Casa: lo Stato si fermi sulla soglia

venerdì 22 maggio 2026


Il ddl sugli sfratti prova a restituire certezza alla proprietà privata: perché la casa non può essere trasformata in ostaggio dell’emergenza, della burocrazia e dell’inerzia giudiziaria.

Per decenni l’Italia ha trattato la proprietà immobiliare come una colpa da tollerare e non come un diritto da proteggere. Ogni emergenza abitativa, crisi economica o tensione sociale è stata scaricata sui proprietari attraverso blocchi degli sfratti, proroghe, vincoli, controlli, termini dilatati e procedure sempre più lente. Il risultato è stato sempre devastante: fiducia erosa, investimenti scoraggiati, alloggi sottratti al mercato e canoni inevitabilmente più elevati. Il disegno di legge numero 1.896, presentato dal Governo nei giorni scorsi, prova almeno in parte a invertire questa tendenza. Lo conferma già la relazione introduttiva, che contiene un’ammissione significativa: molti proprietari si trovano in una “generalizzata condizione di difficoltà economica”, aggravata dalla pandemia, dall’inflazione e dall’aumento del costo del denaro. Colpisce che un testo legislativo italiano riconosca, sia pure implicitamente, che anche il proprietario possa trovarsi in una posizione di debolezza.

Il ddl afferma inoltre che occorre “accrescere le tutele” di chi fatica a recuperare beni per i quali sia cessato il titolo di detenzione. In realtà, riletta controluce, tale frase racconta un fallimento molto più ampio: quello di uno Stato che per anni ha trasformato il diritto di proprietà in un diritto precario, subordinato alla lentezza burocratica e all’inerzia giudiziaria. La storia italiana è del resto piena di esempi. Dall’equo canone ai blocchi degli sfratti, dalla proliferazione dei vincoli urbanistici fino all’espansione continua della fiscalità immobiliare, la casa è stata considerata non un bene liberamente disponibile, ma uno strumento da dirigere politicamente. Una mentalità che affonda le sue radici lontano nel tempo. Già nell’antica Roma il principio dominium rappresentava il fondamento dell’autonomia individuale: limitare la disponibilità della proprietà significava limitare la libertà stessa del cittadino. Non a caso Cicerone considerava la tutela della proprietà uno dei compiti essenziali della legge.

Anche la storia contemporanea conferma la medesima lezione. Ovunque il potere politico abbia indebolito il diritto di proprietà, il risultato è stato scarsità, carenza di offerte, emergenza abitativa. La Berlino della Mietpreisbremse, la New York del rent control o la Svezia delle interminabili liste d’attesa mostrano la stessa dinamica: quando la politica pretende di sostituirsi agli accordi volontari, gli alloggi diminuiscono, gli investimenti si fermano e il mercato si irrigidisce. Questa lezione storica consente di cogliere il senso del progetto in esame. Lo stesso, infatti, non interviene sul mercato in astratto, ma su uno dei suoi presupposti essenziali: la certezza che, cessato il titolo, il bene possa essere effettivamente recuperato. Introduce quindi un nuovo procedimento di “ingiunzione di rilascio per finita locazione”, modellato sul decreto ingiuntivo, con termini accelerati e immediata esecutorietà. Il giudice dovrà pronunciarsi entro 15 giorni dal deposito del ricorso. È inoltre prevista una penalità dell’1 per cento del canone mensile per ogni giorno di ritardo nel rilascio. 

Non si tratta di “favori ai proprietari”, come qualcuno dirà inevitabilmente. È il tentativo di ripristinare un principio elementare: un contratto deve avere conseguenze certe. In qualsiasi altro settore economico, chi utilizza un bene senza titolo viene considerato un inadempiente. Nel settore immobiliare italiano, invece, si è progressivamente diffusa l’idea che il proprietario debba sopportare tempi indefiniti in nome di esigenze collettive che il potere pubblico non riesce o non vuole affrontare direttamente. Persino la riduzione del termine di grazia da novanta a 45 giorni nasce dalla constatazione che siffatto strumento si traduce spesso “in una dilatazione del procedimento” a danno del locatore. È il riconoscimento implicito di una verità semplice: quando il sistema premia sistematicamente il ritardo e l’inadempimento, la fiducia scompare.

Vi è poi un passaggio culturalmente importante: il disegno governativo consente l’esecuzione forzata contro chi occupa immobili “in modo del tutto arbitrario”. In un Paese nel quale l’occupazione abusiva è stata spesso giustificata con argomenti ideologici, questa formulazione assume quasi un valore simbolico. La proprietà non è una concessione revocabile della politica. È ciò che consente agli individui di pianificare, investire, costruire e cooperare senza dipendere continuamente dal potere. Naturalmente il testo conserva cautele e rinvii ai servizi sociali nei casi di fragilità. Ma proprio qui emerge la questione decisiva: l’assistenza ai soggetti vulnerabili non può essere scaricata coercitivamente sul singolo proprietario. Quando ciò accade, il welfare smette di essere pubblico e diventa una requisizione indiretta di risorse private.

In fondo, ogni società rivela la propria idea di libertà dal modo in cui tratta la proprietà. Dove il possesso è sicuro, gli individui investono, costruiscono e cooperano. Dove invece il potere politico può sospendere indefinitamente il diritto di rientrare nella disponibilità del proprio bene, la proprietà smette di essere un diritto e diventa una tolleranza amministrativa.

Ed è precisamente questa lunga deformazione culturale che il citato ddl tenta, almeno parzialmente, di correggere. La questione non è soltanto processuale, è civile, politica, perfino morale. Riguarda il confine tra individuo e potere, tra contratto e arbitrio, tra proprietà e concessione amministrativa. Questo spiega la forza ancora attuale del celebre aforisma attribuito a William Pitt il Vecchio, primo conte di Chatham, pronunciato nel clima della polemica contro il Cider Act e contro i poteri fiscali di intrusione nelle abitazioni private: “Il più povero degli uomini può, nella sua capanna, sfidare tutte le forze della Corona; essa può essere fragile, il suo tetto può tremare, il vento può entrarvi, la pioggia può entrarvi, ma il Re d’Inghilterra non può entrarvi”. Non era una frase ornamentale, esprimeva in sostanza una dichiarazione di civiltà giuridica. Anche la dimora più povera segna un limite davanti al quale il potere deve arrestarsi. In quella soglia invalicabile c’è l’essenza dello Stato limitato: il potere incontra un confine, l’emergenza non può trasformarsi in arbitrio, la proprietà privata non può essere piegata a una pretesa pubblica. La libertà comincia quando anche il più debole può dire no al più forte.


di Sandro Scoppa