L’Europa cerca ancora una risposta alla sfida migratoria

lunedì 15 giugno 2026


Nel dibattito politico italiano si è spesso consolidata l’idea che i centri di permanenza per il rimpatrio rappresentino una peculiarità nazionale, quasi una soluzione ideata esclusivamente dalla politica italiana per affrontare l’immigrazione irregolare. La realtà europea racconta invece una storia molto diversa.

La detenzione amministrativa degli stranieri destinatari di un provvedimento di espulsione costituisce da decenni uno strumento utilizzato dalla maggior parte degli Stati europei. Francia, Germania, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Austria e Grecia dispongono da anni di strutture analoghe ai Cpr italiani, nelle quali vengono trattenuti temporaneamente cittadini stranieri in attesa di essere identificati o rimpatriati.

La questione che oggi divide governi, opinione pubblica e istituzioni europee non riguarda tanto l’esistenza di tali centri, quanto piuttosto la possibilità di collocarli fuori dai confini dell’Unione Europea. Anche su questo fronte, tuttavia, sarebbe fuorviante descrivere il progetto italiano come un’iniziativa isolata.

L’accordo tra Italia e Albania ha certamente rappresentato il caso più visibile e discusso, ma il principio dell’esternalizzazione delle procedure migratorie e dei rimpatri è oggetto di riflessione in numerosi Paesi europei. Danimarca, Paesi Bassi, Austria e Germania hanno più volte manifestato interesse verso modelli che consentano di gestire parte delle procedure in Stati terzi. Il tema è entrato stabilmente anche nell’agenda delle istituzioni comunitarie, che da tempo discutono meccanismi volti ad aumentare l’efficacia delle politiche di rimpatrio.

La ragione di questo interesse è facilmente comprensibile. L’Europa si trova infatti ad affrontare una delle più complesse sfide migratorie della sua storia contemporanea. Dopo la crisi del 2015, che vide l’arrivo di oltre un milione di richiedenti asilo, il fenomeno non si è arrestato, ma ha assunto caratteristiche nuove e più articolate.

Da un lato vi è l’esigenza umanitaria di garantire protezione a chi fugge da guerre, persecuzioni e crisi umanitarie. Dall’altro emerge il problema della gestione di consistenti flussi migratori economici che spesso non danno luogo al riconoscimento dello status di rifugiato e che, una volta respinte le richieste di protezione, pongono il problema dell’effettivo rimpatrio.

È proprio qui che si manifesta una delle principali criticità del sistema europeo. In molti Paesi soltanto una quota limitata dei provvedimenti di espulsione viene effettivamente eseguita. Le difficoltà di identificazione, la mancanza di accordi con i Paesi d’origine, le resistenze diplomatiche e gli elevati costi amministrativi rendono spesso inefficaci le decisioni formalmente adottate dalle autorità nazionali.

Questo scarto tra decisioni e risultati alimenta un crescente senso di sfiducia nelle opinioni pubbliche europee. Molti cittadini percepiscono l’esistenza di un sistema incapace di controllare i propri confini e di applicare le proprie regole. È un fenomeno che ha contribuito alla crescita di movimenti politici critici verso l’attuale governance migratoria europea e che ha influenzato profondamente numerose competizioni elettorali degli ultimi anni.

A ciò si aggiungono problematiche concrete che interessano molti centri urbani europei. In alcune periferie di grandi città francesi, belghe, tedesche o svedesi si sono manifestati fenomeni di marginalizzazione sociale, difficoltà di integrazione, crescita dell’economia sommersa e tensioni legate alla sicurezza. Sarebbe però un errore attribuire tali problemi esclusivamente all’immigrazione. Essi derivano spesso dall’interazione tra fattori economici, urbanistici, culturali e sociali accumulatisi nel corso di decenni.

L’Europa si trova dunque stretta tra due esigenze apparentemente contrapposte ma entrambe legittime: garantire il rispetto dei diritti umani e, contemporaneamente, assicurare un controllo credibile dei flussi migratori. Ignorare una delle due dimensioni significa compromettere anche l’altra.

In questo contesto, i centri di rimpatrio situati in Paesi extraeuropei non devono essere interpretati come una soluzione esclusivamente italiana, bensì come uno dei possibili strumenti che diversi governi stanno valutando per affrontare un problema comune. La vera questione non riguarda tanto la loro collocazione geografica quanto la loro effettiva capacità di garantire procedure rapide, trasparenti, rispettose del diritto internazionale e realmente funzionali all’esecuzione dei rimpatri.

La storia recente dimostra che nessun Paese europeo possiede una formula risolutiva. L’immigrazione rappresenta una delle grandi questioni strutturali del XXI secolo, alimentata da squilibri demografici, cambiamenti climatici, instabilità geopolitica e differenze economiche tra continenti. Pensare di affrontarla con slogan semplici o soluzioni miracolistiche sarebbe illusorio.

L’Europa dovrà probabilmente imparare a coniugare maggiore controllo delle frontiere, cooperazione con i Paesi d’origine, integrazione efficace degli immigrati regolari e rimpatrio credibile degli irregolari. Soltanto un equilibrio tra questi elementi potrà consentire di trasformare una questione percepita come emergenza permanente in una politica pubblica stabile e sostenibile.

Nel frattempo, sarebbe utile abbandonare alcune rappresentazioni ideologiche. I centri di rimpatrio non sono un’anomalia italiana, così come le difficoltà legate all’immigrazione non riguardano soltanto l’Italia. Si tratta di una sfida europea che richiede risposte europee, nella consapevolezza che il problema esiste realmente e che negarlo non contribuisce certo a risolverlo.


di Leonardo Raito