Le preferenze per Tafazzi

mercoledì 15 luglio 2026


Non ci sarà mai una legge elettorale capace di preservare il centrodestra da atti di autolesionismo. Su questo dobbiamo essere chiari. Quindi non è una questione di proporzionale o maggioritario, bensì di psicologia politica o, chessò, magari di incompatibilità genetica con il buon senso, ma tant’è.

Inoltre, vedere quella paccottiglia ideologica chiamata “Campo (più o meno) largo” esultare come se non ci fosse un domani per merito, o forse, è meglio dire, “per colpa” nostra è una sensazione spiacevolissima che vorrei non si ripetesse, ma vai a sapere cosa ci riserverà il futuro. Soprattutto vai a capire perché un emendamento debba mettere in crisi una coalizione di governo che fin qui − dove il fin qui vuol dire a pochi mesi dal traguardo di esecutivo più longevo della storia repubblicana − ha ben operato, garantendo in primo luogo stabilità politica e l’equilibrio dei conti anche in virtù di una storia pluridecennale originatasi da un guizzo geniale del Cavaliere e da un elettorato al tempo orfano di una dimora partitica all’interno della quale rifluire.

Ciò premesso giusto tre brevi considerazioni per tentare di agguantare un po’ di logica dissipata nelle aule parlamentari e nelle segreterie di partito.

Primo. O noi italiani siamo in grado di scegliere i nostri rappresentanti sempre o non lo siamo mai. Tertium non datur. Del resto, è assurdo, oltre che stucchevole, pensare di avere la facoltà di selezionare i propri eletti a livello comunale, regionale ed europeo e non essere in grado di svolgere lo stesso diritto per Montecitorio e Palazzo Madama.

Secondo. Inserire le preferenze in un suffragio universale è una scelta di natura liberale perché, in tal modo, ampliandolo si dà sostanza ad un infinito attuativo che consente di scaricare a terra l’idea stessa di libertà. Parlo del verbo “scegliere”.

Terzo. La tentazione di un richiamo evangelico è forte, fatto sta che o per le preferenze è un sì oppure è un no. Ma trovare una soluzione di comodo per cui alcuni parlamentari vengono individuati dagli elettori ed altri dalle segreterie di partito produce un ircocervo dalle conseguenze perfino esiziali in termini istituzionali.

E quindi, un militante, un attivista, finanche un simpatizzante liberalconservatore la domanda se la pone: ma parlarsi prima no, eh? Perché ritrovarsi in Aula rischiando, come poi purtroppo è accaduto, una figuraccia di simili proporzioni? Il Governo, soprattutto in questo frangente storico, aveva bisogno di tutto tranne che di questa ulteriore fibrillazione. Dopo aver superato i marosi di un esito referendario che grida ancora vendetta − e con i sondaggi ancora in buona salute − questa sindrome latente da Tafazzi è riemersa nuovamente, complicando un percorso già di per sé non privo di ostacoli e criticità assortite.


di Luca Proietti Scorsoni