martedì 21 luglio 2026
Pubblichiamo di seguito l'articolo redatto dall’avvocato Vincenzo Zurlo in occasione dello speciale dedicato alla strage di via D'Amelio in ricordo di Paolo Borsellino curato da Alessandro Cucciolla per L'Opinione delle Libertà
Il 19 luglio 1992, cinquantasette giorni dopo Capaci, un’autobomba in via Mariano D’Amelio uccise a Palermo il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Di quella strage, trentaquattro anni dopo, possediamo una verità giudiziaria monca e una verità storica negata: sappiamo, per sentenza, che qualcuno inquinò le indagini; non ci è dato sapere fino in fondo chi la volle davvero, e perché. Eppure, il Paese celebra la memoria con la stessa puntualità con cui elude la domanda scomoda.
La ferita più profonda non è il tritolo: quello aveva un mandante prevedibile. È la firma dello Stato sul depistaggio. Il processo Borsellino quater, definitivo in Cassazione nel 2021, ha certificato ciò che i giudici hanno definito uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana. La sequenza, per chi l’avesse rimossa: un piccolo spacciatore, Vincenzo Scarantino, promosso a falso pentito e diligentemente istruito; sette innocenti spediti all’ergastolo; una menzogna rimasta in piedi sedici anni. A smontarla, nel 2008, non fu lo zelo degli inquirenti, ma la confessione di Gaspare Spatuzza.
Il veleno, del resto, non uscì soltanto dalle canne di Cosa nostra. Il dossier mafia-appalti, l’inchiesta del Ros coordinata da Falcone sugli intrecci tra imprese, mafia e politica su cui lavorava anche Borsellino, fu archiviato a ridosso della strage, con una tempistica che solo un ottimista direbbe casuale. La recente richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta, quasi quattrocento pagine, ricostruisce il progressivo isolamento di Falcone e poi di Borsellino dentro la loro stessa Procura, e non risparmia un giudizio morale sui comportamenti omissivi di alcuni colleghi della gestione Giammanco. Prima ancora del tritolo, a Borsellino avevano tolto l’aria; e, poco dopo, l’agenda rossa, sparita dalla sua borsa e mai più ritrovata.
La vicenda ricorda una tragedia greca, dove la colpa è certa e il colpevole irraggiungibile, come protetto dal destino. Al vertice del gruppo investigativo c’era Arnaldo La Barbera, morto nel 2002. Il processo ai tre poliziotti del pool si è chiuso nel 2024 senza condanne, estinto dalla prescrizione. Nel 2026 è stata revocata la vecchia condanna per calunnia a Scarantino, perché mentiva, sì, ma su ordinazione. Una condanna senza condannati: la colpa accertata, la pena dispersa nel nulla.
E la famiglia? Divisa. I figli, Lucia, Manfredi e Fiammetta, hanno disertato le passerelle ufficiali e chiesto conto alla magistratura dei processi farlocchi. Il fratello Salvatore, invece, coltiva con dignità ma anche con ostinazione una verità di comodo e precostituita: quella della sola trattativa, da difendere a ogni costo, mentre liquida come “misero dossier” tutto il resto e tace sulle responsabilità di quel nido di vipere che isolò il giudice dentro le sue stesse mura. Ed è qui il punto, senza sconti: chi cerca davvero la verità la accetta quale che sia; chi ne pretende una sola, decisa in partenza, non cerca la verità, difende una tesi. E una tesi, per quanto amata, non è una verità. Onorare Borsellino, del resto, non significa ripeterne il nome nelle cerimonie: significa adottarne il metodo, seguire le prove dove conducono, anche quando conducono dentro le mura di casa.
Ma c’è un sospetto ulteriore, il più insidioso: che il depistaggio sia ancora in corso. Non più con i falsi pentiti, ma nel pretendere una verità storica diversa da quella giudiziaria, tacendo sul depistaggio accertato, su Scarantino, sulla revisione, su mafia-appalti e sulle responsabilità dei colleghi, e rilanciando piste già respinte in ogni grado. Un Paese che archivia nel silenzio la più grande manomissione di prove della sua storia recente fa un torto a sé stesso e ai cinque ragazzi morti accanto a un uomo che lo Stato aveva già lasciato solo. Così, oggi, le celebrazioni conservano la bellezza fragile di una farfalla posata su una bugia. Il “puzzo del compromesso morale” che Borsellino diceva di sentire non è svanito: si è soltanto spostato dalle aule di mafia alle scrivanie di certi pseudointellettuali che, su una tesi smentita in ogni tribunale, hanno però costruito carriere e riempito intere librerie. La verità, su via D’Amelio, resta un diritto negato. E allora una domanda pesa da trentaquattro anni: se il più grande depistaggio della storia non sia mai finito, ma abbia soltanto cambiato forma, a chi giova, ancora, inquinare i pozzi?
(*) Avvocato
di Vincenzo Zurlo (*)