Dal 25 aprile fino alla profezia di Iosif Stalin

giovedì 23 aprile 2026


Non si dovrebbe mai peccare di presunzione, arrogandosi il ruolo di retore nei riguardi di Pina Picierno (parlamentare Pd) e Carlo Calenda (leader di Azione) per spiegare loro le tante interconnessioni storiche che gravano sull’attualità. Al tramonto della Prima Repubblica si aveva l’opportunità, tramite gli amici del “sindacato scrittori” Giuseppe Spadaro e Francesco Mercadante (il primo filosofo teoretico ed il secondo del diritto), di un confronto con Renzo De Felice: quest’ultimo non ebbe remora alcuna a bollare i giovani politici come affetti da una visione manichea della vita come della storia. Insomma, un atteggiamento rigido, che divide nettamente la realtà in bene e male, e senza alcun rispetto delle ataviche sfumature sia storiche che politiche. Probabilmente De Felice notava questa patologia nella classe politica sortita dalla caduta della Prima Repubblica: una classe dirigente nata dalla morte delle preferenze, dalla netta divisione in due poli elettorali.

Certamente i partiti nati dopo il ‘45 erano molto più pronti al confronto, meno autistici verso l’elettorato, soprattutto aperti alla partecipazione. Ecco perché c’è da chiedersi se la Picierno e Calenda prestino di tanto in tanto ascolto al popolo, alla gente normale di tutti i giorni condizionata da spese e costi. Insomma, se domandino mai al fruttivendolo cosa possa pensare delle sanzioni alla Russia. Probabilmente, la classe politica attuale (e nel più trasversale dei significati) avrà reputato operai e artigiani non degni d’essere ascoltati nel merito dei rapporti tra Italia e Russia: in questo hanno riportato il confronto all’800, quando i senatori del Regno (eletti per censo) reputavano ininfluenti le opinioni della gente.

Di diverso avviso il manager Claudio Descalzi (ceo di Eni) che ha raccontato come (causa le sanzioni alla Russia) l’Agip abbia avuto 600 stazioni di servizio con il gasolio esaurito. “Colpa nostra che abbiamo tenuto i prezzi troppo bassi?” si domanda De Scalzi, e poi chiosa “ma se 600 stazioni Eni rimangono senza gasolio un problema possibile c’è”.

Descalzi, intervenendo all’undicesima edizione della Scuola di Formazione Politica della Lega, ha chiarito sul petrolio che “come Italia non abbiamo nostro grezzo, non abbiamo raffinazione potente e quando ci sono emergenze non possiamo più dire andiamo in Germania o negli Stati Uniti. Il problema non sono i prezzi ma i volumi di petrolio e gas... in questo momento mancano 4,5 milioni di barili di prodotti più altri 12 milioni di greggio, quindi qualcosa di importante”.

Descalzi consiglia di sospendere il blocco all’importazione di gas e petrolio dalla Russia, di fermare “il ban che scatterà il 1° gennaio 2027 su 20 miliardi di metri cubi di gas che vengono dalla Russia verso l’Europa”. Il manager consiglia insomma di fare l’opposto di quanto propalano certi politici che parlano della Russia come “nemico naturale” (riecheggiando primi ministri di Londra).

È il caso di dire che Descalzi parla così perché ha molti tasselli storici in più rispetto ai politici, fosse solo per il fatto che siede dove Enrico Mattei gettava le basi del “primato ombra” del sistema industriale italiano (anche infischiandosene di quanto deciso a Parigi ne ‘47 e poi ribadito da vari segretari Usa legati alle Sette Sorelle).

È qui che manca il pezzo di storia alle Picierno come ai Calenda. Siccome siamo ad aprile, e tra pochi giorni corrono sia la Liberazione (il 25) che l’omicidio di Benito Mussolini (il 28), corre obbligo ricordare che Giuseppe Stalin non aveva gradito l’esecuzione sommaria del Duce, soprattutto che il partigiano Walter Audisio (noto come “Colonnello Valerio”) cadeva più volte in contraddizione circa la sommaria esecuzione. Va detto che i comunisti non avevano alcun interesse ad uccidere Mussolini, e perché da Mosca era partito l’ordine d’intercettare il Duce prima degli agenti inglesi. Motivo? I dubbi (e le certezze) che tormentavano Stalin fin dall’inizio dell’Operazione Barbarossa: nome in codice dell’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania. Stalin voleva sapere cosa e chi avesse cambiato le carte in tavola, soprattutto che accordi fossero stati stretti tra il vertice del Terzo Reich e Londra. Il 10 maggio 1941 Rudolf Hess decollava diretto in Scozia, e seguiva dall’Inghilterra tutta la guerra e soprattutto l’invasione dell’Unione Sovietica iniziata il 22 giugno del 1941. Hess era stato in seguito considerato dai sovietici un ostaggio in mani britanniche, da liberarsi a buon esito dell’Operazione Barbarossa: che sarebbe stata anticipata da un golpe interno al Reich con sostituzione del Führer con un generale gradito a Londra. A Stalin vennero meno molto dei testimoni chiave dell’intrigo, perché tutti fatti eliminare da Winston Churchill: non ultimo Benito Mussolini che, dalla ricostruzione fatta da Luciano Garibaldi, venne ucciso da un colonnello del SOE britannico (Special Operations Executive) alle dirette dipendenze di Churchill. Walter Audisio se ne assunse la responsabilità dinnanzi al Comitato di Liberazione, ripetendo dichiarazioni (anche contraddittorie) nelle sedi di Como e poi di Milano. Ma il diavolo si dice faccia le pentole ma non i coperchi.

Così, e non entro nei dettagli, la copia integrale del “carteggio Churchill-Mussolini” giungeva in Russia tramite Enrico Mattei nei primi anni ‘50, a pochi mesi dalla dipartita di Stalin. Mattei non agiva di propria iniziativa, della cosa era al corrente il presidente Gronchi. L’inaspettato dono potrebbe essere stato alla base della leggenda sulla profezia di Stalin “l'ultima guerra patriottica si combatterà in Ucraina”. Il presidente sovietico moriva improvvisamente nel 1953, ma la sua gratitudine verso Enrico Mattei portava l’Eni ad un ottimo accordo petrolifero con l’Urss. In molti hanno poi sostenuto che quel gesto audace, e non gradito alle Sette Sorelle, avesse firmato la condanna a morte di Mattei.

Di certo i rapporti tra Italia e Russia sono sempre stati ottimi, nonostante il Pci ed il fatto che Palmiro Togliatti avesse consegnato una versione edulcorata del “carteggio” (la copia integrale la consegnava Mattei). 

Qui torna d’obbligo l’analisi di Renzo De Felice, quando nella definizione di “storia normale” (edule per il novizio politicante) afferma “la politica ha paura della storia”. Ma la storia è anche un fiume carsico dalla potenza flegetontea (come direbbero certi dantisti) che, da Guerra e Pace di Tolstoj alla profezia di Stalin, ci riporta sotto gli occhi ben duecento e più anni in cui la Russia ha dovuto fronteggiare le invasioni richiamando il popolo alle “guerre patriottiche”.

Nessuno vuole giustificare una guerra fratricida, ma solo invitare la politica ad analizzare le vicende alla luce della storia, o delle storie: dal 1941 al 1945 la Russia ha subito la morte di 27 milioni di cittadini, e come venne diretto da Londra il processo di Norimberga cagionava poi la poca fiducia di Mosca verso le corti internazionali. L’Italia potrebbe fare tanto per la pace, negli anni ‘50 era iniziato un percorso di rappacificazione nazionale. A chi potrebbe mai giovare una inutile e anacronistica contrapposizione tra fascisti e comunisti o tra vetero destre e vetero sinistre?

Rinunciando a una pace interna ed esterna, Europa e Italia tornerebbero metaforicamente ed economicamente alla trama di Germania anno Zero. I tanti Calenda e Picierno sono figli dell’opulenta pace all’italiana, e nessun politico dovrebbe mai dimenticare i presupposti.


di Ruggiero Capone