Bari, il risveglio amaro tra l’impegno del Prefetto e il folklore dei selfie

mercoledì 6 maggio 2026


Mentre il fragore delle eliche fustigava l’aria dell’alba barese di questo 5 maggio, la città si è svegliata bruscamente dal suo torpore dorato. L’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia, un blitz chirurgico e imponente, non ha solo portato arresti e contestazioni per omicidi che sanguinavano ancora nella memoria collettiva; ha squarciato il velo di ipocrisia che avvolge il capoluogo pugliese.

C’è un paradosso stridente, quasi imbarazzante, che merita di essere analizzato con la freddezza di un bisturi: la distanza siderale tra chi lo Stato lo rappresenta con il peso del dovere e chi lo interpreta come un set fotografico.

IL PREFETTO E L’AUTOREVOLEZZA

Solo ventiquattr’ore prima, in Prefettura, il Prefetto Francesco Russo presiedeva il tavolo per la sicurezza e l’ordine pubblico. Un uomo mite, autorevole, navigato.

Un servitore delle istituzioni che non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire, perché a parlare per lui è il rigore metodologico.

La risposta delle Forze dell’Ordine, coordinate con una maestria che sa di esperienza vera, è arrivata puntuale, come un verdetto inappellabile.

Il Prefetto Russo appare oggi come l’ultimo baluardo di uno Stato che resiste, che non arretra di un millimetro di fronte a una criminalità organizzata sempre più sfacciata, dove le nuove leve gestiscono fiumi di droga che inondano ogni angolo della città, dai vicoli popolari ai salotti della “Bari bene”.

IL SINDACO E LA POLITICA DEL “SELFIE”

Dall’altra parte della barricata, il contrasto è quasi grottesco.

Mentre la Dda stringeva il cerchio attorno ai clan, il Sindaco si concedeva l’ennesimo tributo al folklore.

Eccolo nella “strada delle orecchiette”, in posa plastica con il giornalista Sigfrido Ranucci (a Bari per uno spettacolo), tra sorrisi d’ordinanza e l’immancabile iconografia della città ospitale, turistica, ridente.

Un sindaco lignante e ridente, prigioniero di una narrazione da cartolina che ignora sistematicamente il vuoto politico-amministrativo sottostante.

Mentre il fumo degli spari e il puzzo della droga ammorbano i quartieri, la politica barese sembra impegnata solo a curare l’estetica del proprio feed social.

La criminalità? È un affare delle Forze dell’Ordine”. Questa frase, ripetuta come un mantra per anni, è la firma della resa.

È l’ammissione di una politica che dichiara la propria impotenza, che si sfila la responsabilità di creare un argine sociale e culturale, lasciando il lavoro sporco esclusivamente a magistrati e poliziotti.

UNA CITTÀ CHE NON VUOLE GUARDARSI ALLO SPECCHIO 

Bari vive in una perenne schizofrenia. Da un lato, l’efficienza della Dda e l’autorevolezza del Prefetto, che ricordano a tutti che la mafia non è un ricordo del passato, ma un cancro che gestisce il traffico di sostanze coinvolgendo i figli di papà e la manovalanza disperata.

Dall’altro, un’amministrazione che ha eletto il turismo e l’elogio delle orecchiette a unico programma politico, svuotando di senso la parola “sicurezza”.

La fragilità della politica locale è emersa in tutta la sua nudità.

Non basta accogliere turisti e grandi firme del giornalismo per nascondere la polvere sotto il tappeto.

La criminalità è feroce perché sente il vuoto di potere civile; prolifera laddove la politica si limita ai selfie e non prende posizioni nette, coraggiose, quotidiane.

SAN NICOLA NON FA MIRACOLI POLITICI

Siamo alla vigilia della sagra di San Nicola. La città si prepara a festeggiare il suo Patrono, sperando forse in un miracolo.

Ma nemmeno il Santo può porre rimedio a un’amministrazione che ha abdicato alla propria funzione guida per diventare una semplice agenzia di eventi.

Il blitz del 5 maggio ci consegna una verità amara: Bari è protetta da uomini delle istituzioni come il Prefetto Russo, ma è politicamente nuda.

Finché la politica continuerà a considerare la lotta ai clan come una “competenza altrui”, i sorrisi nelle foto saranno solo la maschera di una città che continua a non voler vedere il mostro che le dorme accanto.


di Alessandro Cucciolla