Meloni al Senato: parlo “con chi vuole il bene dell’Italia”

giovedì 14 maggio 2026


Porte aperte con chi vuole “il bene dell’Italia”. Il premier time al Senato alla fine diventa uno scontro aperto tra Giorgia Meloni e le opposizioni. La presidente del Consiglio replica senza sottrarsi alle contestazioni, rispondendo “punto su punto” a quelle che definisce “accuse e insulti”, accusando le minoranze di fare ricorso soltanto a questo arsenale politico quando il governo si presenta in Parlamento. Il momento più acceso coincide ancora una volta con il botta e risposta con l’ex premier Matteo Renzi. Toni controllati, senza particolari impennate, ma con affondi netti contro “lo sperpero” del Superbonus, definito una pesante “ipoteca” scaricata sui governi successivi, a partire dal suo. Non mancano neppure stoccate ironiche con cui Meloni rivendica alcuni risultati dell’Esecutivo, replicando alle critiche arrivate dai banchi dellopposizione. Alla domanda di Francesco Boccia sulle difficoltà economiche delle famiglie italiane, la premier replica ricordando di essere stata al supermercato “anche sabato scorso” e aggiungendo che, proprio in quell’occasione, avrebbe percepito “attorno al governo ancora tanto tanto affetto dopo quattro anni”.

L’avvio del question time sembra inizialmente più disteso grazie all’intervento di Carlo Calenda, tra gli esponenti dell’opposizione più inclini al dialogo con l’esecutivo. Calenda propone una sorta di “cabina di regia” condivisa per affrontare la fase internazionale sempre più delicata, aggravata dalla nuova crisi nel Golfo. Ne nasce uno scambio dai toni più concilianti, accompagnato da ringraziamenti reciproci, anche se il leader di Azione precisa di non voler partecipare a una “passerella a Palazzo Chigi”, rischio evocato dalla stessa Meloni. Che nei giorni scorsi aveva anche proposto un tavolo di confronto sulla legge elettorale, ricevendo però un sostanziale rifiuto dalle opposizioni. Le “tensioni geopolitiche”, avverte, avranno inevitabili conseguenze sulla crescita economica. Per questo la presidente del Consiglio rivendica gli interventi già messi in campo contro il caro energia e annuncia che “entro l’estate” sarà pronto anche il quadro normativo per “la ripresa della produzione nucleare in Italia”. Dopo Calenda arriva il turno di Renzi, che attacca duramente l’esecutivo definendolo più simile “alla famiglia Addams” che a un governo. La replica del leader di Italia viva alimenta subito il clima da battibecco: “non ho offeso nessuno, al massimo si potrebbero offendere Morticia o lo zio Fester”. Lo scontro prosegue anche sul tema del piano casa, con Meloni che ribatte ironicamente: “potrò decidere io quali sono le priorità del governo”.

Momento più favorevole per la maggioranza durante l’interrogazione di Maurizio Lupi, che offre alla premier l’occasione per rivendicare il nuovo salario minimo approvato e la ripresa, “seppure lenta”, del potere d’acquisto delle famiglie. “Sappiamo che c’è ancora tanto lavoro da fare”, ripete più volte Meloni, affrontando i temi dell’occupazione, della precarietà, dell’emigrazione giovanile e della crescita economica. Sul lavoro insiste sui “risultati record” raggiunti dal governo e sul calo della precarietà. Quanto alla fuga dei giovani all’estero, la definisce ormai una questione “strutturale”, spiegando che l’obiettivo dell’esecutivo è fare in modo che restare o tornare in Italia diventi “una scelta competitiva” e non più “un atto di coraggio”.

Meloni respinge le accuse sull’aumento della pressione fiscale, sostenendo che il governo “le ha abbassate” e continuerà a farlo per sostenere “chi lavora e produce, non chi vive di rendite e privilegi”. Secondo Meloni, l’incremento della pressione fiscale dipende soprattutto dal fatto che “c’è più gente che paga le tasse perché lavora” e da una maggiore efficacia nella lotta all’evasione. Poi la stoccata più dura: “lo confesso”, dice con tono tagliente, “perché abbiamo avuto il coraggio di aumentare qualche tassa”, ma soltanto “su banche, assicurazioni e società energetiche”. Il riferimento finale torna ancora sul Superbonus, indicato come simbolo degli errori dei governi precedenti. Per Meloni i “174 miliardi” spesi per la misura peseranno fino al 2027 sui conti pubblici. Un messaggio rivolto soprattutto al Movimento 5 stelle, mentre a Palazzo Madama ricompare anche Giuseppe Conte dopo alcuni giorni di assenza per malattia. Il debito pubblico, sostiene la premier, sarebbe aumentato esclusivamente per quella misura. Da qui la chiusura polemica rivolta alle opposizioni: “la morale sul debito anche no”.


di Zaccaria Trevi