Scontri a Bologna: se il tribunale “del popolo” sostituisce i magistrati

martedì 21 luglio 2026


Ormai è chiaro che la violenza di piazza scoppia ogni volta che emergono errori, crimini, scandali o violenze che coinvolgano le Forze dell’ordine o qualsiasi soggetto non gradito dall’opposizione extra parlamentare (ma che è comunque culturalmente legata al Campo Largo, e questo è un altro problema).
La violenza organizzata e sempre pronta a esplodere − che sia a comando di qualcuno o per motivi propri e incontrollabili − non spiega però la causa che sta a monte della perseveranza della violenza politica di piazza, intesa come macchina da guerra per contenere (o per gestire) i gruppi sociali della resurrezione del “Ce n’est qu’un début: continuons le combat”. Chissà perché poi chi usa la violenza di massa (per piccoli che siano i gruppi coinvolti) si dichiara “pacifista”. Forse perché il “pacifismo” è solo una copertura per raccogliere qualche consenso? Allora aveva ragione Marco Pannella quando sottolineava che c’è una differenza abissale e sostanziale tra “pacifismo” e “Non violenza”.

Uscendo dalla Muraglia cinese delle spaccature politiche, e guardando alla causa che muove la violenza di gruppo, la prima deduzione che salta all’occhio è che in Italia − manco fossimo in Iran − (quasi) nessuno crede più alla Giustizia, inclusi i suoi adoratori del Pd, i quali infatti, quando sono toccati da inchieste e indagini, ululano come tutti gli altri.

In effetti in un Paese normale si aspetta almeno qualche giorno, per avere almeno qualche evidenza dalle indagini preliminari, prima di emettere un giudizio per mezzo di quel Tribuno del Popolo che sono i mass media attuali. Dopo i primi post sui social già c’è chi si organizza per dare fuoco alle città (servisse a qualcosa, sostituire il cranio coi pugni). Così, dopo un’ora, quando la condanna è già stata emessa in forma esplicita o implicita da partiti e media, si passa ai fatti, e quella parte di gioventù incendiata da anni di odio verso le istituzioni repubblicane, tra cui magistratura e polizia (i gruppi degli scontri di piazza non credono nemmeno nella missione della magistratura, sia chiaro) passa a dare fuoco ai cassonetti a tirare bottiglie, sanpietrini, a rompere auto moto e vetrine.
 È poi ovvio che tra i nemici vi è anche ogni governo “non allineato”.

Ma la questione decisiva è proprio il fatto che il “Tribunale del popolo” in salsa nostalgica delle Brigate Rosse si sostituisce alla Magistratura. Questa però è una forma moderata della società iraniana degli ayatollah.
Si pensi al sindaco di Bologna, che ha medagliato Francesca Albanese, quasi fosse un’eroina di guerra: ha populisticamente convocato il corteo dal quale poi è partita una lunga guerriglia urbana. Non era il caso di aspettare l’esito delle indagini preliminari? Non ha nemmeno atteso le prima evidenze (il video non basta), né eventuali dichiarazioni dei pre-condannati (tra i quali vi sono anche militi dell’ambulanza). Chi è allora che dà vita a riedizioni woke del Far West? Chi usa il primo albero per impiccare il suo primo nemico? È vero che i media di destra usano a volte sistemi simili, ma ciò non dà luogo a violenze di massa. La Lega − a differenza del socialcomunismo, e pur con tutti i suoi limiti e problemi − non ha mai ucciso nessuno.

Quella del Tribunale del Popolo che sostituisce il Tribunale ordinario è una situazione gravissima, cui bisognerebbe porre rimedio, molto più urgentemente di una riforma elettorale.

Leggo su X un post di Bartolomeo Mitraglia: “Li avessimo mai visti scatenarsi con la stessa reattività, i comunisti e le comunità di appartenenza, quando a Macerata una adolescente è stata trucidata e fatta a pezzi, o quando a Torino un ragazzo è stato sgozzato per strada perché sorrideva, o quando a Milano un italiano che prendeva un caffè è stato accoltellato 22 volte per divertimento”.


di Paolo Della Sala