venerdì 5 giugno 2026
C’è un aspetto della politica italiana contemporanea che continua a essere largamente sottovalutato: il ruolo potenzialmente decisivo che potrebbe assumere il movimento politico di Roberto Vannacci dentro un sistema sempre più polarizzato. Non tanto per la sua consistenza numerica assoluta, quanto per la funzione strategica che potrebbe esercitare negli equilibri futuri del Paese. Perché in una politica ormai strutturata attorno a blocchi contrapposti, anche un consenso relativamente limitato può trasformarsi in una leva enorme.
Se davvero il movimento riconducibile a Vannacci dovesse stabilizzarsi attorno al 4-8 per cento − come alcune proiezioni oggi ipotizzano − esso potrebbe diventare non solo, o non tanto, l’ago della bilancia della politica italiana, ma la chiave di volta della politica estera del futuro governo. E a quel punto il problema non sarebbe più soltanto elettorale, ma geopolitico.
Un partito collocato su posizioni conniventi verso la Russia potrebbe infatti contribuire a determinare la nascita di governi orientati, direttamente o indirettamente, verso una linea filorussa. Ed è qui che la situazione assume un significato molto più ampio del semplice dibattito interno alla destra italiana, perché l’aspetto paradossale della situazione è che questo rischio potrebbe manifestarsi sia in caso di vittoria del centrodestra sia in caso di vittoria del centrosinistra.
Nel primo caso, il meccanismo è evidente: se il centrodestra avesse bisogno dei voti del movimento di Vannacci per governare, quest’ultimo potrebbe esercitare una forte pressione sugli orientamenti internazionali della coalizione. D’altra parte però la presenza del partito di Vannacci nello schieramento del Centrodestra, così come la sua assenza da tale schieramento, potrebbero determinare, per ragioni opposte, la vittoria del centrosinistra: nel primo caso perché la sua presenza eroderebbe i consensi al centro dello schieramento, nel secondo perché farebbe mancare allo stesso i numeri necessari per arrivare alla maggioranza dei seggi conquistati in parlamento, determinando anche in questo caso la vittoria del centrosinistra, il quale, in questo momento storico, è caratterizzato da una maggioranza che ha posizioni quantomeno non ostili alla Russia, mentre ne ha di piuttosto ostili, come da tradizione, verso la Nato e gli Stati Uniti.
Se si sommano infatti le posizioni di una parte consistente del Partito Democratico, quelle del Movimento 5 Stelle e quelle connesse con le linee tracciate da Fratoianni e Bonelli, emerge chiaramente come un’eventuale maggioranza di centrosinistra potrebbe facilmente assumere orientamenti indulgenti verso Mosca, soprattutto sul piano culturale e geopolitico, laddove l’indulgenza comporterebbe di fatto una concreta connivenza con il disegno geopolitico del Cremlino che − e ormai è chiaro anche a chi finge di essere cieco – è volto a dividere e indebolire l’Europa.
Ed è appunto qui che emerge il paradosso forse più singolare e politicamente interessante dell’intera vicenda: Roberto Vannacci potrebbe in un certo senso “vincere” anche determinando indirettamente la vittoria dello schieramento opposto al proprio, e si tratterebbe di una situazione abbastanza rara nella storia delle democrazie occidentali moderne. Perché normalmente i piccoli partiti radicali tendono o a rafforzare il proprio campo politico oppure a indebolirlo favorendo indirettamente l’avversario, ma qui il fenomeno potrebbe essere più complesso e quasi circolare.
Da una parte, infatti, il movimento di Vannacci potrebbe spostare il centrodestra verso posizioni più apertamente identitarie e filorusse, dall’altra, anche un’eventuale vittoria del centrosinistra potrebbe produrre un risultato simile, ovvero una crescente vicinanza, se non addirittura connivenza dell’Italia con la dittatura criminale di Putin. In altre parole, il “vincitore geopolitico” potrebbe restare lo stesso indipendentemente dall’esito formale delle elezioni.
Se quest’evenienza dovesse concretizzarsi, ciò significherebbe che la polarizzazione estrema sarebbe riuscita a produrre convergenze indirette tra forze che formalmente si combattono, ma che finiscono entrambe per favorire i più pericolosi nemici della democrazia in Europa dalla fine della guerra fredda. Da una parte potrebbero agire componenti sovraniste, nazionaliste o apertamente filorusse; dall’altra settori del progressismo radicale accomunati da una crescente ostilità verso l’Occidente liberale, verso la Nato e verso il ruolo internazionale degli Stati Uniti. Naturalmente le motivazioni ideologiche sarebbero diverse, ma gli effetti geopolitici finali potrebbero risultare sorprendentemente convergenti.
Un simile scenario mette in luce uno dei grandi problemi delle democrazie contemporanee: il fatto che il potere reale non si giochi più soltanto sulla vittoria elettorale diretta, ma sulla capacità di orientare culturalmente l’intero sistema politico. In questo senso, la vera vittoria di Putin non sarebbe tanto l’affermazione di un singolo partito “amico”, quanto la trasformazione progressiva delle democrazie europee in sistemi politicamente sempre più polarizzati, instabili, litigiosi, incapaci di sostenere una linea geopolitica coerente e persino inclini a favorire la strategia del Cremlino in modo bilaterale, ovvero indipendentemente da quale sia il vincitore della competizione elettorale.
Il vero problema, allora, non è stabilire se il movimento di Vannacci possa ottenere il 4, il 6 o l’8 per cento. Il problema è capire che cosa potrebbe accadere se quella percentuale diventasse comunque decisiva all’interno del sistema politico italiano, perché a quel punto il suo peso reale potrebbe diventare immensamente superiore alla sua consistenza elettorale, e costituirebbe forse la più sottile e importante vittoria strategica che la Russia potrebbe oggi ottenere in Europa occidentale.
di Gustavo Micheletti