido Ranucci. Oggi però, mentre il futuro del programma e del suo conduttore scivola in quella zona grigia fatta di rebus editoriali, veleni di corridoio e incertezze di palinsesto, le ombre proiettate sullo schermo iniziano a mostrare le crepe della scenografia.
Ed è proprio adesso, mentre il destino televisivo di Ranucci sfuma nella retorica dell’ennesimo “martirio mediatico”, che si impone una riflessione eretica. Un’analisi fuori dal coro che esca dalla tifoseria tra guardiani della legalità e detrattori di regime, per andare al cuore del metodo: cosa resta del grandioso teorema narrativo eretto da Report contro il generale Mario Mori?
L’ultima e roboante inchiesta sulle “piste nere” e le stragi del ‘92-‘93 aveva il sapore familiare del già visto. Il copione è collaudato: luci soffuse, musica sincopata da thriller politico, testimoni dall’identità occultata e voci distorte che lanciano accuse tremende, alludendo alle peggiori e più indecifrabili trame di Stato. Al centro del mirino, ancora una volta lui: il generale Mario Mori, additato come il burattino demoniaco, il “Grande Vecchio” in grado di muovere i fili persino della Commissione parlamentare antimafia, una sorta di presenza spettrale che sussurra oscurità alle istituzioni repubblicane.
Attorno a questa narrazione si è consolidato negli anni un vero e proprio asse ideologico-mediatico, un salotto d’acciaio condiviso con testate come Il Fatto Quotidiano. Un blocco di granito informativo che ha trasformato il dubbio in fede e la suggestione in sentenza d’appello permanente. Poco importa che la Corte di Cassazione abbia pronunciato parole definitive. Poco importa che le aule di giustizia ˗ quelle vere, scritte nei codici e non nei sottopancia televisivi ˗ abbiano definitivamente assolto Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno dalle accuse sulla trattativa Stato-mafia, smontando pezzo dopo pezzo l’impalcatura del sospetto.
Per il “sistema Report”, la verità giudiziaria è sempre stata una fastidiosa parentesi, un errore di percorso da correggere a colpi di montaggi incalzanti e gola profonda di turno. Si è scientemente preferito ignorare che Mori è l’ufficiale dell’Arma che, insieme ai suoi uomini del Ros, ha ammanettato Totò Riina. Si è preferito far passare in secondo piano che quello stesso gruppo di lavoro fu l’autore del dossier Mafia-Appalti, quella pista economico-politica in cui credevano ciecamente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e che molti considerano il vero movente dell’accelerazione delle stragi del 1992.
Oggi che il futuro di Report e del potentissimo Ranucci appare improvvisamente fragile, quell’impalcatura perde la sua aura di infallibilità. E la domanda s’impone brutale: cosa resta, davvero, di quell’atto accusatorio che per anni ha crocifisso mediaticamente un servitore dello Stato?
Resta un deserto di suggestioni. Resta l’eredità di un giornalismo che ha scambiato l’inchiesta con il processo di piazza, la prova con l’illazione, il fatto con la narrazione complottista.
Quando il rumore di fondo della tv si abbassa e i riflettori dello studio si spengono, ciò che rimane non sono le prove di una colpevolezza sfuggita ai giudici, ma la tragica constatazione di un metodo: quello di chi, incapace di accettare la realtà delle sentenze, ha preferito costruire una realtà parallela ad uso e consumo del pubblico pagante.
Forse il vero rebus di Report non riguarda i palinsesti della Rai o il contratto del suo conduttore. Il vero rebus è come una democrazia matura possa distinguere il giornalismo d’inchiesta rigoroso dalla fabbrica dei teoremisti professionali. Mario Mori resta assolto nei tribunali della Repubblica; Report resta invece prigioniero del suo stesso incubo narrativo, dimostrando che quando si insegue il mostro a tutti i costi, si rischia solo di rimanere schiacciati dal peso delle proprie finzioni.
di Alessandro Cucciolla