lunedì 27 aprile 2026
Tra critiche, tensioni e conseguenze politiche, la decisione è ormai al centro del dibattito: la Russia tornerà alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, il 9 maggio 2026.
Non è un incidente. Non è una scelta maturata all’ultimo momento. È una decisione costruita, preparata, accompagnata da mesi di interlocuzioni. A rivelarlo è Open, che ha pubblicato documenti e scambi di email tra la Fondazione e la commissaria del Padiglione russo, Anastasia Karneeva.
Già a gennaio 2026 la partecipazione della Federazione russa veniva data per certa, comunicata direttamente al presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco. Non una possibilità, ma un fatto acquisito. A febbraio, i materiali per il catalogo erano già stati inviati.
Questo significa una cosa precisa: mentre la guerra continuava, mentre le prove delle atrocità si accumulavano, mentre il conflitto restava aperto e sanguinoso, qualcuno lavorava per riportare la Russia dentro uno dei più importanti spazi culturali europei.
C’è chi, come già accaduto in occasione delle Paralimpiadi Invernali, sostiene che arte e sport dovrebbero restare fuori dai conflitti, che non dovrebbero essere “penalizzati” per le responsabilità dei governi. È un argomento che ritorna ciclicamente, costruito sull’idea di una neutralità possibile. Ma questa neutralità, nei fatti, non esiste. Cultura e sport non sono spazi isolati: sono strumenti di rappresentazione, di legittimazione, di influenza. Sono soft power.
E nel caso della Russia, oggi, diventano anche un modo per costruire e mostrare un volto umano, colto, universale ‒ un volto che stride profondamente con le immagini che arrivano quotidianamente dall’Ucraina. Accettare questa narrazione significa contribuire, anche indirettamente, a una forma di normalizzazione.
Non si tratta, quindi, solo di una scelta culturale. È una scelta politica. Ed è una scelta sbagliata.
La Commissione europea ha deciso di tagliare due milioni di euro di finanziamenti alla Biennale. Non un gesto simbolico, ma una presa di posizione concreta, che riconosce la gravità della decisione. Bruxelles ha concesso 30 giorni per fornire spiegazioni, aprendo un confronto che va ben oltre l’organizzazione di una mostra. Perché qui il punto non è la qualità artistica, né la storia culturale di un Paese. Il punto è un altro.
Personalmente, ogni volta che sento evocare il “grande balletto russo”, non riesco più a vedere soltanto la grazia dei tutù, la perfezione dei movimenti, la musica che avvolge il palcoscenico. La mia mente devia, ostinata, verso un’altra immagine. Non estetica, non armoniosa. Una realtà che non concede tregua. Penso a una giovane insegnante ucraina che viveva nella cittadina di Brovary, una donna come tante: una vita semplice, fatta di lavoro, affetti, abitudini quotidiane. Una vita spezzata. Rapita, abusata, privata della propria dignità. E insieme a lei, penso alle tante donne e ragazze ucraine che hanno subito violenze indicibili, spesso davanti ai propri figli.
Non sono dettagli. Sono il centro della realtà. Quando qualcuno parla di “grande tradizione culturale”, io non riesco a separarla da questo. Non è ideologia. È una reazione umana. Quando si celebrano i “grandi compositori russi”, la mia mente va a Mariupol, tra le macerie. A una bambina che ha visto sua madre morire lentamente in un seminterrato. A un ragazzo di Hostomel, sopravvissuto all’uccisione del padre e a un tentativo di esecuzione. Ai bambini feriti, ai minori deportati, agli adolescenti separati dalle loro famiglie. In quei momenti, la musica ‒ per quanto sublime ‒ non riesce più a restare autonoma. Non perché l’arte sia colpevole, ma perché la realtà è troppo forte per essere ignorata. Quando si parla di “grande pittura russa”, io vedo Bucha, Irpin, Hostomel. Corpi di civili lasciati per strada, mani legate, vite spezzate senza processo. Fosse comuni in mezzo ai quartieri. Luoghi che erano normalità e che sono diventati prova. Come si può parlare di estetica senza fare i conti con questo?
E quando qualcuno cita il “grande teatro russo”, penso alle case ucraine svuotate, saccheggiate, violate. Agli oggetti personali portati via, ai ricordi trasformati in bottino. Non è solo perdita materiale: è la distruzione dell’intimità, della sicurezza, dell’idea stessa di casa. Infine, quando si evoca la “grande letteratura russa”, penso alle intercettazioni delle comunicazioni tra i militari russi dove le parole che non sono letteratura: conversazioni in cui la violenza viene normalizzata, il saccheggio pianificato, la sofferenza ridotta a rumore di fondo. Frammenti reali di una disumanizzazione che rende possibile tutto il resto.
Questo non è un rifiuto della cultura. Non è una cancellazione. È il rifiuto di una finzione. La cultura non esiste in un vuoto. Non può essere usata come spazio neutro mentre fuori si consuma una guerra fatta di crimini, violenze, distruzione sistematica. Accogliere la Russia oggi alla Biennale significa accettare una separazione artificiale tra cultura e realtà. Significa dire che si può continuare come se nulla fosse. Significa, in fondo, normalizzare. E il problema è proprio questo: la normalizzazione. Non possiamo permetterci il lusso di un’estetica che ignora la sofferenza umana. Non oggi.
Forse il punto non è smettere di parlare di cultura. È smettere di usarla come alibi. Perché ogni discorso che mette tra parentesi la realtà non è neutrale. È una scelta. E in questo caso, è la scelta sbagliata.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)