La concezione oggettivista dell’economia

lunedì 25 maggio 2026


La settima lezione della John Galt School è stata affidata a Rosolino Candela, docente alla George Mason University e direttore di ricerca del F. A. Hayek Program, che ha esaminato l’Oggettivismo attraverso la dimensione economica, soffermandosi sul vincolo tra la proprietà privata, il mercato e l’azione individuale. Candela ha ricordato di essersi avvicinato ad Ayn Rand negli anni della sua formazione con Douglas B. Rasmussen, tra i maggiori studiosi contemporanei dell’aristotelismo e del pensiero randiano.

Occorre comprendere subito un punto essenziale: Ayn Rand non fu un’economista accademica, non sviluppò modelli matematici, non scrisse trattati tecnici di economia, né appartenne alla disciplina nel senso universitario del termine. Eppure, colse meglio della maggioranza degli economisti keynesiani le precondizioni istituzionali del mercato: il diritto di proprietà come base per l’analisi comparativa tra il capitalismo e il socialismo.

Il mercato rappresenta il presupposto della creazione di ricchezza e dell’eudaimonia, intesa nelle parole di Aristotele come l’autoperfezionamento dell’individuo. Per cogliere il significato della riflessione randiana, bisogna collocarla all’interno del contesto intellettuale della teoria economica dominante dell’epoca. Mary Morgan, professoressa alla London School of Economics e autrice di The World in a Model, ha osservato che le narrazioni dei mercati vengono incorporate sin dall’inizio nell’identità del modello. Ancora oggi, il punto di partenza normativo rimane l’equilibrio di concorrenza perfetta assunto come ideale. I critici del mercato muovono da questo modello e mettono in evidenza gli aspetti ovvi rispetto ai quali il capitalismo reale non soddisfa le condizioni fissate dalla teoria.

La narrazione implicita nel modello di concorrenza perfetta presenta i mercati come imperfetti, difettosi, subottimali. La teoria dominante fornisce così la giustificazione teorica dell’intervento statale quale deus ex machina chiamato a correggere ciò che, nel mercato, appare incompleto o deviato rispetto all’ideale. Ayn Rand non si rifece mai a questo schema analitico. In modo controintuitivo, la forza della sua difesa del mercato deriva dal fatto che esso non è perfetto: il mercato non è un ordine chiuso, compiuto o statico, bensì un processo aperto e orientato alla scoperta imprenditoriale.

La nozione di “mercato imperfetto” risulta coerente con una difesa positiva dell’imprenditore alla ricerca del profitto. Nella scatola chiusa della teoria economica neoclassica, l’imprenditorialità e la proprietà privata risultano per definizione escluse dalle premesse del modello. Diventano concetti superflui, ridondanti, quasi privi di una funzione esplicativa. Con la possibile eccezione della sua teoria etica, la filosofia politica di Rand rappresenta l’aspetto più noto del suo sistema filosofico: un’apologia intransigente del libero mercato, che l’ha resa oggetto di attacchi critici assai diffusi.

Il perno della sua concezione economica riguarda però un fraintendimento fondamentale, condiviso tanto da alcuni sostenitori quanto da molti critici: la natura dei diritti di proprietà. Che abbia torto o ragione nelle sue conclusioni, bisogna riconoscere che la sua comprensione dell’economia e della politica scaturisca da una filosofia comprensiva dell’uomo e della natura. La sua difesa del capitalismo rimane, in ogni caso, acuta e originale.

Prima di comprendere la giustificazione morale del capitalismo, è opportuno definire i diritti di proprietà privata. Nel saggio I diritti umani, Rand scrisse che il concetto di diritto è intrinsecamente morale: esso consente la transizione logica tra i princìpi che guidano l’azione dell’individuo e i princìpi che regolano la sua azione nei rapporti con gli altri. Il diritto preserva la moralità individuale all’interno di un contesto sociale.

Il codice morale e giuridico della società deve dunque fondarsi sui diritti individuali. Essi subordinano la società alla legge morale. I diritti di proprietà privata fanno riferimento a un insieme di relazioni sociali che definiscono la possibilità dell’individuo di compiere scelte e di assumersene le conseguenze. Il diritto di proprietà è un diritto all’azione, non il diritto a usufruire di un bene materiale garantito. Esso non indica l’assegnazione fisica o l’erogazione di beni e servizi, bensì l’assegnazione delle conseguenze alle scelte compiute in relazione a quei beni e a quei servizi. Da questa concezione derivano tre implicazioni cruciali.

La prima: non ha senso parlare di capitalismo al di fuori dei diritti di proprietà privata, perché senza proprietà privata non può esistere uno scambio autenticamente di mercato. La seconda: fuori dal contesto dei diritti di proprietà privata, parlare di “fallimento del mercato” risulta improprio. In molti casi, si tratta piuttosto del fallimento delle condizioni esistenziali del mercato, e dunque di un fallimento del governo nel far rispettare i diritti di proprietà. La terza: il capitalismo è definito dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, del lavoro e del capitale. Esso implica che il diritto di proprietà privata sia anche responsabilità sociale, perché non esiste una società indipendente dagli individui che la compongono.

Una delle più grandi menzogne raccontate negli ultimi decenni consiste nell’attribuire la crisi finanziaria del 2008 al capitalismo di libero mercato. Da una prospettiva randiana, il problema fu invece la concessione di privilegi speciali alle banche, ritenute non pienamente responsabili delle perdite generate da operazioni creditizie rischiose. Il diritto di proprietà genera un sistema capitalistico nel quale l’imprenditore sostiene profitti e perdite. Un capitalismo senza perdite è come una cristianità senza inferno.

Un sistema di privilegi implica che un decisore venga sottratto alla responsabilità delle proprie scelte imprudenti, anche quando esse comportano una cattiva allocazione delle risorse. Per comprendere questo punto bisogna afferrare la teoria randiana dell’uomo: l’uso della capacità razionale costituisce il fondamento di ogni azione umana. La sua concezione antropologica è aristotelica, ma modificata dalla forte enfasi posta sul potere creativo della mente umana. Su questa base, l’etica risulta consustanziale alla sua teoria economica.

La dottrina dei diritti di Rand è concepita per garantire le condizioni necessarie al funzionamento della più significativa tra le risorse umane: la mente. Julian Simon la definì “the ultimate resource”. Le medesime condizioni che favoriscono la crescita economica conferiscono all’individuo la possibilità del perfezionamento continuo. Da questa impostazione discendono due implicazioni importanti sul ruolo dello Stato in rapporto al mercato. L’approccio prevalente spiega la crescita attraverso l’incremento dei fattori di produzione. La visione randiana, invece, ritiene che gli incrementi dei fattori di produzione siano un sottoprodotto dell’imprenditorialità, ma anche il risultato di una scoperta imprenditoriale che combina terra, lavoro e capitale secondo possibilità inesauribili.

Il parallelismo con la biologia è illuminante. Il Dna rappresenta il codice genetico delle migliaia di specie che popolano il pianeta. Tuttavia, si fonda su quattro elementi: adenina, citosina, guanina e timina. Ciò che spiega la diversità della vita sulla Terra, così come le capacità riproduttive delle specie, sono le svariate combinazioni di questi elementi. La somma risulta superiore alle singole parti costitutive e non può essere ridotta a esse. Allo stesso modo, lo sviluppo economico nasce dalla combinazione di terra, lavoro, capitale e imprenditorialità. Ciò che spiega la crescita non è una semplice evoluzione meccanica dei fattori, come accade nel modello statico, bensì il numero potenzialmente infinito di combinazioni scoperte dagli imprenditori.

Malcolm McLean introdusse per primo la tecnica della containerizzazione a Newark, in New Jersey, nel 1956. Non inventò le navi, i camion o le gru; e neppure l’idea di impilare le casse su una nave, antica quanto la civiltà fenicia. La sua scoperta consistette nel combinare le risorse già esistenti (camion, gru e navi) in un unico sistema di trasporto. Tale innovazione non avrebbe potuto realizzarsi senza la mente e la scoperta imprenditoriale di McLean. In questo punto risiede la giustificazione morale dei diritti di proprietà.

Una delle caratteristiche peculiari di Ayn Rand è il rifiuto di considerare il capitalismo un “male necessario”. La scrittrice non tenta di difenderlo in termini utilitaristici, come fecero molti studiosi. Al contrario, sostiene che la stessa modalità di interazione umana richiesta dal capitalismo sia l’unica moralmente giustificata, perché fondata sui diritti di proprietà privata. Per quale ragione la società è così intimamente connessa alla proprietà privata? La risposta passa attraverso il concetto di concorrenza. Il capitalismo viene spesso definito, in modo fuorviante, come un “sistema concorrenziale”. La definizione è insufficiente, perché ogni sistema economico è concorrenziale in virtù della scarsità delle risorse. Ciò che distingue un sistema dall’altro è il modo in cui la concorrenza si manifesta.

La superiorità del capitalismo consiste nel fatto che la concorrenza assume una forma pacifica, cooperativa e volontaria, a somma positiva, fino a diventare una peculiare espressione dell’umano attraverso la specializzazione produttiva e lo scambio. Pertanto, la concorrenza è un processo di risoluzione dei conflitti. Il monopolio legittimo della forza, secondo la formula di Max Weber, può trasformare la mano invisibile della concorrenza di mercato, fondata sui diritti di proprietà e sullo scambio volontario, nella mano visibile del governo. In quel caso, la concorrenza viene orientata verso la conquista del potere politico, allo scopo di ottenere privilegi speciali e mettere alcuni capitalisti al riparo dalle perdite.

La difesa randiana del capitalismo non coincide dunque con la difesa dei singoli capitalisti in quanto tali, soprattutto quando essi usano la forza del governo per arricchirsi. Si tratta dei “moochers”, i parassiti sociali che cercano rendite e protezioni politiche. Ayn Rand non è anarchica: lo Stato non deve creare diritti, ma far rispettare quelli realizzati dagli individui attraverso lo scambio. Il fondamento della civiltà è la protezione della proprietà privata. Senza di essa, la civiltà cessa di esistere. La base del coordinamento economico attraverso i prezzi di mercato risiede nell’espressione di una conoscenza unica, particolare e contingente da parte degli individui, che si manifesta nella loro interazione reciproca.

Se la conoscenza necessaria all’autoperfezionamento fosse già data, ciascun individuo potrebbe prescindere dalla scoperta, e l’autoperfezionamento verrebbe ridotto a un semplice problema di applicazione di incentivi generali. La giustificazione normativa fondamentale del capitalismo deve invece poggiare sulla protezione dell’espressione della conoscenza particolare, unica per ogni individuo, che scaturisce dall’esercizio della scelta in condizioni di libertà.

L’antitesi del capitalismo è il socialismo. Esso risulta moralmente abominevole perché preclude le condizioni istituzionali (i diritti di proprietà privata) necessarie alla tutela della libertà individuale. A un livello ancora più profondo, l’assenza di libertà impedisce alle persone di scoprire chi siano in un mondo di possibilità aperte.


di Lorenzo Cianti