Le regole del gioco non si cambiano all’ultimo minuto. La lezione di Giovanni Sartori

martedì 9 giugno 2026


Ogni volta che in Italia si avvicina una tornata elettorale importante, torna puntualmente il dibattito sulla legge elettorale. È quasi una costante della nostra storia repubblicana: quando gli equilibri politici si fanno incerti, quando i sondaggi alimentano preoccupazioni nei partiti o quando il sistema appare in trasformazione, emerge la tentazione di intervenire sulle regole del voto. Eppure uno dei maggiori politologi italiani del Novecento, Giovanni Sartori, guardava con grande sospetto a questa pratica.

Sartori non era contrario alle riforme elettorali. Al contrario, dedicò gran parte della propria attività scientifica allo studio dei sistemi di voto e delle loro conseguenze sui partiti e sulla stabilità dei governi. Era convinto che le regole elettorali fossero fondamentali per il funzionamento della democrazia e che potessero influenzare profondamente la vita politica di un Paese. Proprio per questo riteneva che esse dovessero essere trattate con estrema cautela.

La sua diffidenza nasceva da una convinzione semplice quanto profonda: le regole del gioco democratico non possono essere considerate strumenti tattici nelle mani della maggioranza del momento. Devono invece rappresentare un patrimonio comune, condiviso e il più possibile stabile. Quando una legge elettorale viene modificata a pochi mesi dal voto, il rischio è che l’interesse generale venga sacrificato alle convenienze immediate delle forze politiche.

In fondo, la domanda che Sartori avrebbe posto è molto semplice: una riforma viene proposta perché migliora il funzionamento della democrazia o perché conviene a qualcuno nelle imminenti elezioni? La distinzione può sembrare sottile, ma è in realtà decisiva. Una democrazia matura dovrebbe essere in grado di separare la costruzione delle istituzioni dalla competizione politica quotidiana. Quando ciò non avviene, cresce inevitabilmente il sospetto che le regole siano modellate sui rapporti di forza del presente anziché sugli interessi di lungo periodo del sistema.

La storia italiana offre numerosi esempi di questa tendenza. Dall’età liberale fino alla Repubblica, il tema della legge elettorale è stato spesso affrontato in prossimità delle consultazioni, alimentando polemiche e divisioni. Non è un caso che il nostro dibattito pubblico abbia prodotto espressioni entrate stabilmente nel lessico politico nazionale, dalla “legge truffa” del 1953 al “Porcellum” del 2005. Al di là dei giudizi di merito sui singoli provvedimenti, queste vicende mostrano quanto frequentemente la questione elettorale sia stata percepita come terreno di scontro politico anziché come momento di costruzione condivisa delle regole democratiche.

Per Sartori il problema non riguardava soltanto la legittimità politica delle riforme, ma anche la loro efficacia. Le leggi elettorali producono effetti complessi e spesso imprevedibili. Chi immagina di poter disegnare un sistema perfetto in grado di garantire determinati risultati rischia di cadere in un’illusione. Gli elettori cambiano comportamento, i partiti si adattano, le alleanze si trasformano. La politica, ricordava il politologo fiorentino, non è un laboratorio nel quale sia possibile controllare tutte le variabili.

Proprio per questo egli diffidava delle riforme concepite in fretta. Le istituzioni richiedono studio, confronto e capacità di prevedere conseguenze che spesso emergono soltanto nel medio periodo. Una legge costruita rapidamente, magari per rispondere a esigenze contingenti, può produrre effetti inattesi e persino opposti a quelli desiderati dai suoi stessi promotori.

C’è poi un elemento ancora più importante, che riguarda la fiducia dei cittadini. In ogni democrazia la credibilità delle istituzioni dipende anche dalla percezione di imparzialità delle regole. Quando una maggioranza modifica il sistema elettorale alla vigilia del voto, inevitabilmente si alimenta il dubbio che stia cercando di ottenere un vantaggio competitivo. Anche qualora tale intenzione non esistesse, il solo sospetto può indebolire il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

Per Sartori le leggi elettorali appartenevano a quella categoria di norme che dovrebbero essere sottratte alla contingenza politica. Non perché debbano essere immutabili, ma perché richiedono un consenso più ampio rispetto alle normali decisioni legislative. Le regole fondamentali della competizione democratica dovrebbero essere costruite con una prospettiva che guarda ai decenni, non alle prossime elezioni.

A distanza di anni, la sua riflessione conserva una sorprendente attualità. Le democrazie occidentali attraversano una fase caratterizzata da crescente polarizzazione, frammentazione politica e sfiducia verso le istituzioni. In questo contesto la stabilità delle regole assume un valore ancora maggiore. I cittadini possono accettare la sconfitta elettorale, ma difficilmente accettano l’idea che le regole siano state cambiate per favorire qualcuno.

La lezione di Giovanni Sartori va dunque oltre il tema tecnico dei sistemi elettorali. Essa riguarda il rapporto tra politica e istituzioni, tra interesse immediato e responsabilità storica. In un tempo dominato dalla velocità della comunicazione e dall’ossessione del consenso istantaneo, il grande politologo ci ricorda che la qualità di una democrazia si misura anche dalla capacità delle sue classi dirigenti di resistere alla tentazione di adattare continuamente le regole alle convenienze del momento.

Le elezioni servono a scegliere i vincitori. Le regole elettorali, invece, servono a garantire che quella scelta avvenga in modo credibile, trasparente e condiviso. È una distinzione che può apparire ovvia. Eppure, osservando la storia politica italiana degli ultimi decenni, si comprende perché Sartori abbia sentito il bisogno di ribadirla così spesso. Le regole del gioco, insegnava, devono essere abbastanza solide da sopravvivere ai giocatori. Solo allora una democrazia può dirsi davvero matura.


di Leonardo Raito