Anthem: l’inno proibito all’io

lunedì 18 maggio 2026


La sesta lezione della John Galt School ha visto il ritorno inatteso e gradito di Diana Thermes, alla quale era stato affidato il compito di introdurre il corso delineando le coordinate essenziali del pensiero oggettivista. Al centro del nuovo appuntamento vi era un tema particolarmente congeniale alla professoressa: la distopia. Ayn Rand non può essere considerata una scrittrice distopica tout court. Il suo testo più celebre appartenente a questo genere narrativo, Anthem (Antifona nella traduzione italiana), obbliga i lettori a porsi una domanda: si tratta veramente di una distopia o di una distopia sui generis, quasi come se fosse un’utopia camuffata da distopia?

Il romanzo è certamente la rappresentazione di una distopia totalitaria, descritta con le sembianze della Russia a lei familiare: il comunismo di derivazione bolscevica, evolutosi nella dittatura staliniana. L’esito politico finale del socialismo (o comunismo, due termini che Rand utilizza in modo intercambiabile) è il totalitarismo, inteso come la configurazione estrema dello statalismo. Ayn Rand lanciò un monito inequivocabile contro il socialismo: quando entra in un sistema, basta che apra uno spiraglio affinché possa infiltrarsi con pervasività in ogni ambito della vita. L’individuo viene prima subordinato, poi assorbito, infine nullificato. Il collettivismo comincia come una dottrina politica e termina come un asservimento totale.

Rand aveva già compiuto un’operazione analoga con Noi vivi, il romanzo autobiografico che ripercorre le vicissitudini personali della giovane Alisa. La protagonista ricalca le orme di una ragazza desiderosa di emanciparsi e conquistare gli spazi di libertà che le erano preclusi. In quella storia Rand ripercorse ciò che accadeva intorno a lei: la persecuzione, la requisizione dei beni familiari, la censura universitaria, la miseria economica che accompagnò la sua giovinezza nella Russia sovietica. È una forma narrativa che anticipa di qualche decennio, sotto alcuni aspetti, il neorealismo letterario italiano.

Nel 1936 Noi vivi fu rifiutato dalla maggior parte degli editori statunitensi, perché l’intelligencija giornalistica e politica americana viveva ancora un’infatuazione per Stalin e per l’esperimento sovietico. I fautori del progressismo trovavano affascinante la ristrutturazione della società e condividevano l’idea di una civiltà ridisegnata attraverso la pianificazione. Molte delegazioni americane si recavano in Russia per studiare il sistema scolastico sovietico. Rand, invece, conosceva dall’interno il prezzo umano di quel modello liberticida.

Il finale di Noi vivi è tragico e distopico: la protagonista muore cercando di oltrepassare il confine con la Polonia, colpita alle spalle da una raffica di proiettili. Anche i suoi due amanti muoiono: uno spiritualmente, l’altro fisicamente. Con Anthem si compie un grande passaggio tematico. La distopia permane, ma il finale non si chiude nella sconfitta: apre alla riconquista dell’io, alla possibilità di una nuova civiltà fondata sull’individualismo.

Che tipo di distopia è, dunque, Anthem? La domanda può essere posta anche a proposito di La rivolta di Atlante, pur nella differenza dei codici espressivi e delle peculiarità stilistiche. Anthem inaugura la stagione della distopia politico-sociale del Novecento. La distopia è la rappresentazione negativa di un mondo capovolto o di una società futura nella quale, in teoria, dovrebbero regnare la ricchezza, la pace e il benessere, mentre nella realtà dominano la fame, la paura, la sorveglianza, il disordine interno e la guerra esterna.

Il romanzo ripercorre gli elementi tipici della letteratura distopica e anticipa l’analisi sul fenomeno totalitario che Hannah Arendt svilupperà ne Le origini del totalitarismo (1951). Come George Orwell in 1984, l’ultima grande distopia novecentesca, trae ispirazione da Stalin e, somaticamente, anche da Hitler per raffigurare il Grande Fratello, così Rand costruisce il suo mondo a partire dall’esperienza concreta del socialismo reale. La tortura, la povertà, la guerra, la delazione, la propaganda e l’annientamento della persona corrispondono a una realtà storica riconoscibile.

Orwell intravide il radicarsi di un socialismo sempre più autoritario nell’Inghilterra post-bellica e temette l’avvento di una società simile a Oceania, che avrebbe sostituito il Regno Unito liberale e democratico. Prima di lui, Evgenij Zamjatin aveva scritto Noi, il racconto di un mondo distopico destinato a concludersi tragicamente. Nel 1932, con Il mondo nuovo, Aldous Huxley aveva proposto una distopia diversa: la denuncia di una società futura gestita integralmente dalla tecnologia, predisposta alla manipolazione del pensiero e al condizionamento psichico.

Dopo molti rifiuti, Anthem, completato nel 1937, riuscì a essere pubblicato soltanto in Inghilterra nel 1938. La seconda edizione trovò approdo negli Stati Uniti nel 1946. La genesi del libro può essere compresa esaminando il contesto politico statunitense. Il New Deal, istituito da Roosevelt per “correggere” i problemi emersi in seguito alla Grande Depressione, introdusse elementi di socialismo attraverso la manipolazione della sfera economica. Ciò che costituiva la gloria degli Stati Uniti (il capitalismo delle origini, che Ayn Rand avrebbe voluto trasformare in un capitalismo laissez-faire ancora più pieno e deregolamentato) fu soppiantato da un sistema economico misto.

Il settore privato, escluse alcune nicchie di industriali autonomi, sperimentò la collaborazione sempre più assidua tra big government e big business: un intreccio inestricabile tra gli affari e il governo. Quest’ibrido prefigurava, ai suoi occhi, una possibile dittatura proiettata in forme totalitarie. L’essenza dei regimi collettivisti è il predominio dell’interesse dello Stato sull’interesse individuale. Anthem può essere concepito come la lotta dell’individuo contro il collettivismo per uscire dal peggiore dei mali possibili e affermare nuovamente, dopo una serie di travagliate vicende, l’individualismo liberale.

Le formule collettiviste e gli slogan enfatizzati nel romanzo ricorrono nella propaganda socialista: la produzione per l’uso e non per il profitto, i guadagni sociali, gli scopi sociali, gli obiettivi sociali. Dove il capitalismo mira all’accumulazione di capitale, il collettivismo pretende di sacrificare il profitto privato a una finalità sociale definita dal potere politico. Ayn Rand farà per la destra americana quello che Marx aveva fatto per la sinistra: dare una coscienza. I comunisti si rivolgevano ai proletari indottrinandoli e rendendoli consci dell’ingiustizia alla quale ritenevano di essere sottoposti. Rand si rivolgerà invece agli individui produttivi e indipendenti, mostrando loro la dignità morale dell’egoismo razionale.

Il titolo italiano, Antifona, è la traduzione letterale di Anthem, cioè “inno”. Ma un inno a cosa? In apparenza, sembrerebbe un inno al collettivismo, perché il romanzo è attraversato da canti, riti e parole d’ordine che celebrano la collettività. Dopo una seconda lettura, però, appare chiaro che si tratta di un inno all’individualismo.

La società comunista descritta da Rand deriva dai “tempi innominabili”. Come nelle altre distopie, la vicenda si svolge in un presente distopico che proviene da un passato rimosso, perché giudicato riprovevole. I tempi innominabili precedono l’instaurazione della nuova società. Vi fu una battaglia tra i “malvagi”, pochi, e i “buoni”, molti. Prevalsero i molti sui pochi: un’espressione che allude alla vittoria dei proletari sui borghesi. Sono stati dati alle fiamme tutti i libri e, con essi, tutte le parole. I vocaboli che descrivevano il mondo precedente non esistono più. Questa palingenesi è stata ribattezzata “grande rinascita”.

Una parola, tuttavia, esiste ancora, perché incisa sulle pietre o contenuta in qualche manoscritto sfuggito al fuoco: la “parola innominabile”. Esiste una sola pena capitale, ed è prevista per chi pronuncia la parola “io”. La “grande rinascita” è, in realtà, una grande arretratezza. Il mondo vive al buio, metafora del male e della morte, perché l’elettricità è andata perduta. Si è ‘riscoperta’ soltanto la candela. La civiltà collettivista, nata per superare il passato, è stata in grado di produrre solo la regressione materiale, l’oscurità intellettuale e la miseria spirituale. Il Mondo del Noi ambisce a eliminare qualsiasi traccia di individualismo sul piano identitario e nella prassi quotidiana: nullificare l’individuo per raggiungere la totale omologazione e creare una schiavitù mentale.

È necessario distinguere l’assolutismo dal totalitarismo. L’assolutismo del Leviatano può fermarsi fuori dalla mente e dalla coscienza; il totalitarismo, invece, è un asservimento totale, perché instilla idee nefaste entrando nel foro interno. Non basta obbedire: bisogna pensare secondo le categorie imposte dal regime. Non basta agire come gli altri: non bisogna nemmeno concepire la possibilità di essere diversi.

La struttura politico-istituzionale del romanzo consiste in un Consiglio mondiale. I comunisti pensavano di estendere il comunismo in tutto il mondo; Stalin aveva adottato il principio del “socialismo in un solo Paese” ma, nel frattempo, il comunismo aveva valicato i confini dell’Unione Sovietica. Ogni Stato ha il suo Consiglio generale e una serie di Consigli responsabili delle diverse attività.

Il Consiglio degli studiosi, cioè degli scienziati, insegna che la terra è piatta e che il sole gira attorno a essa. La Casa delle invenzioni rappresenta la sterilità della ricerca quando viene burocratizzata. Il Consiglio delle vocazioni stabilisce quale tipo di lavoro debba essere assegnato a ogni persona. Desiderare un altro lavoro significa commettere il “peccato della trasgressione”: non è consentito disprezzare ciò che viene imposto. La Casa degli studenti accoglie i giovani dai cinque ai quindici anni, età in cui vengono sottoposti al vaglio che deciderà il loro lavoro. La Casa degli inutili ospita gli anziani mantenuti a spese dello Stato. Il Consiglio dell’eugenetica si preoccupa dell’accoppiamento: la sessualità è ammessa soltanto per fini riproduttivi, mentre l’amore e l’amicizia sono proibiti perché manifestano la predilezione per l’altro.

Il protagonista fa lo spazzino e prova un senso di colpa quando vuole diventare uno studioso, poiché quel desiderio lo distingue dagli altri. Le riunioni sociali nelle sale cittadine assumono i tratti dei riti collettivi social-fascisti: inni all’uguaglianza, alla fratellanza, al collettivismo, rappresentazioni teatrali di propaganda. L’intero sistema è ermetico: non a caso, il primo titolo di Noi vivi era Airtight, ossia “chiusura ermetica”.

La de-umanizzazione passa attraverso la de-individualizzazione. Il nome viene sostituito da un codice alfanumerico. Il protagonista si chiama Uguaglianza 7-2521, inciso su un braccialetto al polso sinistro. Durante la fase che culminerà con la riscoperta di sé, prenderà il nome di Invitto, poi Prometeo. L’eroina del romanzo, inizialmente in subordine, si chiama Libertà 5-3000; diventerà prima Aurea, e infine Gea. Il percorso dei nomi coincide con il percorso compiuto dalla coscienza individuale.

Tutto il libro è scritto alla prima persona plurale: un espediente narrativo destabilizzante, che procede fino alla conquista della parola “io”. Il protagonista affida a un diario i suoi pensieri più intimi, trovando uno spazio segreto di espressione personale. La scrittura a mano è identificativa e pericolosa, perché costituisce un principio di presa di coscienza: lascia una traccia di noi stessi ed è un atto creativo. Nel gesto minimo di prendere una pagina bianca riempiendola con scritte nere, si manifesta la nostra singolarità.

Un giorno, Uguaglianza 7-2521 trova una fessura in un passaggio e scava finché si trova in una galleria sotterranea. Quell’accesso a un mondo proibito è il varco verso ciò che il regime ha cancellato. La Foresta inesplorata, separata dai tempi immemorabili, sarà il luogo in cui egli scoprirà, insieme alla sua futura compagna, le vestigia del mondo passato. Arriva a dominare da solo il principio dell’elettricità: costruisce una scatola di vetro con alcuni filamenti metallici e riesce ad accenderli. Pensa allora di farne dono ai suoi concittadini, come stabilisce lo slogan ripetuto nelle riunioni: “Sia fatta la volontà dei fratelli”.

Si rivolge così al Consiglio degli scienziati che, per ragioni ideologiche, non può ammettere quell’insubordinazione. La scoperta risulta intollerabile perché proviene da un individuo solo. I membri del Consiglio cercano di sequestrare la scatola e di imprigionare l’eversivo. Lo fanno frustare; Uguaglianza 7-2521 sta per essere incarcerato ma, con un gesto di forza, recupera la sua invenzione e fugge con Aurea nella Foresta inesplorata.

Il cammino lungo la foresta è un viaggio iniziatico. I due amanti guardano le stelle con silenziosa reverenza e pietà, quasi invocando che la conoscenza giunga a loro. Questo passaggio di Anthem è simile all’evoluzione di un Bildungsroman: la presa di coscienza avviene attraverso una serie di azioni che responsabilizzano i personaggi. I due raggiungono una casa dei tempi innominabili. All’inizio, non capiscono bene che cosa significhi la parola “io”.

L’ultimo capitolo segna la svolta: Io sono. Io penso. Io voglio. Ciò che era fuori dell’io viene rigettato in nome della riscoperta dell’individuo. In queste pagine Ayn Rand precorre le teorie dell’Oggettivismo e il suo egoismo razionale. Nel passaggio “Io non sono il mezzo per qualche fine che gli altri possano realizzare, non sono uno strumento per il loro uso, non sono un sacrificio sui loro altari. Non vivo per qualcun altro” si coglie il giuramento fondamentale che tornerà ne La rivolta di Atlante: “Io giuro...”.

Ayn Rand compie una deificazione dell’uomo: “l’uomo è Dio a se stesso”. Il protagonista si attribuisce il nome di Prometeo, il trasgressore mitologico che donò il fuoco agli uomini per creare un mondo di libertà. Le filosofie collettiviste si sono imposte suffragando il mito del “noi”; Rand mostra che la libertà cova sotto la cenere, perché è connaturata all’individuo.

Le ultime pagine avvalorano la domanda centrale: siamo davanti alla fine di una distopia o all’inizio di un’utopia? Il mondo della libertà che Prometeo intravede è persino più ricco rispetto a quello dei tempi immemorabili. La società fondata sull’io, che si fa egoismo razionale, è una società oggettivista.

Margaret Atwood ha coniato il neologismo “ustopia”: in ogni distopia c’è un po’ di utopia, e viceversa. Anthem può essere interpretato secondo questa chiave di lettura. La distopia è quindi funzionale al conseguimento di un’utopia. Il romanzo parte dalla schiavitù del “noi” e arriva alla liberazione dell’“io”; comincia come rappresentazione del totalitarismo collettivista e termina con un inno all’individualismo. La parola proibita diventa la parola fondativa. L’uomo, dopo essere stato ridotto a numero, torna persona. E da quella riconquista può cominciare una nuova civiltà.


di Lorenzo Cianti