lunedì 27 luglio 2026
L’attacco alla fauna selvatica diventa realtà
La recente evoluzione legislativa inerente alla gestione faunistica in Italia ha segnato un punto di rottura istituzionale senza precedenti, sollevando un aspro scontro politico e tecnico tra l’Esecutivo e il comparto scientifico-ambientale. La proposta di modifica della legge quadro nazionale 157/1992, già approvata dal Senato e ora incardinata alla Camera dei deputati per l’esame in commissione, delinea una profonda deregolamentazione dell’attività venatoria. Dietro la retorica della gestione del territorio e del contenimento degli ungulati, il provvedimento introduce alterazioni strutturali che rischiano di disarticolare il principio della certezza del diritto in materia di tutela ambientale. L’elemento di maggiore criticità tecnica risiede nel drastico depotenziamento dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Attraverso la riscrittura dei meccanismi decisionali, i pareri tecnico-scientifici dell’ente non avranno più natura vincolante per le Amministrazioni regionali nella redazione dei calendari venatori. Questo strappo metodologico consentirà alle giunte locali di estendere la stagione di caccia e modificare i carnieri sulla base di mere valutazioni politiche o di pressione elettorale, derogando dai precetti scientifici comunitari in materia di flussi migratori e biologia riproduttiva delle specie volatili. Sul piano politico, questa regionalizzazione selvaggia costituisce un vulnus costituzionale, entrando in palese contrasto con l’articolo 9 della Costituzione che riserva allo Stato la tutela esclusiva dell’ambiente, dell’ecosistema e della biodiversità.
La reazione del tessuto sociale e delle organizzazioni di tutela è stata immediata e compatta, concretizzandosi in una coalizione di oltre cinquanta associazioni che denunciano il rischio di un Far West ecologico. Le sigle storiche dell’ambientalismo italiano hanno espresso unanime sdegno per la manovra. Il Wwf Italia ha formalmente diffidato le istituzioni rilevando come lo smantellamento della governance scientifica configuri una violazione diretta delle direttive europee Uccelli e Habitat, esponendo l’Italia a onerose procedure d’infrazione comunitarie. Parallelamente, Legambiente e la Lipu (Lega italiana protezione uccelli) hanno focalizzato la contestazione tecnica sull’allungamento dei tempi venatori e sull’apertura della caccia in aree precedentemente interdette come i valichi montani, evidenziando come l’introduzione di strumentazioni tecnologiche avanzate risponda unicamente alle istanze della lobby dei cacciatori anziché a logiche di equilibrio biologico. Dal fronte dei diritti animali, l’Enpa (Ente nazionale protezione animali) e la Lav (Lega anti vivisezione) hanno stigmatizzato la scelta di considerare la fauna non come patrimonio indisponibile da tutelare, ma come mero bersaglio regolatorio, paventando un drammatico incremento del bracconaggio legalizzato e un collasso della sicurezza per i non cacciatori nelle aree rurali. La difesa d’ufficio sollevata dalle associazioni venatorie, guidate da Federcaccia, respinge le accuse bollandole come emotività ideologica e difendendo la necessità di aggiornare una legge vecchia di oltre trent’anni. Tuttavia, la comunità scientifica ribadisce che i problemi ecologici complessi non si risolvono espandendo i tempi e i luoghi delle doppiette, bensì applicando rigorosi piani di prevenzione incruenta e monitoraggi ecologici pubblici. La trasformazione del prelievo venatorio in uno strumento di gestione ordinaria svincolato dalla scienza rappresenta una deriva ideologica che baratta la tutela del patrimonio naturale collettivo con il consenso elettorale a breve termine.
di Leonardo Raito