Il teorema del sospetto: le omissioni di Baudino

lunedì 22 giugno 2026


L’articolo siglato da Stefano Baudino su La Zona Grigia non è soltanto un attacco frontale all’avvocato Fabio Trizzino; è il manifesto di un metodo giornalistico che noi de L’Opinione delle Libertà respingiamo con forza. Un metodo basato sul sospetto sistematico, sulle associazioni indebite e su quel garantismo a corrente alternata che fiorisce solo quando fa comodo a una precisa narrazione politica.

​Noi non crediamo ai complotti. Conosciamo l’avvocato Trizzino, sappiamo della sua assoluta buona fede e del rigore professionale con cui assiste i figli di Paolo Borsellino. Proprio per questo, la lettura di questo pezzo ci lascia profondamente preoccupati: quando la complessa ricerca della verità storica e giudiziaria viene ridotta a un gioco di “compagni di viaggio” e retroscena suggestivi, a perdere è solo la giustizia.

​IL CORTOCIRCUITO DELLE FONTI: L’ANONIMATO ELEVATO A PROVA

​Il primo, macroscopico limite dell’analisi di Baudino risiede nella sua architettura probatoria, che poggia su fondamenta d’argilla.

Il teorema del “braccio destro”: accusare Trizzino di aver preparato le audizioni in Commissione Antimafia “a braccetto con Mori” basandosi esclusivamente sulle dichiarazioni di un investigatore anonimo trasmesse da Report è un azzardo deontologico. Trasformare un’indiscrezione non verificata in una patente di correità strategica è il classico esempio di come si arrivi a facili conclusioni pur di colpire il bersaglio.

La colpa per associazione: il testo applica la logica del “contatto contaminante”. Trizzino partecipa a un dibattito pubblico a cui presenziano Chiara Colosimo e Mario Mori? Allora, secondo il giornalista, ne condivide automaticamente l’intera parabola biologica, giudiziaria e politica. Questo non è giornalismo d’inchiesta, è dietrologia da tastiera.

​IL TABÙ DI “MAFIA-APPALTI” E LA DEMONIZZAZIONE DI UNA PISTA REALE

​Il cuore del risentimento di Baudino risiede nel tentativo di blindare una sola verità storica – quella della “Trattativa Stato-mafia” – liquidando come eresia qualsiasi focus sul dossier Mafia-Appalti. ​Liquidare l’interesse di Paolo Borsellino per il dossier del ROS come un “ridimensionamento” delle altre piste significa ignorare i fatti. È storicamente documentato che il giudice ritenesse quel filone cruciale.

​L’avvocato Trizzino, nell’esercizio del suo mandato e nella tutela della memoria del magistrato, ha il dovere di porre domande e di pretendere che quella pista – per anni lasciata in secondo piano dalle procure – venga sviscerata. Definire questo legittimo orientamento difensivo come un’operazione per “parcellizzare l’esame degli attentati” è un’insinuazione offensiva che calpesta la libertà professionale di un legale in palese buona fede.

SE LE SENTENZE CONTANO SOLO QUANDO CONDANNANO

​Il testo di Baudino tradisce il tipico riflesso condizionato del giustizialismo nostrano: le sentenze si rispettano solo se collimano con le proprie tesi.

Le assoluzioni ignorate: si cita il generale Mori ricordando le indagini in corso a Firenze, ma si liquida con un frettoloso “uscito assolto” una sfilza di processi definitivi che hanno scagionato l’ex ufficiale dai reati più gravi. Il principio costituzionale della presunzione di innocenza viene così subordinato all’esigenza di creare il “mostro” da associare a Trizzino.

L’uso parziale della magistratura: viene sbandierata l’ordinanza del Gip di Caltanissetta, Graziella Luparello, per ammonire contro l’approccio “mistico” a Mafia-Appalti. Ma si dimentica che la stessa magistratura, per decenni, ha inanellato errori e depistaggi colossali proprio sulla strage di via D’Amelio (si veda il caso Scarantino), dimostrando che nessuna verità è un dogma e che il dubbio sollevato da Trizzino è non solo lecito, ma doveroso.

OLTRE IL TIFO DA STADIO

​Noi de L’Opinione non facciamo sconti a nessuno, tantomeno a chi tenta di ridurre i misteri del 1992 a una rissa tra fazioni. Le perplessità sollevate da Baudino sono in realtà teorie prive di riscontri oggettivi, costruite per alimentare il sospetto attorno a un professionista serio che ha l’unica colpa di non allinearsi al catechismo dominante di certa sinistra giudiziaria. ​Non esistono “compagni di viaggio” criminali per chi cerca la verità sulla morte del proprio suocero e di un eroe nazionale. Esistono i fatti, i documenti e i processi.

Chi sostituisce la severità dell’analisi con il fango del sospetto non sta facendo un servizio alla memoria di Paolo Borsellino, ma sta solo firmando l’ennesimo capitolo di una transumanza mediatica che rifiuta il confronto per rifugiarsi nel pregiudizio.

E noi, davanti a questo, restiamo non solo interdetti, ma profondamente vigili.


di Alessandro Cucciolla