giovedì 23 luglio 2026
L’uomo di strada guarda tivù e video in rete, poi si domanda “chi mai sarebbe oggi capace di difendersi da furti e aggressioni come ai tempi dei miei nonni?” Gli italiani, forse anche gli europei, hanno perso la reattività ancestrale, una caratteristica animale che non si riacquista in palestre d’arti marziali. Del resto, chiedetevi perché un possente molosso soccombe a cospetto di un lupo magro e affamato?
Chi vi scrive viene dal Sud, e ricorda nei dintorni di Bari i contadini e proprietari di botteghe capaci di malmenare ladri ed estortori: lo facevano in silenzio, nessuno li filmava, nessuno sapeva; poi il maresciallo verbalizzava che s’erano fatti male nella fuga, inciampando negli attrezzi. Nei nostri tempi sono estinte quelle pulsioni.
Allora c’era anche la prevenzione: si riunivano, li affrontavano nelle strade di campagna, fermavano i ladri e li stigmatizzavamo “non dovete più passare da qua”; a Ruvo, Corato e Terlizzi tendevano veri e propri agguati ai “ladri di Bitonto”, tra i più abili di quel territorio. Nessuno gridava allo scandalo, giornali e magistratura ignoravano il fenomeno finché non ci scappava il morto: anche allora tra la “gente bene” si creavano opposte fazioni circa la “legittima difesa”. Ma la politica del Pci come del Msi alla fine si metteva d’accordo con la Diccì.
Veniamo a oggi, con le polemiche politiche sui fatti di cronaca degli ultimi tempi, sfociate nelle proposte del generale Vannacci, che vorrebbe ampliare la “legittima difesa” in base al “pericolo percepito”, a cui si contrappone parte della sinistra che invece rispolvera tesi restrittive che permetterebbero solo allo Stato la difesa del cittadino. Di fatto la “legittima difesa” si conferma distrazione dai problemi economici italiani, tenendo banco sulla rete, tivù e giornali. Non è solo il caso del gioielliere che ha inseguito e sparato ai rapinatori, quotidianamente sui social impazzano risse e immagini di derubati che pestano di botte ladri o aggressori occasionali. Immagini e fatti di cronaca che hanno riportato in auge il vecchio scontro tra i partiti difensori della “legittima difesa” e quelli che sostengono da mezzo secolo e più che, la difesa del cittadino compete alle forze di polizia; soprattutto che contrastare con forza o violenza un reato non compete all’uomo di strada, ma sarebbe compito delle istituzioni preposte a fermare reati e situazioni criminose.
Il confronto ci riporta a fine anni Settanta primi Ottanta, quando il Pci compattamente supportava la battaglia della deputata Angela Bottari: quest’ultima non era una col vago sentore delle cose, come certe del Partito democratico di oggi; fin da ragazza aveva partecipato sia alle lotte bracciantili e operaie che alla difesa delle donne e dei più deboli nella chiusa ed immobile realtà siciliana. Una donna di ferro, a cui il Partito comunista mise però dei limiti all’indomani dell’abolizione delle leggi che prevedevano “delitto d’onore” e “matrimonio riparatore”. La Bottari voleva andare oltre, ritenendo superata la “legittima difesa”: all'epoca usata da non pochi agricoltori e commercianti come scriminante in processi per l’omicidio in flagranza di furti, rapine, estorsioni e violenze varie.
Angela Bottari è stata la prima firmataria (nonché relatrice) della storica proposta di legge che (nel 1977) portava all’abolizione del “matrimonio riparatore” e poi del “delitto d'onore”: quest’ultimo reato verrà poi abrogato nel 1981 (legge 442 del 5 agosto 1981). La Bottari temeva la “legittima difesa” venisse usata per giustificare l’omicidio di ladri o altri soggetti che, dopo furti e aggressioni, di fatto scatenavano la vendetta di chi sentiva lesa la propria onorabilità: in pratica l’imprenditore del Sud che diceva “sparo se si permettono di derubarmi”.
La Bottari venne appoggiata dal Pci fino al “delitto d'onore”, ma il partito di Berlinguer non permise venisse poi svuotato di significato l’articolo 52 del codice penale (la legittima difesa).
Per molte componenti del “campo largo” l’articolo 52 copre come scriminante cittadini che, prima di difendere la propria incolumità e proprietà, difendono soprattutto l’onorabilità propria o della loro famiglia: quindi lasciando prevalere un istinto ancestrale di difesa non mitigato dalla cultura del rispetto del proprio prossimo, anche se colto a delinquere.
Va detto che, basterebbe guardarsi attorno per intuire che, oggi la quasi totalità degli italiani sarebbero incapaci di torcere anche solo un capello a ladri e rapinatori: per quanto palestrati, nemmeno i giovani sarebbero in grado di difendere dallo stupro una loro parente o amica. A far rumore sono sparuti casi di cronaca, soprattutto le provocazioni di coloro che cercano notorietà facendosi filmare mentre tentano d’impedire furti in metropolitana e davanti alle stazioni ferroviarie, oppure intralciano lo spaccio in note piazze italiane della droga; tutti compiti che dovrebbero per legge competere alle forze di polizia, a cui è delegato sia il contrasto che la prevenzione dei reati.
In pratica, pezzi importanti della sinistra ravvedono nell’articolo 52 una sorta di copertura alle azioni violente di cittadini contro ladri e spacciatori: cittadini che userebbero la scriminante della legittima difesa, sostenendo il rapinatore sarebbe stato preso a pugni mentre derubava un tizio sul bus, e che il loro intervento avrebbe sventato un crimine. Non rari i casi in cui la polizia riesce a fermare sia il ladro che il giustiziere, deferendo entrambi all’autorità giudiziaria (c’è l’obbligatorietà dell’azione penale): ecco che il “giustiziere” ha ottenuto il risultato sperato, può diffondere un video in cui si dichiara indignato, perché denunciato (per “violenza privata”) al pari del ladro che ha fermato (per un tentativo di furto che va provato). Fermando entrambi, il poliziotto ha fatto quanto prescritto.
Perché v’immaginate se ogni cittadino reagisse violentemente a furti, scippi, rapine, aggressioni? Strade e piazze italiane diverrebbero il set ideale di un film di Quentin Tarantino. E se un prossimo governo di sinistra andrà a rendere inefficace (se non proprio abrogando) l’articolo 52, dovremmo considerare la cosa una conseguenza anche dei tanti video di “difesa personale” che impazzano in rete, o delle trasmissioni tivù che non parlano altro che di risse tra maranza e commercianti.
Quello che sfugge alla politica di oggi è la “medietas” latina: ossia quella “via di mezzo”, quell’equilibrio, che ha permesso al legislatore di un tempo di fissare i parametri con cui valutare la “proporzionalità di una reazione”, comprendendo anche lo stato d’animo (e l’ira) dell’aggredito.
di Ruggiero Capone