martedì 23 giugno 2026
Era il 1946 quando, durante i lavori dell’Assemblea costituente, iniziò la discussione sulla struttura del potere giudiziario e sulla creazione del Consiglio Superiore della Magistratura.
Si stava delineando un Consiglio Superiore della Magistratura composto esclusivamente da toghe, ed è in quel contesto che l’allora segretario del Pci e ministro di Grazia e Giustizia, Palmiro Togliatti, intervenne con tono polemico, esprimendo le proprie perplessità nei confronti di un organo che avrebbe potuto trasformarsi in una casta separata, un potere nello Stato. Diffidava, infatti, di un corpo che riteneva ancora permeato dalla cultura istituzionale del fascismo e che considerava sostanzialmente conservatore e reazionario.
Alla fine, grazie anche all’azione della sinistra unita e ai timori della Democrazia Cristiana, preoccupata da un’eccessiva influenza politica sulla magistratura, si raggiunse un compromesso. Fu questo accordo a portare alla formulazione dell’articolo 104 della Costituzione: il Csm sarebbe stato composto per due terzi da magistrati e per un terzo da membri laici eletti dal Parlamento in seduta comune.
Lo stesso Togliatti si impegnò inoltre per l’introduzione dell’articolo 68, relativo all’immunità parlamentare, e si oppose all’istituzione della Corte costituzionale, ritenendo inconcepibile che un organo potesse sindacare le decisioni del Parlamento, in quanto espressione della volontà popolare.
Proprio per questo, da esponente della sinistra e profondamente legato all’idea della sovranità popolare, si batté insieme alle altre forze di sinistra anche per un progetto che non vide mai la luce: l’elezione popolare dei giudici.
Dichiarò infatti all’Assemblea, nella seduta dell’11 marzo 1947: “Riguardo alla Magistratura, nella Commissione a stento siamo riusciti a far prevalere l’affermazione del ritorno alla giuria, e qui ho sentito un collega protestare dicendo che questa è cosa che riguarda gli avvocati penalisti. No, questa è una questione che riguarda tutti i cittadini. Il principio per cui, quando ai cittadini voi togliete dieci o venti o più anni della sua esistenza, o quando lo mandate a giudizio e lo condannate per il delitto politico, egli ha diritto al giudizio dei suoi pari, è una delle grandi conquiste della democrazia. Qui siamo senza dubbio in presenza di una di quelle tracce di spirito giuridico reazionario che non siamo ancora riusciti a cancellare.
La mia opinione è che nell’ordinamento della Magistratura avremmo dovuto affermare in modo energico la tendenza all’elettività dei magistrati, il che avrebbe fatto fare un grande passo avanti per togliere il magistrato dalla situazione penosa in cui oggi si trova, quella di essere un sovrano senza corona e senza autorità. Soltanto quando sarà stabilito un contatto diretto tra il popolo, depositario della sovranità, e il magistrato, questi potrà sentirsi partecipe di un potere effettivo e quindi godere della piena fiducia del popolo nella società democratica”.
Il sottoscritto non proviene dalla stessa tradizione politica di Togliatti e, nella maggior parte dei casi, non ne ha condiviso le scelte. Tuttavia, sul tema della giustizia credo che avesse colto un problema reale. Oggi non so fino a che punto quell’impostazione sia riuscita a limitare il corporativismo di una casta che, fino a prova contraria, esiste e che andrebbe affrontata in qualche modo.
Penso sia arrivato il momento, a ottant’anni di distanza, di non avere paura di discutere di riforme costituzionali. Non servono guardiani morali: servono pragmatismo, responsabilità e la volontà di affrontare, senza pregiudizi, i nodi irrisolti del nostro sistema istituzionale.
di Gabriele Zammillo