Rav Jonathan Sacks: ebraismo e modernità

venerdì 8 maggio 2026


Ieri sera il Centro CulturaleIl Pitigliani” di Roma ha ospitato il terzo convegno del ciclo Lechaim – Alla Vita! Viaggio nell’identità ebraica, durante il quale i relatori hanno discusso su una figura paradigmatica dell’ebraismo contemporaneo: Rav Jonathan Sacks, pensatore, rabbino, filosofo morale, uomo delle istituzioni britanniche e interprete instancabile della Torah. Il giornalista di Linkiesta.it Ruben della Rocca ha voluto approfondire la sua influenza culturale articolando una conversazione con il rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, Riccardo di Segni, e il presidente della casa editrice Giuntina, Shulim Vogelmann, curatore del Festival Internazionale della Cultura Ebraica di Roma per dieci anni.

A introdurre la serata è stato Daniel Cohen, presidente de “Il Pitigliani”, che ha rivolto al pubblico un saluto costruito attorno al messaggio universalista promosso da Jonathan Sacks: la civiltà occidentale e la religione ebraica condividono fondamenta profonde, che parlano alla coscienza dell’uomo moderno pur senza smarrirne il legame con il passato.

Ruben Della Rocca ha esordito spiegando il significato della sua iniziativa, il cui successo è dipeso anche dalla presenza di illustri compagni di viaggio. Lechaim – Alla vita! nasce, infatti, come un’indagine sull’identità ebraica e sulle sue molteplici dimensioni che la connotano: storica, religiosa, linguistica, politica e morale. La presenza di monsignor Ambrogio Spreafico ha suggellato la vocazione al pluralismo che trova in Sacks un interprete significativo. Rav Jonathan Sacks ha rappresentato il rabbino della ricerca di un dialogo costruttivo, nel quale ci si rispetta reciprocamente attraverso la profonda aderenza alla propria cultura.

La denominazione con cui è conosciuto, Lord Rav Sacks, contiene la sua duplice identità. In essa si scorge il rapporto complesso, e per certi versi incompiuto, tra la Corona inglese e la Palestina mandataria. Sacks nacque e morì a Londra: si rifiutò di lasciare stabilmente la Gran Bretagna e scelse di vivere la propria missione rabbinica dentro la società britannica, facendo della diaspora inglese un luogo di elaborazione religiosa, civile e filosofica. Si dedicò per tutta la sua carriera all’insegnamento universitario. Fu rabbino capo del Regno Unito e del Commonwealth dal 1991 al 2013, membro della Camera dei Lord dal 2009 al 2020, professore alla Yeshiva University, al King’s College di Londra e alla New York University. Ricevette un dottorato in teologia conferito dall’arcivescovo di Canterbury, fu nominato baronetto e venne invitato al matrimonio dei principi William e Kate come rappresentante della comunità ebraica del Commonwealth. Anche la famiglia rimase legata alla vita pubblica britannica: sua figlia Gila fu consigliera del primo ministro laburista Gordon Brown.

La prima domanda posta durante la serata ha toccato immediatamente la sua persona: Sacks va considerato un filosofo presentato alla Rabbanut o un rabbino presentato alla filosofia? Rav Riccardo Di Segni ha risposto ricordando come Sacks, in un suo libro, affermi di essere in primo luogo un filosofo e di aver approfondito questa disciplina ad Oxford e Cambridge, nella maggior parte dei casi con professori estranei al sentimento religioso. Questa posizione lo rendeva, secondo l’immagine da lui stesso coniata, una “creatura anfibia”. Sacks si riferiva agli anfibi per descrivere la propria condizione intellettuale: essere capace di muoversi tra ambienti diversi, tra cultura generale e tradizione ebraica, tra modernità filosofica e leadership spirituale.

Il suo ruolo fu essenziale nel mediare tra gli sviluppi più recenti della cultura generale e l’ebraismo. Egli possedeva una centralità riconosciuta ben oltre il perimetro britannico, benché il mondo Charedi lo abbia ascoltato meno di quanto avrebbe potuto. Sacks non fu il rabbino di riferimento per quel mondo; piuttosto, fu un ebreo di riferimento per l’identità britannica e per quanti cercavano una voce ebraica che interloquisse con la società occidentale.

Rav Di Segni ha evocato rav Adin Steinsaltz, che nel Candelabro d’oro afferma come il popolo ebraico fuori da Eretz Yisrael sia simile a un pesce fuor d’acqua. I pesci, se abbandonano l’acqua, muoiono; allo stesso modo, gli ebrei non possono abbandonare la Torah senza smarrire la propria vitalità. Questo parallelismo ricorre con una certa frequenza nella formazione intellettuale di Sacks. L’ebraismo può attraversare il mondo, parlare alle università, alle istituzioni, alle altre confessioni religiose, ma resta se stesso soltanto quando rimane immerso nella Torah.

Le fonti di Sacks sono tradizionali, percorse con sicurezza. Egli si muove nella tradizione midrashica ed esegetica, conosce il pensiero di Maimonide, dialoga con le grandi elaborazioni mitteleuropee tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, recepisce le reazioni ortodosse alla modernità e sostiene la preminenza della Halakhah. Possiede una solida base intellettuale e, allo stesso tempo, vanta una qualità rara: ragiona con la propria testa. Riceve la tradizione, la studia, la interroga e la traduce in un pensiero che si declina al presente.

Shulim Vogelmann ha introdotto Non nel nome di Dio, il primo libro di Sacks pubblicato in italiano da Giuntina. Il tema affrontato è il rapporto tra religione e violenza. Secondo Sacks, le religioni non hanno nulla a che vedere con la violenza; possono però degenerare nel fondamentalismo quando interpretano le Scritture in chiave rigida e aggressiva. La Genesi, condivisa dalle religioni abramitiche, diventa un testo privilegiato per comprendere i conflitti fratricidi e le relazioni difficili tra culture religiose.

Vogelmann ha sottolineato due aspetti centrali. Il primo riguarda l’ascesa morale raccontata dalle storie bibliche. Caino uccide Abele. Giacobbe ed Esaù vivono il trauma del furto della benedizione, seguito dalla riappacificazione. Giuseppe e Giuda introducono un livello più elevato di coscienza, perché Giuda riconosce il proprio errore e se ne pente. Mosè e Aronne mostrano un esempio virtuoso di collaborazione e convivenza. La Torah presenta un cammino morale nel quale la fraternità, inizialmente spezzata dall’omicidio, viene lentamente educata alla responsabilità. Il secondo aspetto riguarda la natura stessa della Torah. Essa è un testo vivo e pulsante, che risponde in base al criterio interpretativo con cui viene letta. Se la si accosta con violenza, produce violenza. Se la si legge con profondità morale, rivela una via di responsabilità. In Sacks emerge l’idea di un destino salvifico comune alle varie religioni, che non si dirada nel sincretismo e non contempla la cancellazione delle identità.

La scelta di pubblicare Alleanza e conversazione giunge in un momento di rottura drammatica per la storia di Am Yisrael: un trauma paragonabile, per intensità simbolica, alla minaccia dell’ellenismo o alla distruzione del Tempio. La reazione ai momenti difficili deve essere ponderata. Sacks fornisce una sorgente di forza interiore e di idee che fugano la paura. Gli ebrei, segnati dalle persecuzioni, hanno spesso dubitato dei propri valori e sono divenuti fragili. Il lavoro di Sacks risponde a tale fragilità riportando alla luce i valori ebraici edificanti e positivi, che sostengono il cammino di una comunità sotto pressione. In tale contesto si inserisce il progetto di traduzione del Talmud babilonese, che restituisce alla trasmissione del sapere una funzione decisiva. Lo studio della parola, l’interpretazione e la responsabilità si trasformando in strumenti di resistenza morale.

Vogelmann ha citato Arik Glasner e l’epitaffio di un famoso pub di Tel Aviv, situato in via Achad Ha’am, intitolato Consolazione parziale. Il riferimento rimanda a un articolo del 1895, rivolto agli ebrei di fronte all’accusa del sangue. Quando tutto il mondo sostiene qualcosa e un solo popolo vi si oppone, il dubbio può insinuarsi nella neshamah. Ciò significa che, quando il dubbio penetra nell’anima, affiorano problemi di carattere identitario. L’antisemitismo agisce anche in questo modo: spinge l’ebreo a domandarsi se la propria verità possa reggere davanti alla pressione compatta del mondo esterno.

Rav Di Segni ha raccontato un aneddoto legato all’interpretazione del libro di Bereshit. Nel 2006, durante la preparazione della visita di Benedetto XVI alla Sinagoga, sorse la domanda su quale tema sollevare. Rav Sacks, consultato telefonicamente, suggerì di presentare la storia dei fratelli. Benedetto XVI sedeva nella tevah e, ascoltando quel discorso, recepì il messaggio facendolo proprio. Il racconto dei fratelli divenne un ponte tra l’ebraismo e il cristianesimo, tra la memoria della ferita e la possibilità del riconoscimento.

Il rapporto dialettico tra Sacks e il mondo cristiano fu evidente in un episodio all’ambasciata britannica presso la Santa Sede, in piazza del Quirinale. Dalla torre dell’edificio si vede tutta Roma, con le cupole delle chiese che disegnano il profilo della Città Eterna. Sacks, osservandola, esclamò: “It is a religious city”. Roma gli appariva come una città religiosa nella sua struttura visibile. Chiunque creda in Dio, osservava Sacks, si colloca su un piano più elevato, perché riconosce una misura che supera l’immanenza e raggiunge la dimensione celestiale.

Sacks morì nel 2020. Una domanda inevitabile riguarda il modo in cui si sarebbe rapportato al 7 ottobre. Rav Di Segni ha ricordato che Sacks aveva già preconizzato il tema dell’antisemitismo contemporaneo. L’antisemitismo è una bestia che cambia continuamente abito, presentandosi con modalità sempre nuove: prima l’antigiudaismo religioso, poi l’antiebraismo razziale ed eugenetico, oggi l’antisionismo in tutte le sue diramazioni. Nel discorso pronunciato al Parlamento Europeo nel 2016, Sacks affermò che l’antisemitismo odierno coincide in larga misura con l’antisionismo, cioè con l’idea che gli ebrei non possano vivere collettivamente nella loro terra ancestrale.

Segue un quesito più doloroso: Sacks avrebbe criticato oggi alcuni comportamenti ebraici, o meglio poco ebraici, in Israele? Da un lato, vi è la consapevolezza di essere attaccati da nemici spietati; dall’altro, la sofferenza di vedere, dentro Eretz Yisrael, comportamenti che sembrano allontanarsi dalla misura morale dell’ebraismo. Durante la serata è stato citato il caso della legge sulla pena di morte avanzata da Itamar Ben-Gvir. Nel Parlamento israeliano una ministra religiosa ha pronunciato una benedizione per la pena di morte: un gesto definito blasfemo, perché piega il linguaggio religioso a una logica estranea alla sensibilità ebraica. Rav Di Segni ha ricordato anche il Malbim, commentatore romeno denunciato dagli assimilazionisti ebrei perché giudicato troppo rigoroso; gli mandarono a casa maiali e granchi, trasformando il dissenso legittimo in un oltraggio.

La condizione per criticare è l’amore. Se la critica nasce dal bene, può esistere dentro una comunità. Puntare il dito, invece, diventa maldicenza e crea disagio. La critica ebraica non può ridursi all’esposizione pubblica dell’altro, perché la parola ha sempre un peso morale. Ruben Della Rocca ha quindi introdotto il tema della famiglia. Durante lo Shabbat, la famiglia diventa un nido d’elezione, che sana i conflitti e ricompone le fratture. Sacks analizzava la famiglia anche attraverso i dati statistici. Studiando le evidenze demografiche, constatava come la famiglia tradizionale fosse in dissoluzione. I figli cresciuti nei nuclei monogenitoriali o senza una stabilità familiare avevano conosciuto un aumento vertiginoso. Questa deriva sociologica gli appariva impressionante.

Il modello tradizionale ebraico dovrebbe rappresentare una contrapposizione al nichilismo. Ma anche nel mondo ebraico il numero dei divorzi, già contemplati dalla legge rabbinica, è in crescita notevole. La famiglia rimane un pilastro della società, pur con i limiti e gli errori che ogni forma educativa può conoscere. Winston Churchill sosteneva che la democrazia fosse preferibile alla dittatura; allo stesso modo, la famiglia costituisce un modello di difesa contro il totalitarismo. Lo Shabbat aggiunge alla dimensione familiare una profondità spirituale: è tempo sacro che sottende l’ordine, la trasmissione di valori e la riconciliazione.

La domanda sulle alternative apre molti scenari complessi. È stato citato un libro, 2126, costruito come riflessione a più voci sul mondo ebraico tra cent’anni. La società sta cambiando attraverso il progresso tecnologico e l’intelligenza artificiale. Una delle sfere maggiormente toccate è la riproduzione. Le donne tendono ad avere pochi figli e a partorire più tardi. La maternità surrogata introduce un cambio di paradigma nell’opinione pubblica e potrebbe produrre una divisione tra schiave del sesso edonistico e schiave del sesso riproduttivo. Sono scenari micidiali, nei quali la bioetica conosce delle implicazioni antropologiche.

Le discussioni rabbiniche sull’identità del nascituro sono già aperte: essa deriva dall’ovulo o dall’utero? Una nicchia di esperti dibatte sulla liceità della prassi della cosiddetta “gestazione per altri”. La società ortodossa osserva questi fenomeni con vigilanza, divisa tra il rifiuto e l’adattamento. Sacks induce alla riflessione esistenziale perché obbliga a misurare la modernità senza perdere la domanda fondamentale: che cosa rende umana la vita? Vogelmann ha menzionato il discorso alla responsabilità dell’uomo come agente libero. L’opera di Sacks può essere letta come una lunga dimostrazione narrativa della libertà di scegliere. Nel versetto di Caino e Abele, il peccato è accovacciato alla porta. Prima dell’omicidio esiste una scelta: Caino avrebbe potuto dominare l’impulso. Noè, paragonato ad Abramo, viene giudicato anche in rapporto alla decisione di salvare o meno Sodoma. Abramo discute, intercede, si espone. Noè obbedisce e si salva, ma rimane chiuso nel proprio destino.

Sacks invita a vivere con il passato per evolversi costruttivamente nei tempi che avanzano. Vivere nel passato significa bloccare lo sviluppo; vivere con il passato significa portare la memoria dentro la responsabilità presente. Una storia chassidica ricorda che, quando una donna diventa gravida, viene deciso molto del destino del nascituro. Una cosa, però, non viene mai stabilita: se sarà buono o cattivo. L’uomo può sempre scegliere. Il Deuteronomio affida questa libertà alla coscienza morale.

L’idea è individuale, ma si inserisce dentro un legame collettivo: tutti gli ebrei sono legati gli uni agli altri. Ruben Della Rocca ha ripreso il tema del riconoscimento dell’altro, attraverso la disputa tra Sara e Agar, la vicenda di Ismaele, il confronto tra Giacobbe ed Esaù. Gli ebrei devono imparare a riconoscere l’altro. Ma sono riconosciuti come tali?

Rav Di Segni ha distinto diversi scenari. Esistono persone che ammirano sinceramente l’ebraismo. Esistono persone indifferenti, che non sanno recepire il dono ebraico. Esistono, infine, persone che rovesciano quel dono ritenendolo nefasto. L’esempio di Albert Sabin è stato impiegato per mostrare una diversa possibilità. Sabin contribuì a eliminare il terrificante spettro della poliomielite, che seminava il panico in Europa. Secondo l’aneddoto richiamato durante la serata, era cieco da un occhio perché alcuni ragazzi antisemiti gli avevano lanciato una sassata. Tuttavia, non volle lucrare sulla sua scoperta e capovolse l’odio in amore.

La grandezza dell’uomo risiede nel discernimento. Vogelmann ha aggiunto che, quando si abdica alla propria visione del mondo, si è già perso in partenza. Diventa inutile replicare a ogni accusa infamante. L’ebraismo possiede nel Levitico una peculiarità morale: l’amore per il prossimo e per lo straniero. L’uscita dall’Egitto simboleggia la libertà riconquistata. In Sbarazzarsi dell’odio, Sacks cita il versetto in cui il Signore dice agli ebrei, al momento dell’uscita dall’Egitto, di chiedere ai vicini egiziani oro e argento. Quelle risorse sarebbero poi state impiegate per la costruzione del vitello d’oro.

Della Rocca ha posto una domanda decisiva: se non riuscissimo a estirpare l’odio, rischieremmo di essere stranieri in terra nostra? L’ebraismo ha dovuto rielaborare a lungo la teoria della minoranza perseguitata. Nella memoria collettiva, gli ebrei sono divenuti portatori di un’immagine precisa, marcata dalla vulnerabilità, dalla sopravvivenza e dalla dipendenza da poteri esterni. La statualità ebraica ha fatto emergere esigenze che in precedenza si ignoravano, mutando la percezione stessa della libertà.

Gli insegnamenti morali non vanno dimenticati, ma la realtà attuale va misurata comprendendo quello che accade oggi. La statalizzazione del popolo ebraico determina la necessità di compiere scelte che la diaspora ha avuto il lusso di evitare. Lo Stato impone responsabilità nuove: difesa, potere, decisione, sicurezza, conflitto, uso della forza. Vogelmann ha impiegato la seguente formula: “Servitori di re, non servitori di servitori”. Perché gli ebrei non hanno compreso la Shoah? Una parte della storia ebraica ha privilegiato la via diretta verso il re, tramite intermediari, come una garanzia di sopravvivenza. Questa scelta ha protetto le comunità per intere generazioni, ma è venuta a scapito della dimensione orizzontale della politica. Il retaggio risulta ambiguo e pericoloso, perché può assumere la forma del vassallaggio.

Rav Di Segni ha infine ricordato una lettera critica di Sacks. Quando venne a Roma e incontrò il Papa, Di Segni gli rispose con grande rispetto sulla sua visione del dialogo ebraico-cristiano, perché il Papato romano differisce dalla Chiesa cattolica inglese. Anche il dialogo esige la precisione storica, che si traduce nella conoscenza delle istituzioni. La buona volontà, da sola, non basta. La serata si è conclusa con una splendida frase di Sacks sul rapporto tra l’estetica e l’ebraismo. “La civiltà greca ha cercato la santità della bellezza; l’ebraismo cerca la bellezza della santità”.


di Lorenzo Cianti