Le lezioni di Aron e Montanelli: perché è necessaria una destra liberale, europeista e progressista

lunedì 18 maggio 2026


Le lezioni di Aron e di Montanelli appaiono oggi più attuali che mai. Il governo guidato da Giorgia Meloni si trova infatti davanti a un passaggio storico cruciale: rispetto a una destra prevalentemente identitaria e sovranista, orientata alla polarizzazione permanente, emerge con forza dalla società civile il bisogno di trasformare la destra italiana in un’autentica forza europea, moderna e pienamente inserita nella tradizione della democrazia liberale occidentale.

In un’Europa ancora attraversata dalle macerie morali e politiche della guerra, nel 1957, Raymond Aron pubblicava il suo Saggio sulla destra, il conservatorismo e la democrazia liberale, un’opera destinata a diventare uno dei testi più lucidi e lungimiranti del pensiero politico europeo del dopoguerra. Aron comprese prima di molti altri che il problema fondamentale delle destre occidentali non fosse semplicemente elettorale o organizzativo, ma culturale e storico: si trattava piuttosto di tracciare una matrice ideologica che conciliasse tradizione e modernità, identità e libertà, ordine e democrazia dentro le nuove società industriali e di massa, che vedevano in quel tempo una crescente influenza del pensiero socialista e comunista. Anche se oggi il contesto è radicalmente mutato, la sua riflessione ha ancora una straordinaria attualità, soprattutto di fronte alle contraddizioni che attraversano molte destre europee, sospese tra populismo identitario, sovranismo emotivo e incapacità di elaborare una autentica cultura di governo. Aron intuì infatti che una destra incapace di intercettare i bisogni della modernità e i fondamenti del pensiero liberal − nel senso più esteso e moderno del termine − sarebbe stata inevitabilmente condannata all’irrilevanza o alla radicalizzazione antisistema.

Per il pensatore francese, la modernità – con tutti i suoi ‘nuovi’ principi di libertà − non può essere arrestata. Può essere governata, disciplinata, orientata, ma non negata. La società industriale, il progresso tecnologico, la democratizzazione politica e l’interdipendenza economica (e oggi anche le scelte contro le discriminazioni etniche e ‘di genere’), hanno trasformato irreversibilmente il volto dell’Europa contemporanea. In questo contesto, una destra che continui a vivere soltanto di nostalgie storiche, di retoriche identitarie, di conflitto permanente e di logiche di esclusione finisce inevitabilmente per smarrire la propria funzione storica. Aron distingueva implicitamente tra una destra retrograda e una destra moderna. La prima vive di miti assoluti: la nazione trasformata in religione politica, il culto dell’autorità, la ricerca di un ordine perduto, la mobilitazione emotiva delle masse. La seconda, invece, accetta il pluralismo democratico, il parlamentarismo, la mediazione istituzionale e il carattere inevitabilmente imperfetto della democrazia liberale. È una distinzione decisiva, perché nel pensiero aroniano anche il conservatorismo non coincide mai con la reazione.

Conservare’ non significa opporsi al cambiamento; significa impedire che il cambiamento degeneri nel caos. È questa la grande lezione che molte destre europee sembrano aver dimenticato. Aron rifiuta tanto l’utopia rivoluzionaria della sinistra quanto le illusioni restauratrici della destra estrema. Entrambe, infatti, nascono dalla stessa tentazione ideologica: sostituire il compromesso democratico con una verità assoluta. Non è un caso che questa lezione sia stata ripresa anche da Indro Montanelli, che considerava Aron uno dei pochi intellettuali europei realmente indipendenti dalle mode ideologiche del secondo dopoguerra. Montanelli citava spesso Aron − soprattutto L’oppio degli intellettuali del 1955 − come esempio raro di liberalismo antitotalitario e anticonformista. Aron collaborò con Il Giornale sin dalla sua fondazione, entrando simbolicamente nel patrimonio culturale del liberalismo europeo caro al grande giornalista italiano. Per Montanelli, Aron rappresentava precisamente ciò che storicamente è mancato alla destra italiana: una cultura politica moderna, europea, liberale e non nostalgica. Una destra capace di governare senza rifugiarsi nella retorica identitaria o nella protesta permanente. Una destra occidentale, non provinciale; non reazionaria; patriottica, ma non nazionalista.

Da qui emerge il nucleo più moderno di quelle riflessioni: una destra contemporanea deve essere liberale sul piano politico, riformatrice sul piano economico e progressista sul piano culturale. Liberale perché solo lo Stato di diritto e le libertà individuali possono impedire la deriva totalitaria. Riformatrice perché le società moderne richiedono innovazione, crescita, mobilità sociale e competenza tecnica. Progressista perché può costruire progresso salvando la memoria storica delle conquiste di libertà – maturate per l’Italia in un lungo processo che va dal Risorgimento alla Resistenza, fino alla Repubblica fondata sulla Costituzione per evitare il rischio del nichilismo storico e culturale.

Ma il tratto forse più profondo del pensiero di Aron è il suo europeismo. Dopo le tragedie del Novecento, egli comprese che nessuna nazione europea avrebbe più potuto vivere dentro una sovranità assoluta, romantica e autosufficiente. I nazionalismi integrali avevano prodotto guerre mondiali e totalitarismi; l’Europa unita diventava dunque una necessità storica oltre che politica. Beninteso, Aron non immaginava un’Europa tecnocratica, burocratica o ostile alle identità nazionali. Pensava piuttosto a una civiltà politica comune fondata sull’equilibrio tra libertà, cooperazione e pluralismo. L’Europa rappresentava ai suoi occhi lo spazio storico nel quale la tradizione liberale occidentale avrebbe potuto sopravvivere sia al totalitarismo sovietico sia ai ritorni autoritari dei nazionalismi estremi.

È qui che si può leggere nell’attualità la validità del modello aroniano di una destra moderna e “progressista”. L’espressione può apparire contraddittoria soltanto a chi continua a leggere la politica attraverso le categorie ideologiche del Novecento. In realtà, seguendo la visione di Aron, si può riconoscere al termine “progressista” un significato profondamente diverso da quello rivoluzionario o utopico della tradizione marxista. Progressista, nella sua prospettiva, significa saper accompagnare il progresso economico, scientifico e sociale senza distruggere i legami storici, morali e culturali della comunità. Una destra progressista è dunque europeista ma non burocratica; patriottica ma non nazionalista; liberale ma non individualista; conservatrice nei valori civili ma innovatrice nell’economia, nelle istituzioni e nei modelli sociali; favorevole alla crescita e al merito senza abbandonare la coesione comunitaria. In altre parole, una destra della responsabilità e non del revanscismo o del desiderio di rivalsa dopo decenni di emarginazione dal potere dominante.

Applicata al presente italiano, la lezione di Aron appare oggi più attuale che mai. Il governo guidato da Giorgia Meloni si trova infatti davanti a un passaggio storico cruciale. Da un lato esiste la tentazione di mantenere una destra prevalentemente identitaria e sovranista, alimentata dalla polarizzazione permanente; dall’altro, emerge con forza dalla società civile il bisogno di trasformare la destra italiana in un’autentica forza europea, moderna e pienamente inserita nella tradizione della democrazia liberale occidentale.

La stessa collocazione internazionale dell’Italia rende questa trasformazione quasi inevitabile. L’Italia vive dentro un’economia globale interdipendente e in un Unione Europea che necessariamente deve affrontare con più coesione l’era dei ‘nuovi imperi’. Pensare di affrontare sfide come la competizione geopolitica, la transizione tecnologica, la crisi energetica, il declino demografico attraverso la retorica della sovranità nazionale appare fuori dalla realtà. Nessuna nazione europea possiede più da sola la forza economica e strategica necessaria per affrontare il disordine mondiale e la logica dei predatori neo-imperiali, specie dopo l’ultima deriva trumpiana che ha tradito la solidarietà transatlantica.

Per questo un vero europeismo “di destra” può configurarsi non già nella rinuncia alla patria, ma nella difesa della civiltà europea attraverso la cooperazione continentale. L’Europa, nella prospettiva aroniana, non cancella le nazioni: le protegge dentro un equilibrio storico più ampio. È esattamente questo il punto che la destra contemporanea dovrebbe comprendere. In fondo, è questa la grande questione politica del nostro tempo: se la destra europea voglia continuare a essere forza restauratrice di non si sa bene quale ‘ordine’ oppure promuovere finalmente un progetto continentale con una classe dirigente competente e responsabile. Aron aveva indicato questa strada già nel 1957. Montanelli ne aveva colto la portata culturale e civile. Oggi quella lezione torna con forza al centro del dibattito politico europeo. Senza una destra liberale, europeista e progressista, il rischio è che l’Europa resti prigioniera di una sterile retorica tra sovranismo e populismo, incapace di costruire una vera cultura di governo all’altezza delle sfide del nostro tempo.

(*) Membro dell’Associazione Italiana Giuristi Europei


di Maurizio Delli Santi